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    Safe, la difesa europea che spacca il continente

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    Centocinquanta miliardi di euro in prestiti e un continente che riscopre l’autonomia sulla difesa. Dopo decenni di pace, l’Unione europea mostra su questo terreno tutte le sue crepe interne. Il fondo Safe doveva essere lo strumento della difesa comune. È diventato, piuttosto, la fotografia di un’Europa a più velocità: la Polonia corre, costruisce fabbriche, punta all’autosufficienza militare e soprattutto alla capacità di costruire nuovi mezzi in pochi anni. L’Italia, molto più cautamente, fa i conti con un debito pubblico che pesa come un macigno anche sulle scelte in materia di difesa.

    Il meccanismo Safe

    Lo strumento nasce con il regolamento del Consiglio UE entrato in vigore il 29 maggio 2025, primo pilastro del piano ReArm Europe, poi rinominato Readiness 2030, che nelle intenzioni di Bruxelles dovrebbe mobilitare fino a 800 miliardi in quattro anni. Il meccanismo è semplice: prestiti a lungo termine, fino a 45 anni, a tassi agevolati, condizionati però a un vincolo preciso, ovvero che gli armamenti finanziati contengano una quota prevalente di componenti prodotte in Europa. Un dettaglio tecnico che in realtà nasconde la posta in gioco più grande: costruire, o non costruire, un’industria della difesa davvero europea.

    La Polonia, motore industriale della difesa 

    Su questo fronte la Polonia gioca da sola una partita diversa da tutti gli altri. Si è aggiudicata la quota più alta tra i Ventisette, 43,7 miliardi di euro, con un primo prefinanziamento da 6,6 già incassato. Ma il numero conta meno di come Varsavia lo sta spendendo: quasi il 90% finirà nell’industria nazionale, dentro il colosso statale PGZ, che tiene insieme decine di fabbriche e centri di ricerca.

    L’obiettivo dichiarato è arrivare all’autosufficienza sulle munizioni entro il 2028, portando la produzione da 20mila a 150-180mila proiettili di grosso calibro l’anno. Nel frattempo prosegue il cantiere di East Shield, 700 chilometri di fortificazioni lungo il confine orientale, la più grande opera difensiva costruita in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. 

    La spesa militare polacca viaggia ormai verso il 5% del PIL, la più alta della NATO. Non è più solo riarmo: è una scommessa industriale su cosa vorrà dire, tra dieci anni, essere una potenza militare in Europa. E su questo pesa anche la storia: la Polonia porta con sé la memoria delle spartizioni, delle occupazioni e di un Novecento vissuto spesso da nazione divisa o succube delle potenze vicine, un retaggio che oggi si traduce in una spinta quasi esistenziale verso l’autonomia militare, molto più forte che altrove in Europa.

    Le fratture europee sull’autonomia industriale

    Dietro i numeri polacchi si intravede uno scontro che ha attraversato tutto il negoziato sul regolamento Safe. Francia, Belgio e Lussemburgo hanno tirato dalla parte del protezionismo industriale, per far crescere le aziende europee. Polonia e Paesi baltici, al contrario, hanno spinto per poter comprare anche fuori dai confini UE, da Stati Uniti e Corea del Sud in primis, perché quelle forniture arrivano prima. Due modi opposti di intendere l’urgenza: chi pensa alla difesa come progetto industriale di lungo periodo, e chi la vive come emergenza da riempire subito, con qualunque fornitore disponibile.

    I passaggi politici in Italia

    Sul dossier Safe, l’Italia ragiona più da debitore che da soldato. Il nodo non è tanto il riarmo in sé, quanto il peso del debito pubblico: con un debito come il nostro, indebitarsi ulteriormente tramite i prestiti Safe pesa diversamente rispetto a un Paese come la Polonia, che parte da conti più solidi e da un debito molto meno ingombrante. Da qui la scelta di condizionare l’utilizzo del fondo all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, il meccanismo che permette di scorporare parte della spesa per la difesa dai vincoli ordinari di bilancio, dividendola tra sicurezza energetica e investimenti militari.

    Questo non significa che l’Italia sia ai margini del percorso verso una difesa europea comune. Giorgia Meloni ha più volte ribadito, anche in sede europea, che il continente deve assumersi le proprie responsabilità in materia di sicurezza, rafforzando la componente europea dell’Alleanza atlantica e sostenendo la crescita di una base industriale continentale. E sul piano operativo l’impegno italiano è concreto: alla NATO l’Italia guida per la prima volta nella storia dell’Alleanza una Task Force X affidata a una singola nazione, la TFX Central Mediterranean. Un ruolo di primo piano che convive, però, con la prudenza sui numeri: Roma, a differenza di Polonia, Lituania, Croazia, Romania e Belgio, non ha ancora firmato un accordo di prestito operativo sul Safe, e la sua quota, 14,9 miliardi, resta sulla carta, in attesa di una proposta definitiva promessa entro fine anno.

    Le divisioni nell’opposizione italiana

    Anche a sinistra, il tema spacca più di quanto sembri in superficie. Il Movimento 5 Stelle guarda al riarmo con sospetto, convinto che la minaccia russa venga in parte gonfiata per giustificare la spesa militare. Il Partito Democratico resta ancorato a una linea atlantista, che considera gli investimenti nella difesa comune, Safe compreso, un tassello necessario della sicurezza europea. Non è solo una discussione su quante armi mandare a Kiev: è un disaccordo su che ruolo debba avere l’Italia in un’Europa che si sta riarmando, e finora ha impedito al campo largo di parlare con una voce sola.

    Conclusione

    Tra chi trasforma il riarmo in politica industriale e identità nazionale, come la Polonia, e chi si muove per gradi tra vincoli di bilancio e ambizioni europee, come l’Italia, il fondo Safe racconta un continente che condivide la minaccia ma non ancora la strategia. Che tipo di difesa comune si può costruire, se ogni stato continua a correre alla propria velocità?

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