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    L’Italia come ponte diplomatico per l’allargamento UE ai Balcani

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    A Tivat, sulle coste montenegrine, si è tornati a parlare di allargamento. Non è una novità per l’agenda europea, ma stavolta il tema è entrato in una fase concreta: Montenegro e Albania sono i due Paesi più vicini a diventare membri dell’Unione, e l’Italia rivendica un peso specifico in questo percorso. Roma lo definisce da anni un dossier prioritario. Resta da capire se, oltre alle dichiarazioni, riesca davvero a incidere sui tempi e sugli equilibri del negoziato.

    Montenegro, il candidato più avanzato

    Podgorica oggi è il Paese messo meglio di tutti. Ha aperto i 33 capitoli negoziali previsti e ne ha chiusi provvisoriamente circa la metà; a maggio 2026 è partito anche il gruppo tecnico che dovrà scrivere il testo del futuro Trattato di adesione. Il governo montenegrino punta a chiudere i negoziati entro fine 2026, con l’idea di entrare nell’Unione nel 2028

    Bruxelles, come sempre in questi casi, frena un po’ gli entusiasmi: il calendario, ripete, dipenderà da come procederanno davvero le riforme, non da una data scritta sul calendario politico. Del resto il percorso montenegrino non è stato una passeggiata: cominciato nel 2012, per oltre dieci anni è rimasto bloccato in una via di mezzo, troppo avanzato per essere considerato un caso problematico ma ancora troppo fragile sul piano istituzionale per fare il salto. 

    A spingere ora ci sono anche ragioni molto pratiche: i fondi del Piano di Crescita per i Balcani Occidentali e gli investimenti della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo sull’autostrada Bar-Boljare, un pezzo del corridoio che collegherà Bari a Belgrado.

    Albania insegue con riforme costanti

    Un gradino sotto c’è l’Albania, che secondo le stime della Commissione potrebbe chiudere il pacchetto negoziale entro il 2027, con un anno di scarto rispetto al Montenegro. Il rapporto sull’allargamento diffuso a fine 2025 riconosce a Tirana progressi reali, ma mette una condizione precisa: mantenere il ritmo delle riforme e portare avanti un dialogo politico che coinvolga anche l’opposizione, non solo la maggioranza. A luglio 2026 il Consiglio dell’Unione ha chiuso ulteriori capitoli sia per l’Albania sia per il Montenegro, un segnale che lo slancio non si è fermato. 

    I due Paesi, messi insieme, sono probabilmente il risultato più concreto ottenuto dalla politica di allargamento negli ultimi anni, e questo nonostante l’attenzione di Bruxelles si sia spostata, almeno in parte, anche su Ucraina e Moldavia. Fonti europee assicurano che non si tratta di un gioco a somma zero, ma è lecito chiedersi quanto a lungo i Balcani possano restare al centro dell’agenda se il fronte orientale continua a occupare spazio.

    Roma tra diplomazia ed economia

    Giorgia Meloni chiama questo processo “riunificazione” del continente europeo, e lo ripete spesso. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, insiste sull’idea che accelerare l’ingresso dei Balcani nell’Unione sia un investimento strategico, non un favore diplomatico: serve a stabilità, sicurezza e competitività di tutta l’Europa. 

    L’Italia fa parte del gruppo informale degli ‘Amici dei Balcani occidentali’, insieme ad Austria, Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia, e nel biennio 2026-2027 guida la presidenza della Strategia dell’Unione europea per la Regione adriatico-ionica, un altro canale per tenere insieme cooperazione regionale e percorso di adesione. 

    Dietro le parole, però, ci sono interessi molto concreti: per le imprese italiane i Balcani occidentali sono un corridoio naturale verso il Sud-Est Europa, importante per infrastrutture, energia e catene di fornitura. Non stupisce che il tema interessi da vicino il Friuli Venezia Giulia, per posizione geografica e legami commerciali con l’area.

    Un sostegno con radici lontane

    Il sostegno italiano ai Balcani occidentali non nasce con il vertice di Tivat, ma affonda le radici in un percorso lungo più di un decennio. Dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione nel 2013, il processo di allargamento verso la regione si era di fatto fermato: l’allora presidente della Commissione Jean Claude Juncker aveva escluso qualsiasi nuovo ingresso per l’intero suo mandato. Fu proprio l’Italia, durante il semestre di presidenza dell’Unione nel 2014, a lanciare insieme a Germania, Francia, Croazia e Slovenia il cosiddetto ‘processo di Berlino’, un formato intergovernativo pensato per tenere viva l’attenzione europea sui Balcani anche fuori dai canali ufficiali di negoziato. 

    Nello stesso anno Roma promosse la Strategia dell’Unione europea per la Regione adriatico-ionica (Eusair), la prima cornice di cooperazione macroregionale a includere stabilmente i Paesi balcanici accanto agli Stati membri.

    Il momento più alto di quella stagione arrivò nel luglio 2017, quando l’Italia ospitò a Trieste il vertice annuale del processo di Berlino. Fu lì che cinque dei sei Paesi della regione firmarono il Trattato sulla Comunità dei trasporti, un accordo che aprì la strada all’integrazione delle reti infrastrutturali balcaniche in quelle europee. 

    Il summit di Trieste è ricordato ancora oggi come il punto in cui l’allargamento, uscito dai margini del dibattito politico, tornò a essere una priorità condivisa. È in questa continuità, più che nelle sole dichiarazioni recenti, che va letto il ruolo che l’Italia rivendica oggi a Tivat: non un’iniziativa estemporanea, ma la prosecuzione di un impegno diplomatico costruito con pazienza, vertice dopo vertice, fin dagli anni della ‘pausa di riflessione’ europea.

    Una leadership da confermare

    Fondi europei, corridoi infrastrutturali, vertici diplomatici: sulla carta, l’Italia ha tutte le credenziali per restare il principale punto di riferimento tra l’Unione e i Balcani occidentali. Ma un ritardo a un vertice, per quanto spiegabile, pesa più di mille dichiarazioni. 

    Nella fase più delicata del negoziato, quella in cui si scrivono davvero i trattati, Roma riuscirà a trasformare la sua retorica in presenza costante, o lascerà che altri, Parigi e Berlino in testa, prendano in mano la regia di un processo che ha sempre raccontato come suo?

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