L’Arabia Saudita è tornata a colpire lo Yemen?
Proprio in queste ore è stata attaccata la pista dell’aeroporto internazionale di Sana’a, controllato dai ribelli Houthi sostenuti dall’Iran. L’obiettivo? Secondo le prime informazioni provenienti dal Paese, impedire l’atterraggio di velivoli in arrivo da Teheran.
Mentre gli Houthi hanno già promesso ritorsioni, dichiarando che «l’azione non rimarrà impunita», e accusato direttamente l’Arabia Saudita, il governo yemenita internazionalmente riconosciuto ha rivendicato invece l’attacco e sostenuto di aver ordinato l’operazione per impedire quella che definisce una “violazione del territorio yemenita” da parte di un velivolo iraniano.
Le ricostruzioni restano ancora parziali e in alcuni punti contrastanti. Un elemento, però, appare chiaro: la fragile de-escalation che aveva caratterizzato il conflitto yemenita negli ultimi anni rischia di essere arrivata al capolinea.
Il ritorno dello Yemen
Lo Yemen torna così bruscamente al centro dello scenario mediorientale. L’attacco all’aeroporto internazionale di Sana’a mette in discussione uno scenario che sembrava essersi consolidato negli ultimi anni: uno Yemen sempre più lontano dai radar della geopolitica internazionale.
Le autorità yemenite riconosciute dall’ONU e dalla comunità internazionale hanno confermato di aver colpito la pista dell’aeroporto di Sana’a con l’obiettivo di impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran che, secondo il governo di Aden, trasportava una delegazione Houthi di ritorno da Teheran.
Il movimento sciita, invece, accusa direttamente l’Arabia Saudita di aver condotto il bombardamento, definendolo una “palese aggressione” e annunciando la fine della fase di de-escalation iniziata nel 2022.
Le versioni sull’accaduto restano dunque differenti per il momento e Riad, almeno finora, non ha rivendicato l’operazione.
Concentrandoci sulle informazioni certe al momento, quello che emerge è un dato politico che difficilmente non può essere preso in considerazione: il confronto tra Arabia Saudita e Houthi è tornato a salire di livello.
Fino a oggi un’escalation di questo tipo – se confermata ufficialmente l’azione dell’Arabia Saudita – sembrava improbabile. Il riavvicinamento diplomatico con l’Iran, mediato dalla Cina nel 2023, e la progressiva riduzione delle ostilità sul fronte yemenita avevano infatti alimentato l’idea che il conflitto stesse entrando, sempre più, in una fase di contenimento – almeno sul piano militare.
Più di un aeroporto
Una cosa è certa: sarebbe riduttivo considerare l’episodio rilegandolo a un “semplice” raid militare contro un aeroporto, per diverse ragioni.
La prima è che l’aeroporto di Sana’a non è un aeroporto qualsiasi ma una vera e propria infrastruttura strategicamente rilevante. Si tratta, infatti, di uno dei principali collegamenti tra i territori controllati dagli Houthi e l’esterno, nonché un vero simbolo della capacità del movimento ribelle di mantenere rapporti logistici proprio con Teheran.
Partendo da questo punto, il messaggio dietro l’attacco appare chiaro: esiste una linea rossa che non può più essere superata.
Altro aspetto importante è quello che arriva dai giorni scorsi. Gli Houthi avevano infatti accusato l’Arabia Saudita di aver tentato di impedire proprio l’atterraggio già di un altro aereo iraniano, arrivando a minacciare attacchi contro aeroporti e infrastrutture saudite. L’episodio di oggi appare quindi come il punto di rottura di una tensione che veniva alimentata da più di una settimana.
La deterrenza si incrina
Il punto di maggior rilievo a livello geopolitico riguarda, sicuramente, il sistema di sicurezza del Golfo.
Negli ultimi anni Riad aveva progressivamente modificato la propria strategia. Dopo quasi un decennio di intervento militare nello Yemen, si era deciso di privilegiare una politica di de-escalation per favorire una maggiore stabilità regionale.
In termini puramente di Relazioni Internazionali, si era affermata quella che potremmo definire una forma di deterrenza reciproca. Sebbene Arabia Saudita e Iran avessero continuato a considerarsi rivali, avevano però ridotto il rischio di uno scontro diretto, preferendo gestire la competizione attraverso altri canali come quelli diplomatici e limitando il ricorso alla forza.
L’attacco di queste ore a Sana’a rischia di incrinare proprio questo equilibrio.
La logica delle proxy wars
Lo Yemen torna così a svolgere il ruolo che analisti ed esperti di geopolitica gli attribuiscono da tempo: quello di principale teatro della proxy competition tra Arabia Saudita e Iran.
Le proxy wars sono quei conflitti che non vengono combattuti direttamente dalle grandi potenze regionali, bensì attraverso attori più piccoli e locali che rappresentano, però, interessi e obiettivi strategici delle potenze dominanti.
Gli Houthi, in questa logica, costituiscono da anni il principale alleato di Teheran nella regione, mentre il governo internazionalmente riconosciuto yemenita continua a ricevere il sostegno, invece, saudita.
Oggi, però, il quadro mediorientale è reso ancora più instabile dalla guerra nella Striscia di Gaza, dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran e dalla persistente instabilità nello Stretto di Hormuz. In uno scenario simile, un’escalation locale rischia di produrre effetti ben oltre i confini della stessa, incidendo sulla sicurezza e sugli equilibri dell’intera regione.
Un nuovo equilibrio?
Per il momento è probabilmente prematuro sostenere che l’Arabia Saudita sia tornata pienamente in guerra nello Yemen. Allo stesso tempo, sarebbe altrettanto improbabile considerare quanto accaduto come un episodio isolato.
Più verosimilmente, il raid su Sana’a rappresenta un segnale di incertezza in quel processo di de-escalation avviato tre anni fa.
La vera domanda ora è se l’attacco all’aeroporto di Sana’a segna l’inizio di una nuova fase della competizione tra Arabia Saudita e Iran oppure si tratta dell’ultimo tentativo di ristabilire una deterrenza che sta progressivamente perdendo efficacia? Dalla risposta a questo interrogativo dipenderà molto più del futuro dello Yemen.
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