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    Trump sospende il Project Freedom: l’escalation è vicina?

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    Il presidente Donald Trump, a pochi giorni dall’avvio, ha deciso di sospendere l’operazione militare “Project Freedom”. L’Iran valuta le condizioni di pace, mentre Israele continua ad insistere sulla possibilità di una nuova escalation.

    Il Project Freedom

    Nella sera di domenica 3 maggio, il presidente degli Usa, Donald Trump, ha rivelato l’inizio del Project Freedom, un’operazione militare per scortare le navi commerciali al di fuori dello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno disposto cacciatorpedinieri lanciamissili, 15 mila militari e oltre 100 jet e droni per scortare le navi bloccate nel Golfo Persico a causa del conflitto. 

    Si stima che quasi 23 mila marinai di oltre 87 Paesi siano rimasti bloccati all’interno dello Stretto per volere dell’Iran. Proprio su questo punto si era pronunciato il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, affermando che “lo Stretto è una via navigabile internazionale. E il diritto internazionale è molto chiaro: nessun Paese può controllare le vie navigabili internazionali”. 

    Il piano non garantiva l’effettivo accompagnamento delle navi al di fuori dello Stretto, ma semplicemente una guida attraverso le rotte sicure. A tal proposito, è intervenuta l’Agenzia di sicurezza marittima britannica, Uktmo, che ha segnalato la presenza di mine navali all’interno dello Stretto, definendo il transito “estremamente pericoloso”.

    Le conseguenze

    Con l’avvio dell’iniziativa militare l’Iran ha subito reagito con uno scontro a fuoco, attraverso attacchi missilistici dei Pasdaran contro gli Emirati Arabi Uniti, anche se la stessa Tehran nega qualsiasi coinvolgimento. Il presidente Trump ha quindi deciso, dopo solo un paio di giorni, di sospendere il progetto scrivendo su Truth: “in base alla richiesta del Pakistan e di altri Paesi, al grande successo militare ottenuto durante la campagna contro il Paese Iran e, inoltre, al fatto che sono stati fatti notevoli progressi verso un Accordo Completo e Definitivo con i Rappresentanti dell’Iran, abbiamo concordato reciprocamente che… Project Freedom sarà sospeso per un breve periodo di tempo per verificare se sia possibile o meno finalizzare e firmare l’accordo”. 

    Teheran in queste ore sta, infatti, prendendo in considerazione e valutando i 14 punti inviati dalla diplomazia americana per porre fine al conflitto. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ha parlato della questione dicendo che “mentre i colloqui fanno progressi grazie al generoso sforzo del Pakistan, gli Stati Uniti dovrebbero evitare di essere trascinati di nuovo nel pantano da malintenzionati. […] E cosi dovrebbero fare anche gli Emirati Arabi Uniti”. 

    Oggi, il ministro iraniano ha incontrato a Pechino il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, definendo il colloquio “costruttivo”. Entrambe le parti hanno affermato il diritto dell’Iran a “preservare la sua sovranità nazionale e la dignità del popolo”.

    La risposta di Israele e il possibile memorandum

    Dopo la notizia della sospensione dell’accordo, il Times of Israel ha rivelato, secondo quanto dichiarato da un funzionario israeliano, che il governo di Netanyahu non era a conoscenza della volontà da parte degli Stati Uniti di arrivare ad un accordo con l’Iran.

    Anzi, Tel Aviv si stava preparando per un’escalation, tanto che il capo delle Idf, Eyal Zamir, ha dichiarato che, qualora la guerra dovesse riprendere, “abbiamo un’ulteriore serie di obiettivi pronti per l’attacco. Siamo in stato di massima allerta per tornare a una campagna intensa e su vasta scala che ci consentirà di consolidare i nostri risultati e indebolire ulteriormente il regime iraniano”. 

    Nel mentre, gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere vicini ad un memorandum d’intesa con l’Iran per mettere fine alla guerra e stabilire delle linee guida per quanto riguarda il programma nucleare. Ebrahim Rezaei, portavoce del Comitato di Sicurezza Nazionale iraniano, ha definito queste parole false, aggiungendo che “se gli Usa non si arrenderanno e non concederanno quanto necessario, o se loro o i loro diabolici alleati cercheranno di agire in modo subdolo, daremo una  risposta dura e che li farà pentire”.

    Conclusioni 

    Dalle ultime dichiarazioni sembrerebbe che la guerra non sia affatto finita, ma piuttosto che sia iniziata una fase opaca, in cui la diplomazia è sempre messa a rischio dalla costante minaccia di una nuova escalation. La presenza di attori regionali rende tutto ancora più complesso e imprevedibile, soprattutto per quanto riguarda il ruolo di Israele che, per quanto alleato degli Usa, non sembra muoversi in modo coerente. 

    Inoltre, il proseguimento del conflitto renderebbe ancora più alti i prezzi del petrolio, che in seguito alla sospensione di Project Freedom hanno ricominciato la scalata. In conclusione, si sta giungendo ad una pace instabile o ad una guerra “congelata”?

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