Da vari giorni la Repubblica Islamica è infiammata dalle proteste sul carovita. Nonostante inizialmente la risposta governativa fosse conciliante, si è arrivati allo scontro, con la morte di 7 persone. Il presidente Trump sottolinea la volontà di difendere il popolo iraniano.
La protesta
Domenica 28 dicembre i commercianti di due dei maggiori mercati del Paese, nella zona Jomhouri, hanno deciso di chiudere i negozi in segno di protesta. Successivamente, la manifestazione si è replicata anche nel Grand Bazaar.
Se inizialmente la contestazione è nata nei grandi mercati iraniani, qualche giorno dopo, martedì, è dilagata anche in sei dei maggiori campus universitari di Teheran. Le cause del malcontento sono varie, ma tutte riguardano il malessere economico che l’iran sta subendo da anni. L’aumento dell’inflazione e il crollo del valore della moneta locale, il Rial, sono due dei fattori che stanno causando un senso di impotenza e minaccia nella popolazione iraniana.
Guerra ed economia
Anche la guerra dei 12 giorni, contro Israele e Stati Uniti, nel giugno del 2025, ha influito sulla situazione politica fragile del Paese, facendo crollare al minimo storico la valuta iraniana e riducendo le entrate dalle vendite di petrolio, arrivando ad oggi ad avere un tasso di inflazione superiore al 40%.
Inizialmente, il presidente riformista Masoud Pezeshkian, ha riconosciuto la fondatezza delle rivendicazioni popolari, promettendo una maggiore attenzione alle riforme economiche e sociali. Infatti, il governo ha nominato un nuovo governatore della Banca centrale, in grado di ristabilire forza ad un’economia così fragile.
Nel corso delle ultime ore, però, la situazione è drasticamente cambiata, in quanto le risposte comprensive del governo sono state sostituite con attacchi violenti tra manifestanti e forze di sicurezza. Gli attacchi si sono concentrati maggiormente nelle zone di Azna, dove è stata incendiata la stazione della polizia, e di Lordegan. In più le forze di sicurezza iraniane hanno risposto ai gruppi manifestanti con idranti e lacrimogeni, discostandosi dalla linea conciliante dei primi giorni.
La risposta degli Stati Uniti
Le proteste non minacciano soltanto la situazione interna dell’Iran, ma hanno anche un risvolto internazionale. Subito dopo lo scoppio delle manifestazioni, il presidente americano, Donald Trump, si è posto subito in difesa dei manifestanti, dichiarando: “Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America verranno in loro soccorso. Siamo armati e pronti a partire”.
In risposta a questo il consigliere della guida suprema, Ali Larijani, è intervenuto affermando: “Qualsiasi tentativo di intervento che minacci la sicurezza dell’Iran verrà bloccato con una risposta che indurrà al rimpianto”. La tensione tra i due paesi, già poco stabile successivamente alle accuse statunitensi in merito al programma nucleare portato avanti dall’Iran, adesso torna ad essere fragile.
Anche dal fronte israeliano provengono voci di sfida nei confronti dell’Iran, come quella del ministro Ben Gvir, che, postando una foto dell’ayatollah a pezzetti, scrive: “Gli iraniani meritano una vita libera dal dittatore sanguinario”.
Il passato
Già nel 2022 e del 2023 le strade e le piazze delle principali città iraniane si erano infiammate a causa di una protesta, durata più di 100 giorni, dopo la morte di Mahsa Amini, studentessa arrestata per non aver indossato in modo corretto l’hijab e successivamente morta.
Al tempo, si arrivò persino a contestare la legittimità del regime, il quale rispose uccidendo più di 500 manifestanti, migliaia di arresti e sette condanne a morte. Le proteste odierne non hanno ancora raggiunto le dimensioni di quelle passate, ma non è da sottovalutare la rapidità con cui si sono già diffuse in numerose città.
Un nuovo periodo di instabilità
Questa nuova ondata di protesta segna un nuovo periodo di instabilità interna ed internazionale per l’Iran. Il rischio maggiore è che la protesta, nata per ragioni prettamente economiche, si possa trasformare come in passato in una delegittimazione del regime, aumentando di fatto la debolezza di quest’ultimo agli occhi dei leader internazionali.
È necessario dunque intervenire su due fronti, da un lato puntando al miglioramento delle gravi condizioni della popolazione iraniana, ponendo così fine al malcontento generale ed evitando di continuare ad indebolire il già fragile governo riformista, e dall’altro trovando una soluzione per stabilizzare anche la situazione internazionale con gli Usa.
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