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    Nell’era Trump il Canada riscopre la Cina come partner commerciale

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    Negli ultimi anni le relazioni tra Canada e Cina si erano progressivamente deteriorate, a causa di tensioni diplomatiche o commerciali e una politica estera del governo Trudeau indisponente nei confronti di Pechino. 

    Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, però, ha spinto Ottawa a riconsiderare le proprie priorità strategiche: il primo ministro Mark Carney ha riaperto un dialogo con i cinesi, ritrovando il primo accordo commerciale dopo anni di gelo e avviando una riduzione reciproca dei dazi nell’industria automobilistica e agroalimentare. 

    Un passaggio significativo non solo in chiave bilaterale, ma anche per ciò di cui è sintomatico nel contesto internazionale attuale, segnato dalla trasformazione degli equilibri economici e geopolitici e da alleanze sempre più fragili.

    I rapporti tra Canada e Cina

    I rapporti ufficiali tra Canada e Cina si erano interrotti nel 2017, anno dell’ultima visita dell’allora primo ministro Justin Trudeau nel Paese asiatico. Da quel momento si sono susseguite numerose tensioni diplomatiche, come l’arresto nel 2018 della direttrice di Huawei in Canada su mandato statunitense e la seguente detenzione punitiva di un analista e un imprenditore canadesi in Cina, o le accuse di infiltrazione cinese nel Parlamento canadese nel 2022.

    Nel 2024, il Canada – in sintonia con gli Stati Uniti e l’Unione europea – aveva imposto dazi del 100% sulle importazioni di veicoli elettrici dalla Cina, per proteggere l’assetto interno dell’automotive da un mercato ampiamente sostenuto dallo Stato e per questo più competitivo, insieme ad altre barriere doganali sull’acciaio e l’alluminio. Uno dei settori trainanti dell’industria canadese – concentrato soprattutto nella regione dell’Ontario – è proprio quello automobilistico, che produce il 10% dei ricavi manifatturieri interni e da cui dipendono la maggior parte delle esportazioni di auto e componenti verso l’estero.

    La Cina aveva risposto con altrettanti dazi, colpendo in particolare il settore agricolo dell’olio e i semi di colza, della farina e dei piselli.

    La rielezione di Trump

    Il ritorno di Trump e la politica commerciale aggressiva degli Stati Uniti ha però cambiato le cose, anche per il Canada. Alle elezioni del 2025, tenute dopo le dimissioni di Trudeau, il Partito Liberale di Mark Carney era cresciuto in modo inaspettato a seguito delle dichiarazioni del presidente statunitense sulla volontà (piuttosto improbabile) di annettere il Canada come 51° Stato. Grazie alla sua opposizione più decisa alle intromissioni di Trump, rispetto all’atteggiamento accomodante dell’avversario conservatore Pierre Poilievre dato per molto tempo in vantaggio, ad aprile Carney fu nominato capo del governo. 

    Dall’inizio del mandato ha mostrato una notevole postura internazionale, rivendicando fermamente la priorità degli interessi commerciali canadesi rispetto alle decisioni protezionistiche di Donald Trump, ed è riuscito a mantenere anche un buon consenso interno grazie a una politica pragmatica e moderata, più incentrata sullo sviluppo industriale e la crescita economica che sui temi culturali.

    L’introduzione da parte degli USA di dazi sui beni canadesi (soprattutto le automobili) alla fine dell’anno aveva quindi spinto ulteriormente il governo canadese a cercare accordi commerciali con altri stati, e di conseguenza a riaprire un canale di comunicazione anche con la Cina dopo anni.

    La distensione con Pechino

    Un contatto iniziale con il presidente Xi Jinping c’era già stato a ottobre 2025 durante il vertice per la cooperazione economica tra l’Asia e il Pacifico (APEC), in cui il primo ministro canadese aveva dichiarato di essere pronto a riprendere le relazioni con il mercato cinese per diversificare i partner commerciali a fronte dell’inaffidabilità statunitense.

    Venerdì si è tenuta invece la prima visita ufficiale di Carney a Pechino: il capo del governo canadese ha raggiunto quello che ha definito “un accordo preliminare ma cruciale”, con cui sono state alleggerite alcune misure per tornare ai livelli precedenti al 2024. 

    In cambio dell’ingresso annuale di 49mila veicoli elettrici cinesi nel Paese e di una riduzione dei dazi dal 100% al 6,1%, la Cina ha promesso di rimuovere o diminuire i dazi sui prodotti alimentari canadesi (come colza, piselli e aragoste) dall’84% al 15% entro il primo marzo, e di permettere l’ingresso nel paese senza visto ai visitatori canadesi.

