La proposta di legge del centrosinistra sul congedo parentale, pensata per dare più tutele ai genitori lavoratori, è stata bocciata dai partiti di maggioranza. Una decisione che lascia perplessi e che riapre il dibattito su quanto sia difficile conciliare lavoro e famiglia in Italia, soprattutto per le donne.
In un Paese dove il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa, questa bocciatura rischia di penalizzare chi vuole lavorare senza rinunciare alla famiglia. La mancata approvazione mette in luce le tensioni tra politica, diritto europeo e bisogni concreti delle famiglie, evidenziando quanto sia urgente trovare soluzioni più efficaci e inclusive.
IL NO DELLA COMMISSIONE BILANCIO
Il percorso della proposta sul congedo parentale si è interrotto in una fase che precede il vero confronto politico. A fermarla non è stato un giudizio negativo sugli obiettivi, ma una valutazione tecnica legata alla sostenibilità economica dell’intervento. In Commissione Bilancio è prevalsa l’idea che le risorse individuate non fossero sufficienti a garantire l’attuazione della misura senza incidere in modo significativo sui conti pubblici.
Il valore sociale del congedo è stato riconosciuto, ma ritenuto non compatibile, in questa forma, con i vincoli di spesa. Da qui lo stop. La critica delle opposizioni si concentra proprio su questo punto: la scelta di considerare intoccabili alcune voci di bilancio e sacrificabili altre non sarebbe neutra, ma profondamente politica. Il nodo, dunque, non è se il congedo parentale serva, ma quali priorità si scelga di finanziare.
L’OBIETTIVO DELLA PROPOSTA
L’intenzione della proposta era intervenire su uno dei punti più fragili del nostro sistema di welfare: il sostegno ai genitori nei primi anni di vita dei figli. L’idea era quella di rafforzare il congedo parentale sia nella durata sia nella copertura economica, rendendolo uno strumento realmente utilizzabile e non solo formalmente previsto. In altre parole, non un diritto che esiste sulla carta ma che, per ragioni economiche, finisce per pesare quasi esclusivamente sulle madri.
La misura puntava a favorire una distribuzione più equilibrata delle responsabilità familiari, a sostenere il rientro al lavoro e a ridurre quel divario che ancora oggi separa l’Italia da molti altri Paesi europei sul terreno della conciliazione tra vita professionale e vita privata.
Era inoltre prevista una misura specifica per chi ha percorsi lavorativi discontinui: un assegno di maternità pari a 2.500 euro, pensato per non lasciare senza sostegno chi non rientra pienamente nei meccanismi ordinari di tutela. Nel complesso, l’obiettivo era rendere il congedo parentale uno strumento realmente accessibile e sostenibile, capace di incidere sulla distribuzione del lavoro di cura e sulle scelte professionali delle famiglie.
La proposta interveniva direttamente sul testo unico che disciplina le tutele per madri e padri lavoratori, con l’obiettivo di rafforzarne la portata e renderlo più aderente alla realtà sociale di oggi. Il cambiamento più significativo riguardava il congedo di paternità obbligatorio: non più una misura limitata a pochi giorni, ma un periodo esteso fino a cinque mesi, pensato per favorire una condivisione reale delle responsabilità familiari fin dai primi mesi di vita del figlio.
IL CONTENUTO DEL DISEGNO DI LEGGE
Le norme vanno ad incidere sul testo unico in materia di tutela e sostegno alla maternità e alla paternità, in particolare: “modificano l’articolo 22, comma 1, incrementando dall’80 al 100 per cento la quota della retribuzione sotto forma di indennità giornaliera cui hanno diritto le lavoratrici per tutto il periodo del congedo di maternità. L’incremento della suddetta quota riguarda anche: la lavoratrice e il lavoratore a domicilio(articolo 61, comma 2); le lavoratrici e i lavoratori addetti ai lavori socialmente utili che non possono vantare una precedente copertura assicurativa (articolo 65, comma 2); le lavoratrici autonome, artigiane ed esercenti attività commerciali (articolo 68, comma 2); le libere professioniste, iscritte ad un ente che gestisce forme obbligatorie di previdenza (articolo 70, commi 2 e 3”.)
