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    I retroscena dell’intervento americano in Venezuela

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    Il 3 gennaio 1990, sulle note di “I Fought the law” dei Clash, i militari americani bombardarono il rifugio del generale Noriega, Capo di Stato de facto di Panama, costringendolo alla resa. Pochi mesi dopo, fu processato negli Stati Uniti per traffico di droga e riciclaggio, diventando il primo leader di uno Stato ad essere giudicato da un tribunale federale statunitense.                                              

    Ad oggi, non è nota la melodia che avrebbe accompagnato il sequestro di Nicolàs Maduro. Tuttavia, il tema resta lo stesso: rimozione forzata —dall’esterno— di un Capo di Stato. L’ex delfino di Chavez, insieme alla moglie Cilia Flores, è atteso dalla giustizia degli Stati Uniti, dove dovrà rispondere di accuse che vanno dalla cospirazione al terrorismo al traffico internazionale di cocaina.                                                           

    Narco-terrorismo e narco-Stato

    Sebbene il termine narcoterrorismo trovi spazio nella retorica ufficiale americana, esso non gode di un riconoscimento analogo in ambito giuridico, né di una definizione univoca in letteratura. Analogamente, la nozione di narco-Stato resta tutt’altro che chiara.

    L’ambiguità dei due termini ne consente un uso variabile e strumentale, spesso finalizzato a delegittimare politicamente Stati sovrani o a presentare eventuali interventi in questi Paesi come manovre volte alla sicurezza nazionale. 

    Non a caso, i primi a servirsi di una categoria simile, a fine anni ’80, furono proprio gli Stati Uniti. E’ all’interno del Kerry Commetee Report ( 1988) — documento ufficiale del Senato americano — che compare per la prima volta il termine “Narcokpleptocrazia”, in relazione al regime panamense diretto da Noriega

    Dalla teoria alla pratica

    Un anno dopo, contestualmente alla caduta del muro di Berlino, gli Stati Uniti lanciarono l’operazione Just Cause, deponendo Noriega attraverso il più classico dei cambi di regime. Particolarmente emblematico si rivelò il discorso con cui il Presidente Bush si rivolse alla nazione per annunciare l’operazione: un intervento che segnò un cambio di approccio nella strategia americana destinato a riproporsi negli anni successivi. 

    Esauritasi la parabola della Guerra Fredda, venuto meno l’anticomunismo come fil rouge delle operazioni americane al di fuori dei propri confini, Washington iniziò a presentare i propri interventi armati sotto una nuova veste, ravvisabile tanto nel caso di Panama, quanto in quello venezuelano: lotta al narcotraffico, lotta al terrorismo, difesa della democrazia, preservazione di aree e risorse strategiche. 

    Il Venezuela: narco-Stato o petrol-stato Fallito?

    Secondo la documentazione ufficiale americana, Maduro sarebbe al vertice di un’organizzazione narco-terroristica, delineata attraverso una fitta rete politico-militare, infiltrata in numerose istituzioni statali e coinvolta nel traffico di droga verso gli Stati Uniti. Tali ricostruzioni suggeriscono dunque l’esistenza di un ordinamento statale le cui istituzioni sono strettamente interdipendenti con i cartelli della droga

    Eppure, il Dipartimento di Giustizia americano  ha recentemente rivisto questa impostazione: l’impianto accusatorio rimane incentrato sui crimini legati al narcotraffico, anche se non si riconosce più l’esistenza di un vero e proprio cartello parastatale, ma piuttosto di una rete di corruzione all’interno dello Stato.

    In questo contesto, il retrofront americano sembra seguire l’assenza di prove schiaccianti a favore di un’incriminazione finora non supportata da dati oggettivi sulla produzione di cocaina dal Venezuela —un pase che, secondo i rapporti internazionali, sarebbe escluso sia dai maggiori Paesi produttori, sia dalle principali rotte che portano la sostanza dagli impianti di raffineria ai Paesi consumatori.        

    La realtà venezuela

    Ciò che assume rilevanza è, piuttosto, la drammatica situazione politica, sociale, ed economica del Paese venezuelano, incancrenito e sull’orlo del fallimento, il cui distacco fra governanti e governati si esprime nell’enorme difficoltà di innovare un’élite politico-militare che da decenni si regge su una rete di corruzione e clientelarismo. In questo caso il petrolio, piuttosto che una risorsa, si è rivelato un fardello. Un’economia quasi interamente basata su questa risorsa ha rivelato tutti i suoi paradossi: lo Stato non ha prodotto ricchezza, bensì si è occupato di allocare le rendite degli idrocarburi. 

    Quando si crea uno scenario del genere, lo Stato non sviluppa una burocrazia efficiente, non genera ricchezza attraverso la produzione né attraverso l’imposizione fiscale, tantomeno si rivela interessato a includere nelle attività decisionali i diversi gruppi di interesse o gli esponenti delle altre categorie produttive che di fatto non si sviluppano.

    Le istituzioni si riducono quindi all’élite che distribuisce e alloca le rendite esterne della risorsa petrolifera, che diventa un mezzo per creare reti clientelari, corruzione e favoritismi, a detrimento della competizione democratica, oramai una chimera. 

    Oro bianco, oro nero e dottrina Donroe

    Alla luce di quanto è emerso, ricondurre la ratio della rimozione di Maduro a una manovra di lotta al narcotraffico e al narcoterrorismo appare poco opportuno. E’ pur vero che la narrazione trumpiana ha attinto a diverse motivazioni per dar forza all’intervento in Venezuela, tuttavia, la retorica della “cospirazione al terrorismo” si è rivelata piuttosto un escamotage per eludere il Congresso, presentando la rimozione manu militari di Maduro come un’operazione di polizia piuttosto che un atto di guerra. 

    In tal modo, l’amministrazione si è districata fra le maglie dell’ordinamento americano, che pongono alcuni limiti all’unilateralismo del Presidente in casi di intervento armato; limiti che, tuttavia, sono spesso eludibili in casi di guerre ibride, interventi mirati, operazioni di polizia.

    Regime change 

    In ultimo luogo, appare ugualmente inopportuno parlare di regime change: è vero che il “Re” è caduto, tuttavia, non può dirsi lo stesso per la sua corte: l’establishment venezuelano resta sostanzialmente invariato, con l’opposizione venezuelana che è stata liquidata da Trump.   

    Ciò che appare decisivo, per l’amministrazione americana, non è tanto un ricambio dei soggetti al potere, quanto la disponibilità dei vertici che da anni gestiscono l’industria petrolifera — vale a dire l’attuale governo — a consegnare agli Stati Uniti il controllo del settore, permettendone una ristrutturazione sotto l’egida americana.

    Tale ristrutturazione, che sta prendendo il via, appare dunque come la vera ragione dell’intervento statunitense. Un intervento che bypassa ogni norma di diritto internazionale, non dolendosene più di tanto. 

    In conclusione

    La dottrina Donroe, come è stata ribattezzata dalla stampa, si esprime nel suo più crudo realismo: c’è il rigurgito di alcuni temi emersi già in epoca post-guerra fredda, come la lotta a un nemico transnazionale che mette al rischio la sicurezza americana—quasi una nuova forma di terrorismo— oppure come la difesa della democrazia che è stata ugualmente invocata, data la totale assenza di democraticità del regime venezuelano. 

    Tuttavia, ciò che è realmente emerso, prescindendo da ogni narrazione ufficiale, è il realismo più crudo e spregiudicato. Un realismo che si esplica nel tentativo di sigillare una propria sfera di influenza e che vede nelle risorse petrolifere presenti la vera posta in gioco.

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