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    Cesare e l’accusa politica: perché venne ucciso?

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    Tu quoque, Brute, fili mi”: queste furono le ultime parole pronunciate da Giulio Cesare – e riportate dallo storico Svetonio – il 15 Marzo del 44 a.C.

    Prosegue così la nostra rubrica di personaggi storico-politici, in cui, questa volta, andremo a ripercorrere brevemente che cosa portò all’uccisione di Giulio Cesare e il periodo immediatamente successivo all’assassinio che si aprì a Roma. Alle Idi di marzo, Giulio Cesare, autoproclamatosi da poco dittatore a vita, verrà assassinato: i fautori della sua uccisione saranno Bruto e Cassio. Ma qual è la motivazione dietro questo atto? Motivi personali? Ragioni politiche? Ripartiamo da qualche antefatto.  

    L’ascesa di Giulio Cesare

    Nominato primo console nel 59 a.C., guiderà vittoriosamente le legioni romane nella campagna in Gallia. Fondamentale sarà la stipulazione del cosiddetto primo triumvirato, con Pompeo Magno e Licinio Crasso: in tal modo Cesare stabilizzò la situazione nell’Urbe ed evitò, quantomeno momentaneamente, interferenze nella sua missione politico-militare da parte dei suoi avversari, gli ottimati.  

    Dopo la morte di Crasso, l’accordo tra Cesare e Pompeo si andrà man mano sfaldando: quest’ultimo, facendosi portavoce di quelle che erano le istanze, per lo più conservatrici, del Senato, cercherà più volte di ostacolare l’operato di Cesare nelle legioni che gli furono assegnate. Vista la mancanza di mediazione tra le due parti, Cesare si vide quasi costrettoad attraversare col suo esercito il fiume Rubicone, che segnava il confine oltre il quale nessun generale non poteva marciare assieme al suo esercito. 

    Tale scelta (avvenuta il 10 Gennaio del 49 a.C.) venne interpretata come una dichiarazione di guerra da parte del medesimo Cesare: intanto Pompeo, che troverà l’appoggio da parte degli ottimati, si recherà, assieme al suo esercito, presso la penisola balcanica.  

    Così nel 48 a.C., dopo essersi assicurato il potere a Roma e aver sconfitto i suoi nemici in Spagna, Cesare si recherà in Albania, dove, nella cosiddetta battaglia di Dyrrachium, verrà sconfitto dal suo rivale Pompeo. La vera vittoria da parte di Cesare avverrà nella battaglia di Farsalo, nell’agosto del 48 a.C., conclusasi con la fuga di Pompeo in Egitto, dove verrà ucciso dai sicari del re Tolomeo XIII.

    Intanto Cesare, recatosi in Egitto sulle tracce del suo nemico, pose sul trono, in quanto rappresentante di Roma, Cleopatra VII, scatenando diverse battaglie che lo tennero in Egitto per svariati mesi. Dopo aver sconfitto a Zela le forze capeggiate dal re Farnace II, intraprenderà una campagna in Africa, contro gli ottimati, che intanto si erano riorganizzati sotto il comando di Marco Porcio Catone. Dopo l’ultima battaglia, ossia la battaglia di Tapso, Cesare ritornerà a Roma vittorioso, inaugurando un periodo di profondi cambiamenti all’interno della Repubblica, pendendo per lo più per una forma di governo di tipo dittatoriale-consolare.  

    Gli antefatti prima dell’uccisione di Cesare

    Una successiva campagna militare in Spagna sancì, attraverso la battaglia di Munda, avvenuta nel 45 a.C., la vittoria da parte dell’esercito di Cesare su quello di Pompeo.  

    Intanto a Roma, si stava facendo sempre più presente quello che è il malcontento nei confronti del medesimo Cesare: ad esso, non solo si annettevano i cosiddetti “anti-cesariani”, ma molti suoi fedeli, che sino ad ora avevano condiviso le sue scelte, temendo per una svolta dittatoriale e in senso monarchico di Roma, ora lo temevano.  

    Tra i più “diffidenti”, compaiono sicuramente Marco Antonio e Gaio Trebonio, che, oltre ad essere esclusi dalla campagna in Spagna vennero radiati anche da una serie di azioni belliche, che portano inevitabilmente a prendere le distanze dal loro stesso leader.  

    Quindi, una serie di circostanze, tra le quali: la svolta in senso autoritario di Cesare, le numerose guerre, le avversità da parte degli anticesariani e dei suoi stessi seguaci aumentarono il forte malcontento nei suoi confronti.  

    Trebonio deciderà di aderire, nel 45 a.C., alla congiura nei confronti di Cesare, con l’intento di eliminarlo: si comprenderebbe così il reale intento di congiura, che sarebbe già sorto da parte dei seguaci più fedeli del generale. 

    L’uccisione di Giulio Cesare 

    Nella seduta del Senato del 44 a.CCesare venne pugnalato 23 volte, morendo, secondo il racconto storiografico, sulla base della statua del suo acerrimo nemico, Pompeo Magno. Tra coloro che lo pugnalarono, vi furono: Casca, Decimo Giunio Bruto, Marco Giunio Bruto (figliastro di Cesare) e Gaio Cassio Longino.  

    I motivi che spinsero all’uccisione di Giulio Cesare, furono per lo più rancori personali, ossia il non essere stati assegnati a posizioni di rilievo all’interno delle sue campagne militari.

    Svetonio ripotò la morte di Cesare con le seguenti parole: ”Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”. Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.” 

    Dopo la morte di Cesare, Ottaviano e Marco Aurelio, dovendo collaborare per riscattare la morte del generale e in piena guerra civile, combatterono nella battaglia di Filippi contro i cospiratori dell’uccisione di Cesare: lo scontro, risalente al 42 a.C., vide la vittoria delle forze cesariane: a seguito di questa battaglia, di fatto, Bruto e Cassio si tolsero la vita.

    A cura di 

    Sara Gilardi

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