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    Dominare la Città Eterna: benvenuti a Lazio-Roma

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    Un derby reso affascinante anche solo a pronunciare il nome della città: Roma. La Caput Mundi dell’antichità, la culla della civiltà e il simbolo dell’impero più grande del mondo. Ma se la Capitale d’Italia da un lato (quello più visibile ai turisti) mostra fiera le sue opere e la sua grandezza artistica e culturale, dall’altro nasconde crepe e difetti non degni del suo nome. Anni di malgoverno e di corruzione hanno minato la leadership della Città Eterna dentro i confini del Belpaese, lasciando all’odiata rivale Milano il ruolo di centro più ricco d’Italia.

    Ecco il paradosso di Roma; la città più bella e importante del mondo ridotta in ginocchio da coloro che dovrebbero promuoverla e difenderla. I romani, uomini veraci ed estremamente fieri della Capitale, la amano e la criticano tutti i giorni. Perché l’amore, quando è estremamente forte e radicato, porta ad una passione feroce e maniacale. Amore per Roma e per la propria squadra di calcio. Lazio e Roma. Due mondi opposti, inconciliabili e costretti a vivere sotto la stessa luce capitolina. In una città che grazie a chiacchiere, sfottò, giornali, radio, calciomercato e scontri, vive di calcio 24 ore al giorno. Generando una pressione che quasi nessuno riesce a sopportare. Per questo motivo vincere qui è così arduo.

    Ma i trofei in questo caso passano in secondo piano. L’importante è vincere il derby. L’importante è battere l’avversario. Possibilmente distruggendolo.

    La Lazio

    Siamo nel 1900, sulle sponde del Tevere. Nei pressi di Piazza della Libertà si riuniscono abitualmente “nove giovanotti romani” che da anni praticano podismo e canottaggio. I nove hanno un’idea (per quel tempo) rivoluzionaria: fondare una società polisportiva. Non un solo team dunque, non un solo sport: tante squadre sotto un solo nome: Lazio. Non si poteva in quegli anni chiamare una società con la sacra dicitura “Roma”; il bersagliere Luigi Bigiarelli, leader carismatico tra i fondatori, optò dunque per il nome della regione della Capitale. Per i colori vennero scelti quelli della Grecia, patria delle Olimpiadi: il biancoceleste. Come simbolo venne invece adottata l’aquila romana, stemma delle legioni imperiali romane. Ovviamente, tra i vari sport praticati dalla polisportiva, venne annoverato anche quello strano sport proveniente dall’Inghilterra…

    La Lazio restò per anni l’unica squadra della Capitale a praticare il football, anche se a Roma vi erano molteplici piccole realtà calcistiche, come la Roman, la Fortitudo, l’Alba, molto seguite nell’ala più povera della Capitale. I ricchi e i borghesi invece si innamorarono perdutamente della Lazio; un po’ per la supremazia cittadina, un po’ per i colori olimpici, la polisportiva fece breccia nel cuore della parte patrizia della città. Anche molti “plebei” però si affezionarono ai biancocelesti. Roma aveva così la sua squadra principale; anche se, nei rioni più poveri della capitale, la Lazio non era riuscita ad attecchire…

    La Roma

    Quei quartieri poveri di Roma di cui sopra non riuscirono mai a tifare per la Lazio; le piccole società capitoline non avevano grandi fortune e giocavano nelle serie minori, mentre la squadra più forte, la Lazio appunto, doveva vedersela con le blasonate e ricchissime compagini del Nord. Una situazione del genere era intollerabile per il Fascismo. Il regime non poteva sopportare la totale inferiorità della Capitale nei confronti delle altre squadre. Italo Foschi, segretario del PNF, si preoccupò di iniziare una vasta opera di fusione tra le società romane, in modo tale da formare un’unica, competitiva, squadra. L’iniziativa suscitò entusiasmo ed adesione nelle piccole compagini della città; i vari tifosi più poveri di Roma poterono finalmente riunirsi per sostenere un’unica realtà. Il regime abolì il veto sul sacro nome: nel 1927 nacque l’A. S. Roma. Venne adottato come simbolo la lupa capitolina, la quale secondo la leggenda aveva allattato i fondatori della città, Romolo e Remo. Come colori sociali furono scelti il giallo e il rosso, gli stessi del Comune di Roma. Attenzione però; non tutte le società accettarono la fusione. Una si oppose fermamente. La Lazio. Il derby di Roma era appena iniziato. 

