Conte vorrebbe affidare ai gazebo la linea politica della futura alleanza, a partire dalle posizioni sull’Ucraina e l’invio delle armi. Per Elly Schlein “non funziona così”, si deve seguire un principio abbastanza elementare, secondo il quale prima si definisce la destinazione, poi si sceglie chi deve guidare. Nel frattempo, Renzi richiama Obama e Sanders, ma il paragone non regge: il centrosinistra italiano non è un partito, è una coalizione. E prima di scegliere chi dovrà guidarla bisognerebbe almeno capire dove si vuole andare.
Le primarie non sono una delega in bianco
La proposta di Conte ha un’indubbia efficacia comunicativa. Davanti a una divisione, facciamo decidere gli elettori. Sembra la massima espressione della democrazia, ma nasconde un problema non secondario: che cosa dovrebbero decidere esattamente gli elettori? Le primarie servono a scegliere una leadership tra più candidati che si riconoscono in un perimetro politico comune. Possono mettere a confronto priorità differenti, sensibilità diverse e perfino interpretazioni alternative dello stesso progetto. Non possono però diventare una specie di roulette ideologica nella quale il vincitore riceve il diritto di riscrivere da solo la politica estera, economica ed energetica dell’intera coalizione.
Su temi come l’Ucraina, il ruolo dell’Italia in Europa, la difesa comune, la transizione energetica o la politica fiscale, non bastano formule sufficientemente vaghe da tenere insieme tutti fino al giorno del voto. Servono dei punti fermi. Non necessariamente un programma di trecento pagine, ma un accordo politico riconoscibile che permetta agli elettori di sapere quale alternativa stanno scegliendo. Altrimenti le primarie non selezionerebbero il candidato più adatto a guidare un progetto comune, consegnerebbero invece al vincitore una delega in bianco per decidere successivamente quale progetto debba esistere. È questa la sottile differenza che passa tra una vera leadership e un’investitura plebiscitaria.
- Il paragone americano di Renzi non regge
Matteo Renzi è intervenuto nel dibattito sostenendo che in tutto il mondo esistono diverse sinistre “gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez”. Da questa premessa ha ricavato la sua proposta: primarie subito, confronto tra sensibilità programmatiche e un “patto di ferro” con cui tutti si impegnano a sostenere il vincitore il giorno successivo. Il richiamo è certamente suggestivo, ma confonde due situazioni profondamente differenti. I personaggi politici citati da Renzi appartengono allo stesso partito, per cui si confrontano all’interno di una struttura comune, con un’identità, un simbolo e un processo unitario di selezione della candidatura. Il campo progressista italiano, invece, non è un partito, è una possibile coalizione composta da organizzazioni autonome, ciascuna con i propri iscritti, gruppi parlamentari, programmi e mandati elettorali differenti.
Le primarie del Partito Democratico statunitense decidono chi rappresenterà quel partito. Quelle del centrosinistra italiano dovrebbero invece scegliere chi guiderà un’alleanza tra PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra, Italia Viva e, potenzialmente, altre forze partitiche. Non parliamo dunque della stessa cosa. È vero però che il patto invocato da Renzi per il giorno successivo è necessario, perché chi partecipa sia tenuto ad accettare il risultato e sostenere lealmente chi vince. Ma quel patto non può sostituire quello da sottoscrivere prima, appunto sui contenuti del mandato da compiere.
Il PD non può essere il silenziatore della coalizione
Le tensioni delle ultime ore hanno fatto emergere anche un secondo tema. La risoluzione concordata da PD, Movimento 5 Stelle e AVS sulle spese militari ha provocato un confronto interno ai democratici. Il passaggio più controverso non è stato poi votato per ragioni procedurali, ma il malessere dell’area riformista è rimasto, tanto da spingere Schlein a incontrare Lorenzo Guerini per ricomporre le distanze. Da questa vicenda si può trarre una lezione utile: la ricerca dell’unità con gli alleati non può prescindere da un confronto vero all’interno del Partito Democratico.
Il Movimento 5 Stelle rivendica la propria posizione sull’Ucraina, AVS difende le proprie sensibilità e Italia Viva sottolinea spesso le differenze rispetto alle altre forze del centrosinistra. È legittimo che ciascun partito mantenga una propria identità. Allo stesso modo, però, anche il PD deve poter partecipare alla costruzione della coalizione senza rinunciare alla propria pluralità e senza che sia limitato a mediare tra le posizioni degli altri.
Essere testardamente unitari non significa evitare ogni discussione, ma affrontarla con l’obiettivo di trovare una sintesi condivisa. Una coalizione funziona quando ogni forza politica è disponibile a compiere dei passi verso le altre, accettando un punto di equilibrio che nessuno può considerare interamente proprio. Se questo sforzo viene richiesto soltanto a una parte, l’alleanza rischia di apparire poco equilibrata e, soprattutto, di diventare più fragile proprio nel momento in cui dovrebbe prepararsi a governare.
Avere ragione sull’ordine non basta
Naturalmente, dire “prima il programma” non può trasformarsi nell’ennesimo alibi per rinviare tutto a un futuro indefinito. Il programma non può diventare una commissione permanente nella quale le divergenze vengono nascoste dietro formule diplomatiche e tavoli convocati per non decidere. Bisogna affrontare rapidamente i nodi reali perché le politiche sono dietro l’angolo: Europa, Ucraina, politica industriale, salari, fisco, energia, diritti, welfare e riforme istituzionali.
Non sarà necessario essere d’accordo su ogni virgola, sarà però indispensabile comprendere se esiste una base sufficiente per governare insieme per cinque anni, non soltanto per comparire nella stessa fotografia durante la campagna elettorale. Dopo, e soltanto dopo, si potranno celebrare primarie aperte nelle quali chi perderà dovrà sostenere il vincitore, perché avrà già accettato il progetto che quest’ultimo sarà chiamato a rappresentare. Mentre, chi vincerà, non potrà utilizzare il risultato per imporre il programma del proprio partito agli altri. Se si facesse diversamente, il vincitore delle primarie potrebbe non guidare una coalizione, ma presiedere semplicemente la sua prossima rottura.
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