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    Senza la pubblica amministrazione scordatevi la politica

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    Troppe carriere politiche si sono interrotte sull’onda dell’entusiasmo elettorale oppure sono state oscurate da infantili ingenuità dai tratti narcisistici. Se pensate di essere voi, e solo voi, a poter cambiare la vita della vostra comunità, vi sbagliate di grosso. La politica deve comprendere, sintetizzare, capire le esigenze e le proposte dei cittadini. Ma l’esecuzione di queste proposte è affidata ai tanto deturpati organi della pubblica amministrazione. Ministeri, regioni, comuni, municipi. Palazzi (così li chiama il gergo giornalistico-politico) affascinanti che vivono e si muovono secondo logiche talvolta avverse a quella dettate dagli organi politici.

    Il funzionamento della pubblica amministrazione

    Tra i compiti della pubblica amministrazione vi è quello di rendere reale ciò che i politici, e quindi cittadini, vogliono. La cosa è più facile a dirsi che a farsi. Il nostro paese detiene, in UE, tra le percentuali più basse di lavoratori pubblici rapportati ai lavoratori totali. La situazione è stata aggravata dalla “great resignation”: un numero considerevole di dimissioni di massa verificatesi dopo le prime ondate pandemiche che ha colpito tutti i settori lavorativi.

    Va poi detto che, talvolta, le pubbliche amministrazioni offrono poca flessibilità per i lavoratori. Lo smart working viene autorizzato caso per caso, così come le flessibilità in entrata e in uscita dal turno del lavoro.

    Le possibilità di crescita possono altresì sembrare poche. Eppure, sta già avvenendo un’inversione di tendenza. Secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, fino al 2028 sono previste 750mila assunzioni, di cui 75% personale laureato. I profili più richiesti saranno quelli dirigenziali (fabbisogno del 62,4% sul totale), con importanti responsabilità, ma anche con vaste possibilità di incidere sui progetti governativi e quindi sulla vita del paese.

    Ma se politica e pubblica amministrazione sono due entità divise ma unite nell’azione quotidiana, perché allora deve essere la politica ad innovare la pubblica amministrazione? Le risposte sono molte. La prima è quella di evitare un cortocircuito democratico. Se la pubblica amministrazione non funziona, i politici fanno fatica a rendere conto ai propri elettori sul proprio operato. La politica ci mette la faccia, ma il cittadino rimane di elezione in elezione sempre più sfiduciato. Le promesse e i programmi elettorali non vengono realizzati e il cittadino si sente quindi escluso. Crolla la partecipazione elettorale, pilastro della vita democratica. Come se non bastasse, le leadership politiche durano poco.

    A differenza della Prima repubblica dove le percentuali di voto rimanevano perlopiù stabili, la Seconda e soprattutto la Terza repubblica – quella attualmente in corso – presentano variazioni imprevedibili. Negli ultimi anni abbiamo visto alternarsi al Governo diverse leadership provenienti da diversi schieramenti. La credibilità dei leader si brucia dunque nell’arco di un anno o due. Il cittadino vuole risultati immediati, ma la macchina governativa fa fatica a stare dietro a tutti i problemi del paese.  

    Alcuni consigli pratici

    Il secondo aspetto risiede nell’essenza ultima della politica: il confronto tra idee e proposte, anche contrastanti, circa la vita umana. Data l’innegabile presenza di diverse idee su immigrazione, politica estera, diritti civili, mobilità urbana, è necessario che venga elaborata la pubblica amministrazione del futuro. Occorre andare oltre le immagini retoriche, ma divertenti, del dipendente pubblico medio italiano (Checco Zalone docet). Altrettanto fondamentale è armarsi della pazienza necessaria per capire la pubblica amministrazione; le sue mosse, i suoi tempi, il suo funzionamento e la sua gerarchia. Provate a mettere sul piatto della bilancia proposte su come rendere quest’ultima migliore.

    In conclusione, non bisogna considerare la pubblica amministrazione come una becera e ripetibile macchina automatizzata: così come il fattore umano è determinante nella politica, lo è forse ancora di più in questo campo. Capi di gabinetto, dirigenti ministeriali, funzionari di alto rango: tutti esseri umani dotati di un know-how tecnico-amministrativo a tratti inavvicinabile, ma anche di un forte spirito di sacrificio e da un grande senso di lealtà. Ma proprio come tutti gli esseri umani, anche questi ultimi agiscono sulla base di esigenze relazionali e personali. La piramide dello psicologo Abraham Maslow individua 5 livelli di necessità che guidano l’azione umana: basiche, di sicurezza, sociali, di stima e di autorealizzazione. Il politico con la P maiuscola è quindi quello capace di capire il funzionamento della pubblica amministrazione con cui collabora. La rende migliore, più efficiente e più vicina al cittadino. Ma non solo per mero calcolo politico, bensì anche per il bene del nostro paese.

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