Il Forum di Cernobbio nasce nel 1975 per volontà del consulente Alfredo Ambrosetti e da allora, ogni settembre, porta a Villa d’Este, sul Lago di Como, una delle location più esclusive, capi di Stato, ministri, imprenditori e leader internazionali chiamati a discutere di economia e geopolitica.
Quest’anno, alla 52ª edizione, organizzata dal gruppo Teha, il Forum si è chiuso il 6 settembre in un momento piuttosto delicato per la politica italiana. Manca infatti circa un anno alla scadenza naturale della legislatura, fissata per l’autunno 2027, e Cernobbio ha finito per somigliare a una prova generale in vista del voto: un banco di prova per la tenuta delle coalizioni e, per la maggioranza, anche per la capacità di reggere dopo quattro anni di governo, il più lungo della storia repubblicana.
La scena della politica italiana
Anche quest’anno Giorgia Meloni ha scelto di non presentarsi a Cernobbio, saltando per la seconda volta consecutiva persino il collegamento video che era stato messo in programma. Al suo posto si sono alternati sul palco i Ministri Antonio Tajani, Matteo Salvini, Adolfo Urso, Anna Maria Bernini, Giancarlo Giorgetti, Carlo Nordio, Gilberto Pichetto Fratin, Marina Calderone e Paolo Zangrillo.
Un’assenza che, curiosamente, non ha scalfito il giudizio della platea sull’operato dell’esecutivo: nel televoto elettronico condotto tra gli imprenditori presenti, il 33% ha assegnato un 7, il 20% un 8 e quasi il 7% il punteggio massimo di 9, mentre i partiti di opposizione sono stati bocciati dall’83% degli intervistati, dieci punti in più rispetto al 2025.
Al di là dei numeri, dalle discussioni sono emersi rilievi che raccontano di più di un sondaggio: il costo dell’energia continua a pesare sulle imprese, la richiesta di maggiore competitività resta pressante e più di un relatore ha fatto notare che la stabilità di governo, da sola, aiuta sul debito ma non garantisce automaticamente la crescita.
I temi di maggioranza e opposizione
Più che sui numeri, il confronto tra i due schieramenti si è giocato sui contenuti. Dal fronte di governo, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha aperto a una crescita del Pil vicina all’1% per il 2026, superiore alle stime prudenziali indicate in partenza, e ha rivendicato la gestione del debito pubblico come una forma di sovranismo pragmatico.
Giorgetti si è soffermato anche sul nodo energetico, ricordando che l’Italia paga due volte le guerre in corso in Medio Oriente e in Ucraina, e ha chiesto agli imprenditori di considerare i salari non come un costo ma come un investimento per far ripartire i consumi. Sul fronte opposto, Giuseppe Conte ha rilanciato la proposta di un fondo nazionale di sviluppo, mentre Matteo Renzi ha attaccato il governo sul risiko bancario, criticando l’uso del Golden Power nella partita tra Unicredit e Banco Bpm, e ha invitato il centrosinistra a darsi un contratto “alla tedesca” per presentarsi unito alle prossime elezioni, un’ipotesi già bocciata da alcuni membri del campo largo.
Angelo Bonelli ha insistito sui ritardi della politica energetica, ma il momento che più ha catalizzato l’attenzione resta lo scontro tra il leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci e il senatore a vita Mario Monti. Nato da un confronto sull’Europa, il dibattito è scivolato sulla Costituzione e sul fascismo: Monti ha promesso di combattere “fino all’ultima mia energia” quella che ha definito una retorica neofascista, e Vannacci ha respinto le accuse come “ridicole”, rivendicando invece la propria visione identitaria dell’Italia.
Il giudizio degli imprenditori
Sull’operato del governo il giudizio della platea resta ampiamente favorevole, in continuità con l’edizione dello scorso anno: gli imprenditori riconoscono la tenuta dell’esecutivo più longevo della storia repubblicana, anche in un anno segnato da rincari energetici e crescita ancora fragile.
Sull’opposizione, il voto si è invece appesantito rispetto al 2025, quando le valutazioni negative si fermavano al 73%, segno che il campo largo non è riuscito a offrire un’alternativa percepita come credibile, complice anche una giornata restata più legata allo scontro simbolico con Vannacci che a una proposta di governo condivisa.
Le conclusioni del Forum restituiscono così un’Italia in cui l’impresa premia la stabilità ma chiede risposte più nette su energia e competitività, mentre le opposizioni restano alla ricerca di un profilo unitario, proprio nell’anno in cui la campagna elettorale del 2027 comincia, di fatto, a entrare nel vivo.
Bardella e l’asse con la destra italiana
Tra gli ospiti internazionali più attesi c’era Jordan Bardella, presidente del Rassemblement National e leader del gruppo dei Patriots for Europe al Parlamento europeo. Nel suo intervento Bardella ha descritto un’Unione europea stretta tra il vassallaggio tecnologico verso gli Stati Uniti di Donald Trump e la dipendenza industriale dalla Cina, indicando nell’immigrazione la sfida principale per il continente e, in particolare, per la Francia.
A margine del Forum, interpellato sul caso Vannacci, Bardella ha scelto la cautela istituzionale, rivendicando la propria lealtà a Matteo Salvini e il rispetto per Giorgia Meloni, di cui si è detto augurarsi la continuità di governo. Un segnale che conferma la ricerca di un asse sempre più stretto tra le destre italiana e francese in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, italiani ed europei.
Costa e l’agenda dell’Unione europea
Sul fronte delle istituzioni comunitarie è intervenuto António Costa, presidente del Consiglio europeo, impegnato in questi giorni in un tour delle capitali in vista del summit di metà ottobre. Costa ha respinto le letture che descrivono l’Europa in declino, rivendicando la rete di accordi commerciali più estesa al mondo e i risultati raggiunti su democrazia e diritti sociali, e ha indicato nell’allargamento a Ucraina, Moldavia e Balcani occidentali un indice di rafforzamento del ruolo geopolitico dell’Unione.
Il passaggio più atteso ha riguardato però il bilancio comunitario: per Costa l’intesa tra i leader europei va raggiunta entro la fine del 2026, per evitare interruzioni ai finanziamenti che colpirebbero agricoltori, imprese, studenti e ricercatori a partire dal 2028. Un richiamo alla responsabilità collettiva che, a Cernobbio, ha suonato anche come un messaggio implicito all’Italia e al suo governo.
Resta da capire se il consenso raccolto dal governo tra gli imprenditori di Cernobbio si tradurrà in una spinta reale sui dossier più urgenti, dall’energia alla competitività fino al bilancio europeo, o se, come già accaduto in passato, il rito di settembre sul Lago di Como resterà un semplice termometro di umori. E, soprattutto, se un’opposizione ancora divisa saprà trasformare la propria bocciatura in un’occasione di ricompattamento, prima che sia il voto, nell’autunno del 2027, a certificarne la distanza dal Paese.
20260325

