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    Iran e Arabia Saudita: una pace imperfetta in Medio Oriente

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    Iran e Arabia Saudita sono due potenze storicamente rivali, eppure oggi tale condizione sembra essere cambiata. Dopo decenni di ostilità, tensioni e guerre, la ripresa dei rapporti diplomatici nel 2023 ha aperto uno scenario nuovo, caratterizzato da distensione e dialogo, il quale per il momento sembra resistere alla fragilità dei rapporti su cui si fonda. 

    La “guerra fredda mediorientale”

    La rivalità ha un suo peso specifico nell’instabilità regionale, in quanto non si limita unicamente ad un confronto bilaterale, ma si traduce in una competizione per l’influenza in paesi terzi, dove Riyad e Teheran cercano di estendere la propria sfera politica e ideologica. 

    La logica di fondo è quella di ampliare la base del consenso e della legittimità, facendo leva su affinità religiose, etniche e culturali: l’Iran si appoggia alle comunità sciite e, più in generale, all’identità persiana; l’Arabia Saudita si propone invece come guida del mondo sunnita e arabo. Questo meccanismo alimenta processi di polarizzazione e di inasprimento dei conflitti. Questo è chiaro soprattutto se si guarda agli ultimi decenni: i due Paesi si sono schierati su fronti opposti in quasi ogni crisi regionale, impegnandosi in numerosi conflitti in Libano, Siria, Yemen e Iraq.

    L’Iran ha sostenuto movimenti sciiti e antioccidentali, al contrario, l’Arabia Saudita invece si è schierata a favore di movimenti sunniti e al fianco di alleati politici Occidentali.
    Anche la questione palestinese, che nella teoria vede d’accordo i due rivali, nella pratica, è stata trasformata in un ulteriore terreno di competizione, in cui l’Iran accusa l’Arabia, che si è posta come mediatrice dopo l’espulsione dell’Egitto dalla Lega araba, di eccessiva temperanza, favorendo di contro una retorica che screditi il lavoro saudita e che gli consenta di conquistare l’opinione pubblica araba.

    La distensione del 2023 

    Dopo una lunga serie di tentativi, il 10 marzo del 2023, Riyad e Teheran annunciarono la ripresa delle relazioni diplomatiche mediate dalla Cina a Pechino. Le relazioni, infatti, erano state interrotte nel 2016, quando l’Arabia Saudita procedette con l’esecuzione del leader sciita saudita Nimr al-Nimr, il quale fu accusato di incitazione alla rivolta delle minoranze sciite nel Paese.

    All’esecuzione seguirono forti proteste in Iran: i manifestanti assalirono e incendiarono l’ambasciata saudita a Teheran. La risposta da parte del governo di Riyad fu quella di chiudere le relazioni diplomatiche, segnando l’apice di una crisi durata 7 anni.

    Il documento congiunto firmato a Pechino ha posto particolare accento sul principio di non interferenza negli affari interni e sul rispetto reciproco della sovranità. Un ulteriore elemento d’assoluta novità è proprio il ruolo della Cina nel Golfo, un ruolo che fino a poco tempo fa sarebbe spettato agli Stati Uniti. 

    La cooperazione sulla questione palestinese e i suoi limiti 

    Anche la questione palestinese sembra essere divenuta un punto di convergenza. Durante un incontro all’OIC, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha definito l’unità mussulmana, e quindi anche la cooperazione con Riyad, come “essenziale per la causa palestinese”, per “resistere al tentativo di cancellare la Palestina tramite il trasferimento forzato dei Palestinesi da Gaza”.

    È evidente, però, che questo allineamento ha i propri limiti: l’Iran mantiene un approccio più militante e retorico, sostenendo gruppi armati come Hamas o Hezbollah; Bin Salman, invece, cerca di bilanciare il sostegno ai palestinesi con l’urgenza di non compromettere gli obiettivi del Vision 2030

    Il programma di riforme economiche e sociali promosso dal leader saudita influenza la sua politica estera: la necessità d’attrarre investimenti e diversificare l’economia spinge Riyad a distendere i rapporti con Teheran e a mantenere contemporaneamente un approccio pragmatico con Israele e Stati Uniti, pur garantendo comunque il sostegno alla causa palestinese. Il governo saudita è quindi impegnato in un delicato e difficile lavoro diplomatico, vista la fragilità del contesto internazionale.

    Le tensioni in Yemen 

    Nonostante l’incontro di dicembre tra le delegazioni di Iran, Arabia Saudita e Cina, dove si è confermato l’impegno di rispettare gli accordi di Pechino e di lavorare su una soluzione pacifica in Yemen, il Paese mediorientale resta ancora oggi teatro di un conflitto complesso. 

    L’Arabia Saudita continua a sostenere politicamente e militarmente il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale contro i ribelli Houthi, anche se nell’ultimo periodo la sua politica si è complicata a causa delle tensioni con i separatisti del Sud (STC) i quali hanno come principale alleato gli Emirati Arabi Uniti. 

    La destituzione di Al Zubaidi, leader dei separatisti, in aggiunta alle tensioni che Riyadh e Abu Dhabi hanno avuto nell’ultimo periodo, rischia di fratturare l’alleanza anti-Houthi tra i due Paesi. La seguente spaccatura interna, infatti, può avvantaggiare gli Houthi, i quali continuano a controllare le aree al nord del Paese.

    Il contesto favorisce l’Iran che sostiene da anni gli Houthi come alleati strategici nel conflitto yemenita, che rappresenta uno dei principali motivi di frizione tra Teheran e Riyadh prima della riconciliazione diplomatica del 2023, poiché gli Houthi hanno lanciato missili e droni verso l’Arabia Saudita e le sue infrastrutture. 

    L’importanza di Pechino 

    Nonostante le difficoltà che l’accordo di Pechino sta affrontando in questa fase, la Cina mantiene un profilo pragmatico, bilanciando le proprie relazioni con Riyadh e Teheran. L’obiettivo di Pechino è quello di essere l’attore principale nella diplomazia per la risoluzione del conflitto yemenita. 

    Nell’ultimo incontro trilaterale tra Cina, Arabia Saudita e Iran, tenutosi a Teheran nel dicembre 2025, si è ribadita l’importanza di trovare una soluzione pacifica per lo Yemen tramite l’appoggio delle Nazione Unite. Sebbene l’incontro però non abbia prodotto alcuna svolta sul conflitto yemenita, esso ha contribuito a porre le basi per un potenziale equilibrio diplomatico multilaterale, nel quale la Cina ambisce a svolgere un ruolo sempre più centrale

    Difficoltà e tensioni persistenti 

    La riapertura delle relazioni diplomatiche è senza dubbio un punto di partenza per la riduzione delle tensioni regionali. Tuttavia, seppur la retorica aggressiva si sia attenuata, la realtà sul terreno rivela difficoltà concrete e lo Yemen ne è il più chiaro esempio. Anche la questione palestinese rimane irrisolta, con un futuro ancora incerto.

    Teheran è inoltre sotto pressione, tra sanzioni internazionali e spinte interne da correnti radicali, mentre Riyad gode di maggiore libertà d’azione. Questa asimmetria crea una tensione latente: l’Iran potrebbe sentirsi messo all’angolo e ricorrere di nuovo a una logica di gioco a somma zero, aumentando il rischio di nuove crisi. 

    Tuttavia, l ’equilibrio, per ora, si fonda su un realismo condiviso da entrambi: nessuno dei due può permettersi una nuova escalation in una regione già instabile.

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