    Le reazioni

    Questa strategia potrebbe rivelarsi favorevole, in particolare per il comparto agricolo canadese, ed è stata accolta molto positivamente dalla stampa cinese, che ha festeggiato il disallineamento di Ottawa dall’alleato statunitense e il recupero dello storico legame diplomatico tra i due Paesi dopo la presidenza di Trudeau, concentrandosi relativamente poco sui dettagli dell’accordo. 

    La Cina, d’altronde, ha bisogno di un nuovo ordine commerciale mondiale in cui poter essere protagonista, dato che la sua economia dipende ancora in gran parte dalle esportazioni. Carney ha comunque ribadito formalmente le “linee rosse” di questo rapporto, definite nel rispetto dei diritti umani e nella non interferenza sulle elezioni canadesi.

    Le critiche all’accordo

    L’iniziativa ha attirato anche diverse critiche. Avversari politici interni come Poilievre hanno fatto notare l’incongruenza tra la posizione attuale di Carney verso la Cina e quella tenuta durante la campagna elettorale, in cui l’allora candidato progressista aveva bollato Pechino come la più grande minaccia alla sicurezza nazionale. 

    Gli Stati Uniti hanno scelto una linea più ambigua: il Segretario dei Trasporti Sean Duffy ha dichiarato che il governo canadese “si sarebbe presto pentito” di aver fatto entrare veicoli cinesi nel suo mercato, per l’alta concorrenza che potrebbe mettere in ginocchio il settore. 

    Posizioni simili sono state ribadite anche da rappresentanti dell’automotive canadese e dal Premier dell’Ontario Doug Ford, che si è detto preoccupato per le importazioni a basso costo dalla Cina, nonostante Carney abbia garantito che il loro numero contenuto non darà problemi al mercato interno.

    Il presidente Trump, invece, interrogato dai giornalisti, ha detto semplicemente che se il Canada ha avuto la possibilità di fare questo accordo economico con la Cina ha fatto bene a farlo, ostentando una certa indifferenza. Secondo lo stratega finanziario Jim Thorne, la reazione contraddittoria dell’amministrazione americana, che da una parte condanna e dall’altra attende, sarebbe dovuta al fatto che Trump stia guardando agli sviluppi della collaborazione con interesse, per osservare come si svolgerà e se potrà essere una potenziale strada da percorrere anche per il governo di Washington.

    Una nuova visione della Cina

    Nonostante il dialogo con un soggetto così ‘moralmente scomodo’ e culturalmente distante come la Cina abbia destato diverse perplessità, secondo l’ex funzionario di governo Sharan Kaur è una mossa sempre più necessaria in un contesto in cui l’alleanza fondamentale con gli Stati Uniti è stata messa in crisi da un vicino di casa che non ragiona più secondo gli schemi passati. 

    L’ordine globale che vigeva fino a pochi anni fa è stato trasformato a tal punto che anche una grossa economia come quella canadese non può più fare affidamento sui partner tradizionali, ma non può neanche pensare di poter essere completamente autosufficiente: il riconoscimento della potenza asiatica come interlocutore commerciale è un passaggio reso obbligato dalle circostanze, per quanto comporti uno sforzo diplomatico maggiore del solito.

    Sempre più realtà nazionali si stanno trovando di fronte al dilemma di dover interfacciarsi con la Cina a causa dell’imprevedibilità statunitense: paradossalmente, la politica estera senza filtri di Trump sta minando l’egemonia americana nel mondo e sta rafforzando invece la percezione globale della Cina, che appare più politicamente accorta e attendista, oltre che un modello per come ha reagito alle provocazioni dei dazi.

    Secondo un recente report dell’European Council On Foreign Relations, la maggior parte delle persone nel mondo vede la Cina come un Paese in netta crescita, capace di prendere le redini della politica internazionale così come di ampi settori tecnologici e industriali (come quelli dell’intelligenza artificiale, delle energie rinnovabili o dei veicoli elettrici). 

    In conclusione

    In quello che sembra prospettarsi un nuovo sistema multipolare e post-occidentale, Pechino è vista non più solo come un avversario, ma un possibile partner strategico, mentre gli Stati Uniti non hanno più quel rispetto internazionale di cui godevano da decenni. Le alleanze e i rapporti di forza cambiano, il mondo non è più diviso in netti blocchi contrapposti ma molti paesi – ad esempio India, Brasile e Turchia – pensano di poter collaborare contemporaneamente sia con gli USA che con la Cina. 

    In questo scenario sono fisiologiche forme di disorientamento e incertezza, soprattutto in un’Unione europea rimasta incastrata tra una visione delle relazioni internazionali novecentesca e dei nuovi stravolgimenti che compromettono legami passati: appare imperativo dunque non restare indietro, trovare una nuova collocazione chiara che possa dare stabilità e perseguire obiettivi che siano nell’interesse comune del Vecchio Continente.

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