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    Report accusa Meta di interferenze nelle elezioni del 2022

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    Le accuse nei confronti di Meta, il colosso di Mark Zuckerberg, riguardanti presunte interferenze nelle elezioni politiche italiane del 2022 e nelle successive elezioni regionali, hanno sollevato gravi preoccupazioni sul rispetto della privacy degli utenti e sulla manipolazione dei contenuti politici. 

    Un’inchiesta condotta dalla trasmissione Rai Report, anticipata dal Fatto Quotidiano, ha rilevato come Meta avrebbe raccolto e analizzato i dati di oltre 6,5 milioni di utenti italiani attraverso funzioni apparentemente innocue come gli stickers su Facebook e Instagram, raccogliendo informazioni su età, posizione e interazioni con contenuti politici. 

    Tali dati sarebbero stati utilizzati per profilare gli utenti, con un impatto potenzialmente diretto sulle scelte elettorali, simile a quanto accaduto nel caso di Cambridge Analytica e del  progetto “Candidati”.

    Meta e il garante della privacy: uno scontro ai vertici

    L’inchiesta ha messo in luce un acceso scontro all’interno del Garante della privacy italiano di fronte alla raccolta di dati da parte di Meta. Nell’agosto 2022, infatti, a poche settimane dalle elezioni politiche che decretarono la vittoria di Giorgia Meloni, Meta raccoglieva dati degli utenti sui social legati alle interazioni con contenuti elettorali. Il Dipartimento tecnico guidato da Riccardo Acciai ha chiesto un intervento urgente per bloccare l’attività. 

    Tuttavia, secondo il Fatto Quotidiano, i membri del collegio, Guido Scorza e Agostino Ghiglia, avrebbero frenato suggerendo di attendere l’intervento dell’autorità europea. La situazione è stata resa ancora più complicata da una mail, emersa grazie a Report, in cui Scorza, il 24 settembre 2022, ha impedito l’intervento dei tecnici.

    Lo scontro si è ripetuto anche in occasione delle elezioni regionali del 2023, quando i tecnici hanno emanato un provvedimento di urgenza per impedire la condivisione dei dati con terze parti. Nonostante ciò, la proposta di una multa di 75 milioni di euro è stata ridotta a soli 25 milioni, circa lo 0,02% del fatturato di Meta. La procura, nel frattempo, ha acquisito i documenti relativi al caso suggerendo possibili indagini più approfondite.

    L’uso dell’algoritmo e il controllo sui contenuti politici

    Un altro punto controverso dell’inchiesta riguarda l’uso di un filtro social da parte di Meta per limitare la visibilità dei contenuti politici. L’azienda aveva dichiarato di aver introdotto un filtro nel 2021, per ridurre la diffusione di contenuti politici, e che lo avrebbe rimosso entro il 2025. Tuttavia, un’analisi condotta da un gruppo di componenti del Partito Democratico smentisce questa versione: il filtro sarebbe stato disattivato già nel novembre 2024, in anticipo rispetto a quanto dichiarato da Meta e in concomitanza con le elezioni di Donald Trump. 

    Secondo Report, la rimozione del filtro avrebbe avuto l’effetto di favorire i contenuti legati alla destra antieuropeista, mentre quelli del centro sinistra sarebbero stati confinati ad una visibilità minima.

    La risposta di Meta

    Meta ha respinto con fermezza tutte le accuse tramite una dichiarazione ufficiale, tanto che il portavoce ha affermato che lo strumento dell’“Election Day Information” – che costituirebbe una “profilazione di massa” – è sia infondato che del tutto inaccurato. “Secondo me tale strumento è stato creato per sensibilizzare gli utenti sulle elezioni, non sarebbe mai stato usato per raccogliere dati sensibili o per influenzare il voto”. 

    L’azienda ha aggiunto che lo strumento indirizzava semplicemente gli utenti al sito web del Ministero dell’Interno dove le persone potevano trovare informazioni verificate e attendibili sulle elezioni. Meta ha inoltre precisato che i dati raccolti non sono mai stati condivisi con terze parti, inclusi i comitati elettorali, e che l’azienda non avrebbe mai avuto accesso alle informazioni su come un utente avesse votato.

    Le reazioni politiche italiane

    Il caso ha suscitato forti reazioni politiche da parte di vari partiti italiani che hanno sollevato preoccupazioni sull’impatto di queste pratiche sulla democrazia. Il Partito Democratico, in particolare, ha evidenziato i rischi di manipolazione della visibilità politica online e ha annunciato che porterà il caso in Parlamento Europeo chiedendo l’apertura di un’indagine.

    A parlare sono stati Sandro Ruotolo e Nicola Zingaretti: questi hanno evidenziato un possibile pericolo per la democrazia europea, esprimendo preoccupazione per l’influenza che le piattaforme tecnologiche possono avere sulle scelte politiche degli elettori. 

    Anche il Movimento 5 Stelle ha sollevato l’allarme con la senatrice Barbara Floridia, delineando il fatto che la vicenda mette a rischio la libertà del voto e la trasparenza dell’informazione, annunciando di richiedere che il Parlamento Italiano e la commissione di inchiesta sulle fake news si occupino della questione convocando i vertici di Meta a riferire. 

    Lo studio dell’università di Urbino

    A conferma dell’inchiesta di Report, è possibile approfondire il tema anche tramite lo studio dell’Università di Urbino, pubblicato a gennaio dell’anno corrente, in cui si evince come le scelte algoritmiche di Meta abbiano ridotto significativamente la visibilità dei contenuti politici istituzionali su Facebook, con un calo medio del 43% per i politici, mentre i contenuti estremisti siano aumentati. 

    L’analisi ha anche rilevato che, nel 2024, le pagine estremiste hanno superato per visibilità quelle dei parlamentari, diventando l’ecosistema informativo dominante su Facebook.

    L’anomalia riguarda anche la gestione dei report post-elettorali, che Meta non avrebbe inviato alla Commissione Europea, omettendo di informare sui reali effetti della riduzione della visibilità dei contenuti politici, che ha favorito l’espansione di narrazioni antieuropeiste e disinformazione. 

    La politica di Meta di limitare i contenuti politici ha ridotto del 72% la visibilità dei parlamentari, mentre i post estremisti hanno visto una crescita. Nonostante la revoca della politica nel 2025, la portata dei post istituzionali non è tornata ai livelli pre-politica, evidenziando un effetto asimmetrico che ha favorito gli estremisti.

    Conclusioni

    Le accuse rivolte a Meta sollevano interrogativi rilevanti sull’impatto delle piattaforme digitali sui processi democratici attraverso pratiche di profilazione e scelte algoritmiche capaci di influenzare indirettamente il dibattito pubblico, con effetti asimmetrici sulla diffusione delle informazioni politiche. 

    Nel complesso, il caso mette in evidenza l’urgenza di un quadro normativo più chiaro e rigoroso che possa garantire la tutela della privacy, l’equità dell’informazione e la trasparenza delle piattaforme digitali durante le campagne elettorali, ma la domanda che sorge e che ogni cittadino dovrebbe porsi è: quanto è davvero libera una democrazia, se a orientare il dibattito pubblico sono algoritmi invisibili?

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