L’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, Ratko Mladić, è morto all’età di 84 anni nel carcere delle Nazioni Unite all’Aia, nei Paesi Bassi, dove stava scontando una condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. “Il macellaio della Bosnia” fu uno dei principali responsabili, insieme a Radovan Karadžić, della atrocità commesse durante la guerra in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.
La condanna per crimini contro l’umanità
Il nome di Mladić è legato soprattutto al massacro di Srebrenica del luglio 1995, dove in pochi giorni, più di 8.000 bosniaci furono uccisi dopo la conquista della città, che era stata dichiarata dalle Nazioni Unite una “zona protetta”.
Le vittime furono sepolte in fosse comuni e, in alcuni casi, i corpi vennero successivamente riesumati e trasferiti in altre località nel tentativo di nascondere le prove dei crimini. Il massacro di Srebrenica è stato riconosciuto dai tribunali internazionali come genocidio ed è considerato una delle peggiori atrocità commesse in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Inoltre, Mladić ebbe un ruolo centrale anche nell’assedio di Sarajevo, il più lungo dopo la Seconda guerra mondiale: la capitale bosniaca fu protagonista di bombardamenti e di attacchi anche contro popolazione civile durati tre anni. Nel processo all’Aia, il comandante fu ritenuto responsabile di tali crimini.
Sedici anni di latitanza
Nonostante fosse ricercato, Mladić riuscì a evitare l’arresto per circa sedici anni, venne catturato solo nel maggio del 2011 e trasferito all’Aia. L’arresto rappresentò un momento importante per la giustizia internazionale: con la cattura di Mladić, tutti i principali latitanti ricercati dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia erano stati finalmente consegnati alla giustizia.
Sei anni dopo, nel novembre del 2017 il Tribunale lo dichiarò colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e delle consuetudini di guerra, condannandolo all’ergastolo.
Mladić non riconobbe la legittimità della Corte: durante un’udienza del 2014 dichiarò esplicitamente di non riconoscerne l’autorità e alla lettura della condanna all’ergastolo nel 2017 contestò duramente la sentenza. Non mostrò pubblicamente pentimento per i crimini per i quali era stato condannato.
L’eredità storica di una figura controversa
Negli ultimi mesi la sua condizione fisica è peggiorata drasticamente; la valutazione medica, inoltre, affermava che la morte poteva sopraggiungere in qualsiasi momento. Proprio per questo, la difesa di Mladić presentò una richiesta di scarcerazione per “ragioni umanitarie”, richiesta che fu però respinta dalle autorità giudiziarie internazionali. La decisione suscitò la reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić, il quale si dichiarò profondamente rammaricato per il mancato rilascio del “Macellaio di Bosnia”.
Nonostante la sua condanna rimanga una delle sentenze più importanti emesse dalla giustizia penale internazionale per i crimini commessi durante la dissoluzione della Jugoslavia, la sua figura continua ad essere estremamente divisiva nei Balcani: nonostante i crimini commessi, gli ambienti nazionalisti serbi lo hanno sempre considerato un eroe e difeso. Per le altre etnie che hanno vissuto l’orrore delle guerre jugoslave, Mladić verrà sempre ricordato come uno dei simboli, se non il principale, dei crimini commessi durante gli anni Novanta.
Per i familiari delle vittime di Srebrenica e per i sopravvissuti, la sua morte rappresenta soprattutto la fine della vita di un uomo che non ha mai riconosciuto pienamente le responsabilità attribuitegli.
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