A poche ore dall’apertura delle porte dell’Ariston, il Festival di Sanremo è già sul terreno del dibattito politico. Non perché qualcuno abbia pronunciato pesanti parole “da monologo”, ma per la cornice tirata su dal servizio pubblico che, sebbene sia stata architettata per essere una zona a bassa turbolenza, con le polemiche sollevate sui co-conduttori e sulla presunta presenza di Giorgia Meloni in platea, rischia di diventare luogo di scontro tra fazioni (o già lo è).
Il caso Pucci e la fabbrica del conflitto come distrazione di massa
L’annuncio della presenza di Andrea Pucci come co-conduttore ha innescato una reazione immediata della politica e della società civile, con i parlamentari del Partito Democratico nella Commissione di Vigilanza Rai che hanno chiesto ai vertici del servizio pubblico di chiarire i motivi della scelta vista la caratura del personaggio ben noto al grande pubblico per gli sketch pieni di luoghi comuni sul ruolo della donna nella famiglia e per le uscite omofobe avute ai danni di Tommaso Zorzi.
Una volta arrivato il passo indietro, motivato dal comico dall’ondata di insulti e minacce sui social, il caso non si è chiuso poiché il centrodestra, tramite le sue più alte cariche dello Stato, ha letto la vicenda come un caso di censura, sollevando una polemica su una presunta intimidazione ideologica da parte dell’opposizione, accusata di “deriva illiberale”.
Al contrario di quanto affermato dalla compagine di Governo, che ha fatto della rinuncia volontaria di Pucci battaglia politica, parlare di censura è improprio, visto non siamo di fronte a un potere che silenzia, ma a un soggetto che arretra, non davanti a un divieto, bensì di fronte alle conseguenze del progresso sociale e culturale: oggi, ciò che per anni è stato liquidato come “comicità”, non è più socialmente neutro né politicamente indifferente, critica legittima sollevata a gran voce che non dovrebbe essere derubricata come repressione.
Pausini, l’idea tossica dell’artista “neutrale” e il confronto con Bad Bunny
La scelta di Laura Pausini come co-conduttrice di tutte e cinque le serate appare coerente con il contesto voluto dai vertici Rai: una figura rassicurante, internazionale e al tempo stesso nazional-popolare, “non divisiva”.
Nel 2022, ospite di El Hormiguero – trasmissione spagnola – la Pausini rifiutò di cantare “Bella ciao” definendola “troppo politica” e sostenendo di non voler essere usata per fini propagandistici, rivendicando la scelta di non cantare “canzoni politiche”. Una posizione legittima sul piano individuale, ma sul piano pubblico rischia di costruire un mito, cioè che esistano artisti “puri” e artisti “schierati”, musica “vera” e musica “ideologica”, una mistificazione comoda che trasforma la cultura in arredamento e la politica in rumore da evitare.
Se ciò che chiamiamo politica riguarda anche, come definito dal filosofo francese Jacques Rancière, la “distribuzione del sensibile”, ovvero ciò che può essere visto, detto, ascoltato come rilevante, non è vero che l’arte debba essere una presa di posizione dura e pura ma è altrettanto vero che non può sottrarsi alle conseguenze politiche della propria forma, per cui la fantomatica neutralità tanto decantata da alcuni si trasforma quasi sempre in una forma di adesione al presente. Per dirlo in modo più semplice, rubando le parole al celebre artista Michelangelo Pistoletto, “l’arte è politica”.
Il confronto che mette a nudo questo equivoco arriva dall’altra sponda dell’Atlantico. Bad Bunny ha guidato l’Halftime Show del Super Bowl LX: performance in spagnolo, con riferimenti culturali e identitari, con brani contro l’imperialismo e contro ogni forma di prevaricazione del più forte sul più debole, che hanno scatenato polemiche dalla parte di America conservatrice guidata da Trump, non per il contenuto ma per il solo fatto di esistere in quello spazio, luogo simbolo per la cultura degli Stati Uniti.
Qualche settimana prima l’artista era stato vincitore del Grammy per l’Album of the Year, ribadendo che la musica può stare al centro del mercato senza smettere di essere un dispositivo politico, cioè una grammatica di appartenenza, conflitto e identità che funga da megafono per i popoli oppressi come, nel caso di Bad Bunny, la sua Porto Rico.
Meloni all’Ariston? Voce smentita da fonti vicine al Governo
La polemica meno interessante, proprio perché è una non-notizia, sembra essere la voce fatta trapelare dalla Stampa della presenza di Giorgia Meloni in platea al Teatro Ariston. Fonti di governo hanno smentito, spiegando che l’ipotesi non sarebbe mai stata presa in considerazione; anche Conti l’ha derubricata a fake news.
Che l’indiscrezione sia sembrata “credibile” basta a spiegare perché Sanremo resti un oggetto politico, in cui la platea non è un semplice pubblico, ma legittimazione. Lo si è visto nell’istituzionalizzazione del Festival, culminata nel ricevimento al Palazzo del Quirinale, dove Sergio Mattarella ha sottolineato il coinvolgimento popolare del Festival “grazie alla Rai” e ne ha sancito il legame con le istituzioni.
In conclusione
Se Sanremo sembra già conflittuale è perché abbiamo imparato a mettere il conflitto dove fa meno danni: nei simboli sostituibili, nei casi mediatici che arrivano al giro di boa in tre giorni, nelle guerre culturali a basso costo e non sulle tematiche chiave che condizionano – spesso negativamente – il destino del Paese e il futuro delle giovani generazioni.
In questo senso, il quesito da porre non è se il Festival distragga – perché è evidente che sia così – ma piuttosto quale idea di cultura e di spazio pubblico contribuisca a consolidare. La questione diventa allora capire chi tragga vantaggio da un contesto in cui una canzone legata alla storia della Resistenza viene percepita come potenzialmente divisiva, mentre passano inosservati criteri, tutt’altro che neutri, attraverso cui si decide chi può parlare, con quali linguaggi e a quali condizioni, sulla vetrina più rilevante del servizio pubblico italiano.
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