L’attacco israelo-statunitense sferrato sabato 28 febbraio contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha destabilizzato il Medio Oriente, indebolendo fortemente l’apparato securitario regionale. In questa fase risulta estremamente complicato prevedere con sicurezza la durata del conflitto, ma la possibilità che esso possa protrarsi per settimane, se non mesi, è alquanto concreta.
Questo scontro rischia di mettere a repentaglio la sicurezza europea, come dimostra l’aggressione iraniana alla base britannica a Cipro, con conseguenze pesantissime da un punto di vista economico, specialmente se si dovesse rivelare essere un conflitto duraturo.
La strategia iraniana non consiste solo nel bombardare le basi statunitensi in Medio Oriente utilizzate a scopo offensivo e difensivo, ma vengono colpite anche le infrastrutture critiche, come quelle energetiche e i porti. Una mossa simile implica che la volontà del regime islamico non sia solo quella di arrecare danni all’hard power americano, estendendo il conflitto ad altri attori, ma anche generare conseguenze geoeconomiche estremamente negative per tutta la comunità internazionale, la quale potrebbe mettere pressione a Stati Uniti e Israele per porre fine al conflitto.
I rischi energetici
A preoccupare particolarmente è lo Stretto di Hormuz, chokepoint di rilevanza assoluta sul piano strategico, da dove passa il 20% del petrolio globale, grazie alle attività dei paesi del Golfo Persico. Diversi paesi europei soddisfano una consistente parte del proprio fabbisogno energetico grazie al petrolio che transita da questo collo di bottiglia, e, qualora l’Iran dovesse attuare una chiusura prolungata, si avrebbero conseguenze tragiche per tutto il continente europeo, e non solo. I prezzi del petrolio sono già in aumento, con il Brent che è salito oltre gli 80 dollari al barile, ed è destinato a subire un incremento maggiore nei prossimi giorni.
La stessa situazione coinvolge anche il gas naturale, con il Tft che in aumento del 53%. Con ogni probabilità i consumatori europei sono chiamati ad affrontare mesi complessi, in cui aumenteranno notevolmente le spese legate a bollette e carburante.
Qualora le attività belliche dovessero durare settimane, o peggio ancora mesi, diventerebbe di primaria importanza trovare soluzioni che possano scongiurare una regressione economica globale. Il Presidente americano Donald Trump riflette sulla possibilità di scortare militarmente il passaggio del petrolio e del gas naturale dallo stretto, pratica difficilmente attuabile però in questo momento da un punto di vista logistico.
Aumento dei costi logistici e commerciali
A causa degli attacchi iraniani è a rischio anche il commercio europeo, in particolare l’import ed export con i partner asiatici, per il quale il passaggio dagli spazi marittimi mediorientali è fondamentale. In questo frangente l’apparato securitario dell’area è in frantumi, e ciò genera la necessità di percorrere rotte alternative, con un cospicuo aumento dei costi di trasporto.
Una possibilità per preservare le relazioni commerciali europee potrebbe essere la circumnavigazione dell’Africa, come stanno già facendo diverse aziende asiatiche, ma chiaramente ciò aumenta le tempistiche e i costi, e se per qualche giorno può essere una soluzione efficace, sarebbe invece insostenibile sul lungo periodo.
L’incremento dei costi di trasporto, così come quello del carburante utilizzato dalle navi si riverserebbe molto probabilmente sul consumatore europeo, che si troverebbe ad acquistare beni a prezzi maggiorati. Nel complesso, è evidente che per i cittadini del Vecchio Continente le conseguenze di questo conflitto non possano che essere negative, a causa del probabile aumento del prezzo della vita.
Stagflazione e contrazione del PIL
La sensazione è che questo conflitto stia portando ad un vortice capace di danneggiare enormemente il continente. Se la guerra dovesse continuare, l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare il fenomeno della stagflazione, ovvero una stagnazione economica abbinata ad un incremento dell’inflazione.
La crescita subirebbe una battuta d’arresto non indifferente, propiziata dall’aumento dei costi di produzione per via dei picchi energetici, con un conseguente taglio dei lavoratori. A pagarne maggiormente le conseguenze sarebbero certamente le aziende operanti nei settori energivori, come le industrie chimiche e siderurgiche, fondamentali sul piano economico-industriale nel contesto continentale. A causa di queste dinamiche regressive il PIL potrebbe subire una cospicua contrazione.
Per l’Unione europea si prospettano mesi particolarmente complicati, e per comprendere con certezza quali saranno le conseguenze reali sul piano economico è necessario attendere le evoluzioni del conflitto. Chiaramente, qualora lo scontro militare mediorientale dovesse durare per mesi, le prospettive sarebbero tragiche, non solo per il Vecchio Continente, ma per l’intera comunità internazionale.
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