    L’odio

    Nella classifica dei derby più pericolosi al mondo stilata dal Sun nel 2020, al quinto posto troviamo il derby capitolino. L’odio così intenso tra laziali e romanisti è infatti causa di innumerevoli scontri almeno due volte l’anno, nei giorni del derby. Pensate che per anni la Figc ha volutamente evitato di programmare la sfida tra le due romane di sera, proprio per evitare situazioni pericolose. Dimenticate l’atmosfera di Genova o di Milano. Certo, milanisti e interisti non si vogliono un gran bene, ma spesso lo scontro è più nei bar che negli stadi, è più davanti ad un caffè che a volto coperto. Insomma, è più verbale che fisico. Roma non è Milano. La punzecchiatura romana è tagliente, beffarda, per nulla amichevole. Nella Città Eterna è onestamente difficile trovare pub o ritrovi frequentati da entrambe le tifoserie. Le stesse che, appena ne hanno l’occasione, ci tengono a sottolinearlo: loro non hanno cugini.

    Di semplici e innocui sfottò ne troviamo però tanti; i laziali mostrano fieri il motto “I primi della Capitale”, loro che hanno portato il calcio a Roma. I biancocelesti poi si vantano di aver vinto il derby più importante di tutti: quello del 26 maggio 2013, nella finale di Coppa Italia giocata proprio tra Lazio e Roma. Il gol decisivo di Lulic è ancora ampiamente ricordato sui muri della Città Eterna.

    Ma ai giallorossi non mancano le risposte. I tifosi della Roma punzecchiano i rivali perché la loro squadra porta il nome, i colori e il simbolo della Capitale. Non mancano poi di ricordare ai cugini le statistiche favorevoli nei derby, che vedono la squadra giallorossi avanti sui biancocelesti. Che dire poi della recente vittoria della Conference League a Tirana?

    Figli di Roma

    Ma Lazio – Roma non sarà mai solo una questione puramente sportiva. È una lotta ideologica, sociale. Di DNA. Il Laziale è spesso il romano schivo ma incredibilmente orgoglioso della propria squadra. È fiero di essere un “vero romano” perché tifa la prima squadra della Capitale. Spesso borghese, a volte ricco benestante cittadino. Il laziale è orgoglioso di appartenere alla minoranza di romani che tifa biancoceleste.

    Il Romanista è, esattamente, l’opposto. Estroverso e “caciarone”, fiero anche lui ovviamente di essere un “vero romano” perché tifa la squadra che porta il nome della sua amata città. Spesso appartenente al ceto medio – basso, a volte umile lavoratore cittadino. Il romanista è orgoglioso di appartenere alla maggioranza dei romani che tifa giallorosso.

    Cosa c’è dunque di simile nelle due descrizioni? Le congiunzioni e le virgole. Il resto è l’uno l’opposto dell’altro. Due figli di Roma che si contendono il predominio della Capitale.

    Caput…di due mundi

    I turisti che affollano la Capitale scelgono ovviamente i luoghi simbolo di Roma. Dal Colosseo alla fontana di Trevi, dall’Altare della Patria fino a San Pietro. Ma la romanità, il tifo, la passione viscerale per il football vive dentro Roma, nelle sue strade, nei suoi quartieri. Una passione che divide persino quest’ultimi. Perché ai Parioli, a Nomentano e a Montesacro l’aquila laziale è di casa e il sangue è biancoceleste. Perché alla Garbatella, a Testaccio e a Trigoria batte solo il cuore giallorosso.

    Roma è la città più bella del mondo. La Caput Mundi che in realtà, di mondi, ne conosce due e ben distinti. La Lazio e la Roma.

    A cura di

    Giacomo Novelli

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