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    L’intesa di Cardiff: la fine del Regno Unito?

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    Una domanda alla Camera dei Comuni, una frase pronunciata quasi en passant e l’intero dibattito costituzionale del Regno Unito è tornato al centro della scena. Il primo ministro Andy Burnham ha lasciato intendere che un secondo referendum sull’indipendenza scozzese potrebbe seguire lo stesso meccanismo previsto per l’Irlanda del Nord dal Good Friday Agreement, aprendo una breccia che il First Minister John Swinney non ha esitato a sfruttare.

    Nel giro di pochi giorni la vicenda si è intrecciata con un patto senza precedenti tra i partiti nazionalisti di Scozia, Galles e Irlanda del Nord, riportando la questione dell’indipendenza dal Regno Unito in cima all’agenda politica.

    La domanda che spiazza Burnham

    Tutto ha avuto inizio durante il Prime Minister’s Questions del 9 settembre, quando il deputato SNP di Dundee Chris Law ha chiesto a Burnham se riconoscesse ai cittadini scozzesi lo stesso ‘diritto paritario’ riconosciuto a quelli nordirlandesi di scegliere il proprio futuro, ricordando che il Northern Ireland Act prevede una procedura per un referendum sulla permanenza nel Regno Unito, mentre nessuna norma equivalente esiste per la Scozia.

    Burnham ha risposto invocando proprio il Good Friday Agreement: un border poll, ha detto, “è da considerare da parte del Segretario per l’Irlanda del Nord quando c’è un chiaro consenso nel Paese — quando l’opinione pubblica è cambiata al punto che la richiesta debba essere presa in esame”, aggiungendo che a suo giudizio “varrebbe esattamente la stessa situazione in Scozia”. Ha però precisato di non essere “a conoscenza di una maggioranza di sostegno pubblico per un altro referendum”, per cui, “finché ciò non cambierà, non ce ne sarà uno”.

    Il modello del border poll

    L’accostamento non è casuale, ma giuridicamente scivoloso. L’accordo del 1998 impone al Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord di indire un referendum sulla riunificazione qualora appaia probabile che la maggioranza della popolazione voterebbe in tal senso; una previsione che, come hanno notato diversi analisti, non ha alcun equivalente scritto nello statuto di devoluzione scozzese, dove la strada resta quella, discrezionale, dell’ordine ex Section 30.

    Per questo il tentativo di Burnham di tracciare un parallelo ‘a specchio’ tra le due nazioni è stato definito da più parti un passo falso: la comparazione, semplice sul piano retorico, rischia di trasformarsi in un precedente politico difficile da disinnescare.

    Swinney coglie la palla al balzo

    Il First Minister Swinney non si è lasciato sfuggire l’occasione. Ha scritto immediatamente a Downing Street invitando Burnham a un incontro per concordare un ‘meccanismo legale’ che traduca in norma la premessa appena enunciata, ricordando che a maggio l’SNP ha conquistato un «storico e senza precedenti» quinto mandato e che Holyrood conta oggi il maggior numero di deputati indipendentisti della sua storia. Nella replica, Burnham ha provato a correggere il tiro, sostenendo che Scozia e Irlanda del Nord hanno “assetti costituzionali distinti” e che il suo intervento intendeva solo segnalare l’assenza di un consenso attuale per un referendum, così come mancherebbe, a suo dire, «una base chiara» per ipotizzare una maggioranza a favore della riunificazione irlandese.

    Il patto di Cardiff

    La vicenda si è saldata, quasi in contemporanea, con un evento di per sé storico: il 14 settembre i leader di SNPPlaid Cymru e Sinn Féin — Swinney, Rhun ap Iorwerth e Michelle O’Neill, insieme alla presidente Mary Lou McDonald — si sono riuniti a Cardiff per firmare un memorandum d’intesa che rivendica il diritto all’autodeterminazione delle rispettive nazioni. Il testo recita: «Le nostre nazioni hanno il diritto all’autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia». È la prima volta che le tre nazioni devolute del Regno Unito sono guidate simultaneamente da forze indipendentiste, e i firmatari hanno parlato di un “momento cruciale nel percorso costituzionale del Regno Unito”, pur riconoscendo di muoversi “in tempi e modi diversi”.

    Il fattore Trump

    Sullo sfondo pesano anche le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, favorevoli alla riunificazione irlandese durante una visita a Dublino, che O’Neill ha citato come prova che il dibattito sull’unità è “vivo”, non solo a livello nazionale ma ormai anche internazionale. Nel frattempo la casella di posta di Burnham sarebbe stata sommersa da centinaia di messaggi di cittadini scozzesi che chiedono di dare seguito, in via legislativa, a quanto dichiarato ai Comuni, segno che la questione non resterà confinata alle aule parlamentari.

    Una porta socchiusa

    Resta da capire se quella di Burnham sia stata una svista retorica destinata a essere ridimensionata nei prossimi giorni, oppure l’apertura — involontaria o meno — di un varco che l’SNP, Plaid Cymru e Sinn Féin sono ormai pronti a spingere insieme. Tra un premier che nega di aver cambiato linea e un fronte indipendentista che rivendica una svolta storica, la partita sul futuro costituzionale del Regno Unito sembra destinata a riaprirsi prima di quanto Downing Street abbia previsto.

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