Il 9 settembre 2026 Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che aveva lavorato al pre-addestramento dei modelli sia in OpenAI sia in Anthropic, ha annunciato su X di essersi dimesso. Nel suo messaggio ha affermato che non vuole più contribuire a una competizione che, a suo giudizio, sta spingendo i principali laboratori verso sistemi di intelligenza artificiale sempre più autonomi e capaci di migliorare se stessi senza che esistano ancora garanzie sufficienti sulla possibilità di controllarli.
Il caso Coxon solleva un quesito su tutti: possiamo affidare alle sole aziende che competono per costruire l’IA anche il compito di stabilire quanto rischio siamo disposti ad accettare?
IL PARADOSSO
È qui che emerge il paradosso. Le stesse aziende che accelerano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono spesso quelle che ne descrivono con maggiore insistenza i rischi. Anthropic, del resto, è nata ponendo proprio la sicurezza dei sistemi avanzati al centro della propria identità.
Eppure, Coxon sostiene che persino un laboratorio particolarmente attento alla sicurezza può finire intrappolato nella logica della competizione: se un concorrente accelera, rallentare unilateralmente significa lasciargli spazio nel mercato globale.
GLI ANTEFATTI
Non è la prima volta che accade: negli ultimi due anni decine di ricercatori hanno lasciato i grandi laboratori di intelligenza artificiale denunciando pubblicamente rischi esistenziali: da Mrinank Sharma, che a febbraio aveva scritto ai colleghi di Anthropic che il mondo è in pericolo, fino alle dimissioni eclatanti in OpenAI nel 2024.
Un ex collega di Coxon, Evan Hubinger, gli ha dato ragione a stretto giro, sostenendo che il rischio di un esito catastrofico entro un decennio, per quanto oggi basso, sta crescendo più in fretta del previsto a causa dell’auto-miglioramento ricorsivo dei sistemi.
Il caso Coxon merita attenzione non tanto per la novità del gesto, quanto per ciò che rivela sul clima interno ai laboratori: l’idea, circolata tra gli addetti ai lavori, di trovarsi in una “fase finale” dello sviluppo dell’IA, un’espressione che allude all’avvicinarsi di sistemi capaci di superare le capacità umane.
UN’ACCUSA, DUE LETTURE
Proprio qui si apre la parte più controversa della vicenda. Le dimissioni etiche nel settore dell’IA sono ormai un genere narrativo riconoscibile, e non mancano le letture scettiche. Il giornalista ed esperto di tecnologia Cal Newport ha parlato di “doom trolling“, cioè di un allarmismo strategico che servirebbe alle aziende per attirare attenzione e legittimare le proprie scelte, distraendo intanto dai danni già concreti prodotti dall’IA: sorveglianza, sfruttamento del lavoro, violazioni del diritto d’autore.
C’è anche chi nota che le dimissioni di Coxon arrivano proprio mentre Anthropic si prepara a una quotazione in borsa: un tempismo che alimenta il sospetto che raccontare l’IA come una forza potenzialmente incontrollabile sia, paradossalmente, un modo per pubblicizzarne la potenza.
Ma liquidare ogni allarme come marketing sarebbe altrettanto sbrigativo. Il punto sollevato da Coxon resta questo: le decisioni capaci di condizionare il destino di miliardi di persone vengano non possono essere prese nei canali Slack di aziende private, senza un mandato democratico né una supervisione pubblica. Non è un caso che alcuni recenti episodi di comportamento autonomo e ingannevole di sistemi di IA, seppure senza conseguenze gravi, abbiano rafforzato l’idea che il problema del controllo non sia più solo teorico.
UNA CORSA SENZA FRENI?
Ciò che rende inquietante la testimonianza di Coxon non è tanto la previsione in sé, le stime sui rischi esistenziali restano estremamente incerte e dibattute, quanto la descrizione di un settore che sa di correre un rischio e sceglie comunque di correre, confidando che un rallentamento coordinato non arriverà mai per primo. È la stessa logica che accompagnò la corsa agli armamenti nucleari nel Novecento: chi si ferma per scrupolo cede terreno a chi non si ferma.
Il problema è che, a differenza della bomba atomica, l’intelligenza artificiale generativa non ha ancora un equivalente del trattato di non proliferazione, né un’authority sovranazionale capace di imporre pause verificabili. Le stesse aziende che sviluppano i modelli sono, al momento, anche le uniche arbitre della velocità a cui vengono rilasciati.
È un’anomalia che il caso Coxon riporta prepotentemente al centro del dibattito pubblico, al di là delle interpretazioni sulle sue motivazioni personali.
CUSTODIRE L’UMANO NELLA TRASFORMAZIONE
Se c’è un filo che lega queste vicende a una riflessione più ampia sul nostro tempo, è quello tracciato pochi mesi fa da Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il documento, firmato nel 135° anniversario della Rerum Novarum, colloca l’umanità di fronte a un bivio: innalzare una nuova torre di Babele, cedendo alla logica dell’autosufficienza e della potenza, oppure costruire un cammino di responsabilità condivisa.
Il testo mette in guardia dal rischio che un certo paradigma tecnocratico, più che il cattivo uso di singole tecnologie, finisca per rendere normale una visione dell’esistenza in cui la pienezza della vita coincide con l’avere di più e con l’eliminazione di ogni fragilità e imperfezione.
È un monito che, letto accanto alle parole di Coxon, acquista un peso particolare. Non perché offra soluzioni tecniche ma perché ricorda che la posta in gioco non riguarda solo la sicurezza dei sistemi, bensì il posto che vogliamo continuare a riservare all’essere umano, alla sua dignità e alla sua vulnerabilità, dentro un mondo che cambia più in fretta della nostra capacità di comprenderlo.
Se davvero siamo entrati in una fase in cui le decisioni prese oggi peseranno per generazioni, la domanda non è soltanto quanto è sicura l’IA, ma quale idea di umanità vogliamo custodire mentre la costruiamo. Le dimissioni di un ventisettenne su X non bastano a fermare una corsa tecnologica globale. Ma bastano, forse, a ricordarci che qualcuno, dentro quella corsa, continua a porsi la domanda giusta.
20260329

