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    L’autunno caldo di Washington, tra debito federale fuori controllo e crisi internazionali

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    In questa bollente estate 2026 il vero elefante nella stanza ha le dimensioni mastodontiche dell’economia degli Stati Uniti. Un debito federale fuori controllo e rendimenti dei Treasury a 30 anni volati ad oltre il 5% – top dal 2007- spingono in alto anche i titoli obbligazionari europei e Giapponesi. E c’è già chi scommette che la prossima crisi finanziaria avrà una matrice obbligazionaria e non originata dall’AI.

    Il quadro geopolitico

    La congiuntura economica globale sta affrontando un momento di straordinaria tensione. È trascorso più di un anno da quando il Presidente Trump accoglieva su un tappeto rosso il suo omologo russo Vladimir Putin nel vertice di Anchorage, promettendo un riavvicinamento tra le rispettive potenze ed una possibile soluzione della Guerra in Ucraina. 

    Un anno dopo si può asserire non solo che nulla sia cambiato, ma anzi che gli Stati Uniti guidati da Trump sono coinvolti in un altro conflitto con l’Iran da quasi sei mesi e ciò ha contribuito sensibilmente a preoccupare investitori e mercati per una possibile fiammata inflattiva globale, a causa dei prezzi crescenti del petrolio e gas. In questo contesto i cittadini americani saranno chiamati a votare fra poco più di due mesi per le elezioni di midterm.

    Quali le mosse della Federal Reserve

    E così, mentre gli indici azionari fanno segnare record su record trascinati dall’euforia legata ai poderosi investimenti nell’AI (i cui rendimenti sono tutti ancora da quantificare), i fondamentali macroeconomici d’oltreoceano cominciano a destare preoccupazioni. 

    Il debito pubblico statunitense, che ha ufficialmente superato quota 40 trilioni di dollari, fa segnare un record del 124% rispetto al suo Prodotto Interno Lordo, un livello che non si raggiungeva dalla Seconda guerra mondiale. Ciò che desta preoccupazione non è il suo valore assoluto, ma quello relativo al pil ed alla sua dinamica di crescita. Secondo le stime, il tetto dei 40 trilioni è stato superato con oltre un anno di anticipo rispetto alle previsioni, registrando un deficit annuo vicino al 6% del pil (circa 2.000 miliardi), in un contesto di piena occupazione (ergo, senza necessità di politiche fiscali espansive per non necessità di sussidi). Una spirale di crescita che sta minando la credibilità storica dell’economia americana. In questo contesto la politica fiscale trumpiana espansiva (su spesa militare e riduzione della pressione fiscale) non sta sortendo gli effetti sperati.

    Attualmente, il costo del servizio del debito assorbe una fetta colossale del bilancio federale, superando persino la spesa per la difesa e costringendo i mercati a interrogarsi sulla sostenibilità a lungo termine della firma sovrana americana. 

    I provvedimenti del Dipartimento del Tesoro e della Federal Reserve 

    In questo scenario di estrema fragilità, le mosse recenti del Dipartimento del Tesoro e della Federal Reserve hanno evidenziato una crescente preoccupazione per il mercato dei T-Bond. L’annuncio da parte del Tesoro di intensificare massicciamente i programmi di riacquisto (buyback) di debito a lungo termine – mirando a sostenere domanda (e liquidità) sui titoli trentennali, i cui rendimenti si sono spinti oltre la soglia critica del 5,2%, toccando i massimi degli ultimi diciannove anni – riflette le difficoltà sistemiche incontrate nel collocare i titoli.

    Questa strategia potrebbe non avere un impatto reale: in primis vi è il rigore della Federal Reserve, la quale rifugge da un ritorno a massicce politiche di quantitative easing, dall’altro si sta esacerbando la pressione sul debito a breve-medio periodo. Il tesoro degli Stati Uniti sta finanziando il suo debito a lungo/lunghissimo termine con emissioni di debito a breve. Una forzatura dell’economia a cui solo il dollaro potrebbe resistere. Ove i tassi a breve crescessero a livelli poco sostenibili, si aprirebbe la strada dell’immissione di nuova moneta nel sistema con un successivo deprezzamento e svalutazione della valuta stessa.

    Non è un caso che il mercato cominci a scontare tale prospettiva portando il dollaro vicino a quota 1,17 per ogni singolo euro.

    Che succede alla curva dei rendimenti? 

    Le ripercussioni di tale dinamica si riflettono in modo inequivocabile sulla conformazione della curva dei rendimenti, la quale mostra segnali evidenti di un appiattimento anomalo e di una forte tensione sul tratto lungo e lunghissimo. Con un rendimento dei titoli decennali attorno al 4,65% e quello dei trentennali al 5,20%, il premio al rischio richiesto dagli investitori per detenere debito a lunghissimo termine riflette i timori legati all’inflazione strutturale e alla saturazione della capacità di assorbimento da parte degli acquirenti tradizionali. 

    Le conseguenze sul dollaro statunitense si muovono lungo una traiettoria di duplice lettura, divisa tra la tradizionale funzione di bene rifugio e la crescente perdita di fiducia legata al deterioramento dei fondamentali fiscali con un conseguente deprezzamento.

    Concludendo

    Per l’economia mondiale, questo quadro di iper-indebitamento statunitense e di tensioni sui titoli di Stato si traduce in un potente esportatore di instabilità finanziaria. Un costo del denaro così elevato negli Stati Uniti finisce per drenare la liquidità globale, sottraendo capitali dai mercati emergenti e dalle economie avanzate partner. 

    Le pressioni d’oltreoceano, le tensioni geopolitiche sul piano internazionale, le aspettative di inflazione dovute allo shock petrolifero, congiuntamente ai maxi piani di spesa pubblica varati in Europa (riarmo in primis), spingono al rialzo anche le quotazioni obbligazionarie europee: il bund 30ennale tedesco ha toccato il 3,8%, quello francese il 4,9% quello Giapponese al 4,14%.

    Oltre i numeri, i grafici macroeconomici si nasconde una questione etica: chi pagherà il conto di tutta questa enorme mole di spesa sregolata? La risposta non riguarda solo i mercati finanziari, ma il futuro del welfare europeo e americano. Ignorare questo oggi significa avere una prospettiva miope, che cerca consenso scaricando il costo di queste scelte sui prossimi decenni.

    20260309

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