La modifica riguarda anche l’articolo 27 bis del decreto legislativo n. 151 del 2001: “il padre lavoratore, dal mese precedente la data presunta del parto ed entro i diciotto mesi successivi, si astenga dal lavoro per un periodo di quattro mesi, di cui dieci giorni da utilizzare subito dopo la nascita del figlio e i restanti giorni da utilizzare anche in modo frazionato previa comunicazione al datore di lavoro. Entro lo stesso arco temporale, il padre lavoratore ha diritto di astenersi dal lavoro per un ulteriore periodo di un mese (comma 1, cpv. articolo 27-bis, commi 1 e 2); il congedo sia fruibile dal padre indipendentemente dal diritto della madre di fruire del congedo di maternità, non è alternativo a esso ed è riconosciuto anche qualora la madre sia una lavoratrice autonoma avente diritto all’indennità di cui all’articolo 66 (comma 1, cpv. articolo 27-bis, commi 3 e 4”.)
IL CONFRONTO CON L’EUROPA
A livello europeo, il congedo di paternità non è più una concessione facoltativa, ma uno standard minimo garantito. La direttiva UE sul bilanciamento tra vita privata e lavoro impone agli Stati membri di assicurare almeno dieci giorni lavorativi di congedo retribuito in occasione della nascita di un figlio.
Si tratta di una soglia di partenza, non di arrivo. Molti Paesi hanno scelto di andare oltre, prevedendo periodi più lunghi e, in alcuni casi, sistemi che incentivano in modo concreto l’utilizzo del congedo da parte dei padri, rendendo una parte del periodo non trasferibile alla madre. Accanto a questo, il congedo parentale può essere utilizzato entro un arco temporale che arriva fino agli otto anni di età del bambino, anche se le modalità di fruizione variano da Stato a Stato.
Il dato che emerge è chiaro: dove il congedo paterno è strutturato in modo forte e realmente retribuito, la partecipazione dei padri aumenta e l’impatto della genitorialità sulle carriere femminili si riduce. In Italia, invece, il modello resta ancora più contenuto rispetto a diverse esperienze europee, sia in termini di durata sia nella capacità di trasformare il diritto in una scelta concretamente sostenibile per le famiglie.
L’EUROPA DEL WORK–LIFE BALANCE
Il quadro europeo offre una cornice chiara in materia di congedi parentali e di paternità. Con la direttiva (UE) 2019/1158 sul bilanciamento tra vita professionale e vita familiare, l’Unione ha imposto agli Stati membri standard minimi comuni: almeno dieci giorni lavorativi di congedo di paternità retribuito alla nascita di un figlio e un diritto individuale al congedo parentale, da poter utilizzare entro un arco temporale che può estendersi fino agli otto anni di età del bambino.
Ed è proprio qui che emergono le differenze, alcuni Stati hanno scelto di rafforzare significativamente il congedo paterno, rendendolo più lungo e meglio retribuito. Se si guarda a quanto accade in altri Paesi europei, il divario appare evidente. In Spagna il congedo per i padri è stato progressivamente equiparato a quello delle madri, arrivando a sedici settimane retribuite e non trasferibili, con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare davvero il carico di cura. In Francia il congedo di paternità è stato esteso e reso più strutturato negli ultimi anni, mentre il sistema complessivo di sostegni alla famiglia si inserisce in una politica demografica di lungo periodo.
Ancora più avanzato è il modello della Svezia, dove il congedo parentale è di 90 giorni, ben retribuito e suddiviso in quote riservate a ciascun genitore, così da incentivare una partecipazione effettiva dei padri. In questo contesto, l’Italia appare in ritardo: pur rispettando gli standard minimi europei, la durata limitata e la copertura economica meno incisiva rendono il congedo meno attrattivo e meno capace di incidere sulle disuguaglianze di genere nel lavoro.
CONCLUSIONI
La bocciatura della proposta di congedo parentale presentata da tutto il centrosinistra mette in luce un problema più ampio: in Italia le politiche per la genitorialità restano frammentate. I padri hanno pochi giorni di congedo, le madri sopportano gran parte del carico di cura e le disuguaglianze di genere nel lavoro si mantengono alte.
Rispetto ad altri Paesi europei, dove i congedi sono più lunghi, retribuiti e divisi in modo da coinvolgere entrambi i genitori, l’Italia resta indietro. Senza misure più ambiziose, la gestione della famiglia continua a pesare soprattutto sulle donne, limitando le opportunità professionali e la reale partecipazione dei padri.
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