In ambito accademico, ogniqualvolta che, ad un dato stimolo, corrisponde una risposta, si parla di comportamentismo. Nella realtà geopolitica odierna, invece, tale nesso è addirittura intrinseco alla natura umana, tant’è vero che lo si può osservare con frequenza, non tanto negli oltre 400 milioni di abitanti dello spazio europeo, bensì oltreoceano. Inutile specificare che il presidente statunitense Donald Trump calza a pennello in questo quadro.
L’Europa e l’Artico
Data l’insistenza della Casa Bianca sul controllo della Groenlandia, in attesa di valutare l’esito del confronto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, previsto per lunedì 19 gennaio, l’Europa non resta affatto immobile.
Danimarca e Belgio mettono le mani avanti, e lo stesso fa la Francia, inviando propri militari a Nuuk. Un contingente limitato, certo, ma che ben testimonia l’intento della missione Artic Endurance: mettere a freno la retorica statunitense e impedire una eventuale “acquisizione” coattiva del territorio artico autonomo.
Anche Mosca entra in campo, consapevole di uno scenario definito “insolito” dal portavoce del Cremlino Peskov, e prende le parti della corona danese.
La posizione statunitense
Parallelamente, anche Donald Trump dà dimostrazione di vitalità. Non solo persevera a reiterare il paradigma secondo cui Nuuk si troverebbe come mai prima d’ora di fronte ad un bivio, divisa tra l’influenza statunitense e russo-cinese, ma sorvola sulle dichiarazioni di Jens-Frederik Nielsen, primo ministro groenlandese e, di fatto, esclude il Vecchio Continente dalla partita sull’Artico. Insomma, esibisce tutt’altro che indecisione circa i passi da compiere nell’immediato futuro. Di qui l’eventualità di imporre dazi a qualsiasi Paese ostacoli le proprie ambizioni.
Il panorama è chiaro: da parte europea, alla frequente aleatorietà propria dei canali diplomatici comunitari sono subentrati piani militari tali – almeno sulla carta – da arginare i pericoli incombenti da oltreoceano; da parte statunitense, invece, reagendo all’invio di militari sul campo, si intende fare leva sulle ricadute economiche per costringere la controparte – la corona danese – a voler trovare un accordo. Un paradigma consolidato, testato sulla stessa Unione europea.
La Corte Suprema
Il gioco si fa più complesso considerando che esiste una variabile che Donald Trump non può ignorare: il verdetto della Corte Suprema sulla legittimità dei dazi, una decisione destinata ad avere ricadute significative tanto sul lato economico quanto su quello istituzionale.
Nel caso in cui la Corte Suprema “scomunicasse” la linea protezionistica finora adottata, le carte giocate dalla Casa Bianca potrebbero divenire nulle. È lo stesso Trump a dirlo, sarebbe “una vergogna” per il Paese e, non da ultimo, per la propria reputazione nel mondo.
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