L’utilizzo dei deepfake per creare propaganda segna una nuova fase della comunicazione politica: immagini e video generati dall’intelligenza artificiale trasformano il conflitto democratico in spettacolo, amplificano la delegittimazione dell’avversario e rendono sempre più sottile il confine tra satira, manipolazione e propaganda.
Un video realizzato con l’intelligenza artificiale, a sostegno del leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, nel quale alcuni esponenti dell’attuale opposizione vengono raffigurati condannati nell’arena del Colosseo, tra gladiatori, leoni e il pollice verso dell’antica Roma, ha riacceso il dibattito sull’uso dell’IA come strumento di comunicazione politica nell’era dei media digitali.
Il filmato, diffuso sui social, ha suscitato immediate reazioni politiche.
Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha accusato il contenuto di rappresentare un messaggio che “incita alla violenza”.
Angelo Bonelli, parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde ritiene che sia “un video che, per i suoi contenuti, appare integrare i presupposti dell’articolo 612-quater del Codice penale, che punisce la diffusione illecita di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale quando idonei a cagionare un danno ingiusto”.
Roberto Vannacci ha replicato rivendicando il carattere satirico della pubblicazione e contestando le accuse ricevute.
Sull’episodio arriva anche il commento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che sottolinea “Quel video non appartiene al mio modo di essere, né al mio modo di intendere il confronto politico […] Chi è davvero forte non ha bisogno di ostentarlo. È una convinzione che non cambierò mai”
Quando l’avversario diventa un bersaglio: la violenza simbolica nell’era dell’IA
Il contenuto trasforma l’eliminazione simbolica dell’avversario in un prodotto virale, costruito per attirare l’attenzione e la condivisione social. La questione, tuttavia, non riguarda il rischio che qualcuno possa credere reale il video: il nodo è un altro.
L’IA generativa permette di creare immagini e video sempre più realistici, ma soprattutto costruisce scenari emotivamente coinvolgenti, capaci di mettere in scena il conflitto e trasformare l’opponente politico in un personaggio da umiliare o da eliminare simbolicamente. Un linguaggio che rischia di spostare ancora più in là il confine tra legittima competizione democratica, intrattenimento e delegittimazione dell’altro.
Trump e la politica della narrazione visiva
L’esempio più evidente ci arriva dal presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, che negli ultimi mesi ha fatto più volte ricorso a immagini generate con l’intelligenza artificiale per rafforzare la propria narrazione politica, portando sulla sua piattaforma social Truth scenari alternativi, ricostruzioni teatrali e contenuti ad alto impatto emotivo e da immagini di conflitto.
In molti casi, il ricorso all’IA non serve tanto a convincere attraverso i fatti, quanto a consolidare un immaginario politico fondato sulla forza, sulla contrapposizione e sull’identificazione di un nemico. La comunicazione politica passa così attraverso la spettacolarizzazione del potere e della violenza simbolica.
Il paradosso dei deepfake e la forza del falso
Uno degli effetti meno discussi della creazione di contenuti IA a scopi comunicativi è proprio l’abbassamento della soglia di percezione: è un tema che riguarda tutto il mondo cyber, soprattutto quello dei deepfake. Più questi contenuti vengono prodotti e condivisi, più si riduce la percezione della loro pericolosità, favorendo la loro normalizzazione e rendendo così il deepfake un contenuto perfetto per una veloce ed efficiente comunicazione.
Non a caso l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689) definisce i deepfake come contenuti manipolati capaci di apparire autentici agli occhi del pubblico, e ne impone obblighi di trasparenza proprio per limitarne gli effetti nel dibattito pubblico.
Gli utenti sanno che il contenuto non è reale, eppure l’impatto mediatico che riceve è di enormi dimensioni e tende a far interiorizzare e diffondere il messaggio. È il meccanismo tipico dell’economia dei social dove si tende a premiare i contenuti capaci di generare interazioni rapide favorendo messaggi polarizzati. La creazione di contenuti algoritmici si presta perfettamente a questa catena: con pochi input genera il prodotto perfetto per ottenere click sui social. Oggi un singolo utente può creare un contenuto con un altissimo livello di realismo e distribuirlo potenzialmente a milioni di persone in pochi minuti.
La nuova sfida democratica: riconoscere il nemico costruito dall’algoritmo
Vediamo quindi un dibattito politico sempre più sensazionalistico. Si dà sempre meno risalto alla profondità del contenuto e sempre più forza alla rappresentazione del più potente.
La cosiddetta ‘illusione del falso’ diventa così una nuova arma politica. Non è più necessario convincere il pubblico che una falsità sia vera: è sufficiente creare abbastanza confusione da rendere incerto il confine tra vero e falso. In questo contesto l’IA può diventare uno strumento non solo di propaganda, ma anche di indebolimento della fiducia nelle istituzioni, nei media e nella stessa possibilità di un confronto basato sui fatti.
Davanti a episodi simili, che ormai sono diffusissimi nella propaganda politica internazionale, si evidenzia la vera sfida posta dalla creazione di deepfake per la comunicazione: non più solo comprendere la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è artificiale, ma la progressiva trasformazione del modo in cui percepiamo il confronto democratico. L’avversario non è più l’interlocutore del confronto, ma un nemico da umiliare o eliminare simbolicamente.
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