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    L’intervista a Marta Serafini

    Pubblicato il

    In occasione della decima edizione di “Conversazioni sul Futuro” – vivace festival leccese svoltosi dal 12 al 15 ottobre durante il quale si trattano temi politici, culturali e civili – abbiamo intervistato Marta Serafini, giornalista, inviata di guerra ed esperta di terrorismo e relazioni internazionali per il Corriere della Sera. Nella lunga intervista si è parlato delle varie escalation militari avvenute negli ultimi periodi, delle concause che hanno portato allo scontro israelo – palestinese e dello stato di salute del dibattito pubblico italiano.

    Negli ultimi anni, vari conflitti da tempo congelati, sono esplosi in pesanti escalation. L’invasione russa in Ucraina, la guerra del Nagorno Karabakh, il conflitto israelo – palestinese o l’annosa questione in Afghanistan ne sono degli esempi. Esiste un motivo per il quale questi conflitti si sono acutizzati in tempi così ravvicinati tra loro?

    “Questo è probabilmente legato al fatto che la pandemia ha congelato le questioni militari e ci si è concentrati chiaramente di più su quelle mediche. Nel caso dell’invasione russa in Ucraina, si tratta di un conflitto nuovo ma nemmeno troppo, dato che è una guerra che ha avuto origine nel 2014 con l’annessione della Crimea e gli scontri in Donbass. Ora stiamo assistendo al ritorno del conflitto israelo – palestinese, che in realtà non si è mai fermato, anche perché in questi anni vi sono state molteplici tensioni. Adesso purtroppo siamo nell’apice di questa guerra. Uno dei pochi conflitti che si è consumato anche nel periodo della pandemia è quello del Nagorno Karabakh, che ho vissuto in prima persona nel 2020. Chiaramente c’è un filo rosso che unisce tutti questi conflitti, questo è inevitabile. Nel caso del conflitto israelo – palestinese, si potrebbe dire che l’attacco di Hamas sia stato un ‘regalo’ per Putin, che adesso potrà approfittare dell’attenzione sia mediatica che militare che gli Stati Uniti dedicheranno a questo conflitto per riconcentrare uomini e mezzi sul fronte ucraino. Ci si aspetta che nel 2024 per via delle elezioni negli Stati Uniti e quelle che riguardano il parlamento europeo, ci possa essere un riassetto degli equilibri politici e in genere in queste fasi i conflitti non cessano di esistere ma sono di certo meno centrali nell’attenzione pubblica. L’Afghanistan è una delle grandi guerre dimenticate. É un conflitto ufficialmente terminato ma di cui gli effetti si vedono ancora oggi. Sono stata lì a luglio, questo è forse uno dei momenti più difficili degli ultimi 20 anni, dato l’abbandono dell’occidente che ha lasciato completamente da sola la popolazione in mano ad un regime che controlla la vita degli afghani, soprattutto delle donne che vedono completamente violata la libertà sui loro corpi”.

    Da dove proviene la profonda crisi delle democrazie occidentali e la tendenza sempre più evidente all’estremismo politico e ai populismi?

    “La crisi delle democrazie è indubbia. Lo vediamo anche nel contesto europeo, soprattutto per via della crisi economica. La gestione del Covid ha poi messo in luce quelle che sono le problematiche del sistema democratico, d’altro canto però la democrazia è la forza che permette il progresso e di creare il contesto giusto per l’accoglienzaL’avanzata dei populismi e delle destre è chiara, ma vediamo come i regimi abbiano bisogno delle guerre per sopravvivere. Penso a Putin, Xi Jinping o Assad che vedono il nemico esterno come linfa vitale per giustificare la propria esistenza”.

    Nello scontro Russia – Ucraina vi è anche un confronto di modelli politici differenti e di “modi diversi di vedere il mondo”, quali sono i punti in comune e le differenze tra questi due Stati?

    “Il modello russo è sicuramente differente da quello ucraino e occidentale. Ci sono però anche degli elementi in comune, come per esempio il forte nazionalismo e la ricerca della forza militare, fattori che hanno in comune tutti gli stati e le democrazie giovani. C’è da dire però che l’effetto delle guerre sui civili, ovunque si vada, è sempre lo stesso ed è incredibile che nel 2023 ancora non si sia riusciti a trovare un sistema alternativo per confrontarci”.

    Come riuscire a rimanere lucidi e sensibili sul delicato tema della guerra data l’enorme bombardamento mediatico e di informazioni a cui siamo quotidianamente sottoposti?

    “Credo che l’unica risposta sia quella di approfondire e di andare oltre l’istante di un reel o di un post su Instagram. Leggere autori di un Paese che non è il nostro, leggere letteratura e studiare la storia credo sia la chiave per essere più consapevoli e per capire le origini dei conflitti”.

    Qual è la salute del dibattito mediatico italiano, soprattutto sul tema della guerra?

    Il dibattito italiano sulla guerra è terribile. Quando eravamo in Ucraina sotto i bombardamenti e stava accadendo un qualcosa di enorme che avrebbe cambiato e che cambierà la vita di tutti per i prossimi decenni, in Italia si dibatteva sulla validità delle tesi di Orsini. Lo stesso meccanismo lo vediamo sul conflitto israelo – palestinese, in cui si riduce il complesso tema della guerra a un derby. Questo lo vediamo nei talk show italiani ma non solo, succede anche in Europa”.

    La risposta di Israele all’attacco di Hamas è stato purtroppo altrettanto grave e sanguinario, pensi che sia un atto puramente vendicativo?

    Israele ha subito un attacco terroristico su larga scala, è impensabile che non dia una risposta, anche perché se non lo facesse verrebbe meno al suo ruolo di Stato. C’è anche da dire che però pensare che prendere 2 milioni di persone e imprigionarle dentro una porzione di territorio non crei automaticamente una risposta a catena mi pare poco realistico, e ci si chiede quindi se il non voler trovare la pace sia una condizione quasi voluta. Come dicevamo prima le guerre e l’esistenza di un nemico servono agli Stati o ai gruppi terroristici per sopravvivere, e la retorica della difesa dal nemico o dall’invasore molte volte legittima i governi e i regimi alla violenza. Il conflitto israelo – palestinese poi è così complesso che è difficilissimo riavvolgere il nastro“.

    In Italia vi è ancora una polarizzazione politica dettata dai vecchi canoni dell’antiamericanismo (fortemente attivo nel nostro Paese soprattutto nel secolo scorso) che incidono sull’analisi del conflitto russo – ucraino?

    In realtà non credo sia più così. Penso al corteo del 25 aprile scorso a Milano, in cui vi erano le bandiere dell’Ucraina in prima fila seguite da quelle dei pacifisti, quindi in una manifestazione tradizionalmente di sinistra era possibile vedere insieme queste due anime. C’è una parte della sinistra che ha appoggiato l’invio di armi in Ucraina – che è un alleata degli Stati Uniti – così come c’è una parte di sinistra che si è contrappostaCredo che questa categorizzazione di cui parla sia ormai un po’ superata, e che non si possa pensare di rifarsi a questi modelli del passato“.

    A cura di

    Jacopo Dimagli

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