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    Dieci anni dopo il sisma nel Centro Italia: la ricostruzione

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    Alle 3.36 del 24 agosto 2016 la terra tremava nel cuore dell’Appennino centrale. Il terremoto, con epicentro nell’area compresa tra Accumoli e Arquata del Tronto, colpiva quattro regioni: Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, e dava inizio a una sequenza sismica che sarebbe proseguita nei mesi successivi. Il bilancio sarà di 299 morti, 365 feriti e oltre 40 mila sfollati.

    A dieci anni di distanza, Amatrice è ancora il simbolo di quella notte. Ma il decimo anniversario non è soltanto una ricorrenza della memoria: è anche il momento in cui misurare lo stato della ricostruzione e interrogarsi su ciò che è stato fatto, su ciò che ancora manca e, soprattutto, su quale futuro si voglia costruire per questi territori.

    Il messaggio di Mattarella

    Il Presidente della Repubblica, nel messaggio diffuso oggi, ha definito il sisma una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica e ha ricordato come il percorso di risanamento non sia ancora concluso. Un richiamo che accompagna la giornata di commemorazione ma che assume anche il valore di una responsabilità istituzionale: ricostruire significa restituire alle comunità quella normalità che la tragedia ha interrotto.

    UN CRATERE DI 8 MILA CHILOMETRI QUADRATI

    Per comprendere la dimensione della ricostruzione occorre considerare che il cratere del sisma comprende 138 comuni distribuiti tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, su una superficie di circa 8 mila chilometri quadrati. È un territorio prevalentemente montano, caratterizzato da piccoli centri, fragilità infrastrutturali e un problema demografico che precedeva il terremoto e che il sisma ha ulteriormente aggravato.

    Secondo il Rapporto 2026 del Commissario Straordinario, al 31 maggio scorso erano state presentate 36.149 richieste di contributo per la ricostruzione privata, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. I contributi concessi ammontavano a 12,59 miliardi, mentre le liquidazioni avevano superato gli 8 miliardi. I cantieri autorizzati erano 23.361 e quelli conclusi 14.968; oltre il 64% degli interventi autorizzati.

    Anche l’emergenza abitativa mostra un miglioramento: le famiglie ancora assistite sono scese a 8.759 nuclei, circa il 40% in meno rispetto al 2022. Il baricentro degli interventi si è progressivamente spostato verso gli edifici con danni più gravi, che rappresentano ormai oltre la metà delle pratiche presentate, concentrate soprattutto nei 44 comuni più colpiti dal sisma.

    Sono numeri che descrivono un processo ormai entrato in una fase molto più avanzata rispetto ai primi anni. Ma fotografano anche una ricostruzione ancora in corso, con migliaia di famiglie che attendono il rientro nelle proprie abitazioni.

    IL CASO AMATRICE

    Se il cratere racconta una storia complessa e articolata, Amatrice ne rappresenta il punto più emblematico. I dati aggiornati dalla Struttura commissariale indicano 1.510 domande di contributo accettate e 540 aggregati costituiti. Le abitazioni ricostruite e dotate di agibilità sono 247. I cantieri attivati risultano 828: 348 sono stati completati e 480 sono ancora in corso. Il valore dei contributi concessi raggiunge 679,5 milioni di euro, a fronte di una richiesta complessiva di circa 1,10 miliardi.

    Anche sul fronte della ricostruzione pubblica sono numerosi gli interventi in corso. Tra questi figurano l’ospedale, il municipio, la chiesa di San Francesco, diverse infrastrutture viarie e opere di riqualificazione urbana. Il municipio, secondo il cronoprogramma della Struttura commissariale, dovrebbe essere ultimato entro la fine del 2026. Il quadro restituisce quindi una città ancora dentro il processo di ricostruzione.

    IL CAMBIO DI PASSO E LA RICOSTRUZIONE PUBBLICA

    Il dato più significativo degli ultimi anni riguarda proprio l’accelerazione impressa al processo. Se sul fronte privato il 2026 si chiude con quasi 15mila cantieri conclusi nell’intero cratere, quello pubblico registra 3.667 interventi programmati per oltre 4,85 miliardi di euro, un capitolo che resta comunque il più complesso per via dei tempi tecnici di progettazione e affidamento previsti dal nuovo Codice degli appalti.

    Secondo il rapporto del Commissario, gli interventi pubblici già conclusi o in corso rappresentano circa il 40% della programmazione, mentre quelli non ancora avviati sono scesi al 2,5%: una fotografia ben diversa da quella dei primi anni successivi al terremoto, quando la complessità amministrativa aveva rallentato in modo significativo l’apertura dei cantieri.

    Nel frattempo, per evitare che i cambiamenti nel sistema degli incentivi fiscali producessero nuovi blocchi, l’Ordinanza 273 del 2026 ha attivato 1,3 miliardi di euro destinati ai cantieri della ricostruzione privata già avviati ma non completati, sotto forma di contributo integrativo a copertura dei maggiori costi rimasti a carico dei beneficiari.

    A questo si affianca Next Appennino, il programma finanziato dal Fondo complementare al PNRR con 1,78 miliardi di euro, che integra ricostruzione fisica e sviluppo economico: la sua prima macro-misura, dedicata a città e paesi sicuri, sostenibili e connessi, finanzia interventi tra digitalizzazione, rigenerazione urbana, infrastrutture e mobilità, mentre la seconda, orientata alle imprese, ha raccolto progetti di investimento per oltre 2,5 miliardi di euro, superando la dotazione finanziaria inizialmente prevista.

    IL COMMISSARIO CASTELLI: “UN ATTO DI GIUSTIZIA VERSO LE COMUNITÀ

    Il Commissario straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, ha definito il decennale non solo una data simbolica ma un passaggio che chiama alla responsabilità collettiva, sottolineando come la ricostruzione non possa ridursi a un insieme di opere ma debba rappresentare un impegno verso la storia e l’identità dei territori colpiti. