L’export cinese è sempre più inarrestabile: il 2025 si è chiuso con un surplus commerciale di circa 1.189 miliardi di dollari, più di ogni altro stato nella storia, superando il proprio stesso valore raggiunto nel 2024. Nonostante la guerra commerciale ed i dazi imposti da Trump, la Cina esporta più che mai.
Nel 2025 la Cina ha registrato il più ampio surplus commerciale della sua storia recente diventando sempre più leader indiscusso nel commercio globale. Nello specifico le esportazioni sono cresciute del 6,1%, mentre le importazioni appena dello 0,5%, seguendo il solco tracciato dal Governo di Xi Jinping: rendere il Paese sempre più indipendente ed autosufficiente.
Positivi anche i dati sul valore del commercio estero totale che ha raggiunto la cifra record di circa 6.500 miliardi di dollari.
Il caso della politica commerciale cinese
Questi dati, pur impressionanti nella loro dimensione quantitativa, sono soprattutto rivelatori di una dinamica ben più profonda ed articolata: la crescente incompatibilità tra la strategia di politica industriale e commerciale di Pechino (leader mondiale nella produzione e commercializzazione di prodotti) e le dinamiche del commercio globale – con le principali economie europee che corrono ai ripari per evitare un’invasione di prodotti – oltre che una strutturale difficoltà nell’agganciare la domanda interna alla crescita economica rendendo l’economia del Dragone sempre dipendente dalla domanda estera.
Ma questo dato è eloquente sotto il profilo della capacità dell’economia cinese di riuscire ad azzerare gli effetti della guerra commerciale con gli Stati Uniti di Trump che ha caratterizzato il 2025: se è vero che le esportazioni verso gli USA sono infatti diminuite del 20% circa (le importazioni del 15%), è altresì vero che Pechino ha aumentato il proprio export verso l’Europa (+8,5%) e verso i Paesi del sud-est asiatico, con tassi di crescita che sfiorano il 13,5%. Queste ultime rivestono particolare importanza poiché Paesi come Thailandia o Vietnam possono essere utilizzati da imprenditori cinesi per esportare la propria merce negli Stati Uniti, aggirando i dazi voluti dall’amministrazione americana.
Il surplus commerciale non è una semplice voce di bilancio. È l’esito di scelte politiche, industriali e macroeconomiche che affondano le radici nella storia recente della Cina e che oggi entrano in collisione con un mondo meno incline ad accettare passivamente una concorrenza così forte sui prodotti. Per comprendere l’attuale record commerciale occorre tornare al 1978, quando Deng Xiaoping inaugurò la stagione “riforme e apertura”.
La Cina abbandonò progressivamente l’autarchia maoista per abbracciare un modello nuovo che combinava il socialismo politico ad un’economia di mercato con un’integrazione, ancorché selettiva, nel sistema capitalistico globale. Le Zone Economiche Speciali, gli investimenti esteri, la crescita demografica e l’orientamento all’export posero le basi di una crescita senza precedenti.
L’ingresso nel WTO nel 2001 segnò una svolta decisiva, rendendo la Cina il principale partner commerciale di molti paesi. Il surplus commerciale non era un’anomalia, ma una componente strutturale del modello. L’enorme crescita della popolazione, più che proporzionalmente rispetto alla dinamica del Prodotto Interno Lordo, ha potuto contare sulla bilancia commerciale come contributo determinante nel colmare quel gap.
Surplus da record ma Pil in affanno, un paradosso?
La politica commerciale è costituita da tutti quegli strumenti e strategie (quote di importazioni, tariffe e dazi doganali, accordi di libero scambio ed investimenti esteri) con cui uno stato gestisce il proprio commercio estero. Il saldo di questa bilancia commerciale contribuisce direttamente sul Pil nazionale.
Nel caso cinese, l’export è sempre meno composto da beni a basso valore aggiunto e sempre più da prodotti tecnologicamente avanzati: veicoli elettrici, batterie, pannelli solari, macchinari. Proprio questi settori sono oggi al centro delle tensioni commerciali con Stati Uniti ed Europa.
Il paradosso è evidente: mentre il surplus commerciale segna nuovi record il PIL cinese cresce a ritmi modesti, lontani dai dati a doppia cifra del passato. Il contributo positivo delle esportazioni nette compensa una domanda interna debole, frenata dalla crisi immobiliare, dall’eccesso di debito e da una persistente incertezza delle famiglie.
In un’economia di puro mercato, l’aumento della produttività e dei redditi derivante dalla crescita delle esportazioni si tradurrebbe in maggiore domanda e consumo interno, facendo crescere il Pil.
Ed è in questo che il modello cinese si discosta: adottando un modello ibrido di “capitalismo statale” in cui il governo mantiene il controllo su molte leve di politica commerciale (tra cui i salari), la politica commerciale resta isolata e incapace di traslare ricchezza nell’economia reale (proprio attraverso, per esempio, i salari) indebolendo la crescita del Pil.
Quali i rischi di un surplus così elevato?
Uno squilibrio commerciale, seppur di notevole entità, non rappresenta un rischio di per sé. Tuttavia, può produrre tensioni macroeconomiche e geopolitiche se si protrae nel tempo. Gli effetti vanno letti su diversi piani: interno, internazionale e sistemico.
Sicuramente un export elevato può portare, come detto, ad una dipendenza dalla domanda estera ed in caso di rallentamento della domanda globale (recessione o per shock di altro tipo) vi sarebbe un’eccessiva vulnerabilità.
Un secondo rischio è caratterizzato da perenne sovraccapacità produttiva non assorbita dal mercato interno con conseguente pressioni deflazionistiche (e riduzione della redditività delle imprese); l’afflusso netto di capitali che il surplus commerciale produce porta ad un apprezzamento della moneta con riduzione immediata della competitività nell’economia cinese la banca centrale si occupa di evitare che i tassi di cambio fluttuino liberamente).
Non manca, inoltre, il rischio di incrinare i rapporti commerciali con altri Paesi, inducendo i partner commerciali ad adottare dazi, quote, restrizioni, qualora questi ravvisassero una politica commerciale aggressiva; infine, ipotizzando una grande bilancia commerciale globale a somma zero, l’avanzo commerciale di un’economia altro non è che il disavanzo commerciale di altre economie.
È risaputo che gli squilibri di mercato aumentino il rischio di accumulazione di debito, di instabilità finanziaria e di tensione sui mercati di capitali, con conseguente deterioramento della cooperazione internazionale e degli organi sovranazionali ad esso preposti.
L’avanzo commerciale cinese potrebbe inondare il mercato europeo di beni a basso costo, causando un effetto domino nell’economia reale, oltre che ridisegnare la mappa globale delle catene di approvvigionamento, orientandole sempre più laddove il costo dei fattori di produzione è più conveniente.
Concludendo…
È facile asserire che la prorompente forza commerciale del Dragone è insieme un punto di forza ed una vulnerabilità. Finché Pechino non riuscirà a riequilibrare il proprio modello di crescita, riducendo la dipendenza dall’export e rafforzando la domanda interna, i rapporti con l’Occidente rimarranno tesi.
Il dialogo, la cooperazione e gli scambi commerciali con l’oriente possono essere un’opportunità di crescita anche per le economie occidentali, che devono fare i conti con dei paradigmi socio-culturali differenti. In alternativa il costo di una chiusura sarebbe tutto a carico della stabilità globale – e della stessa Cina.
20260024

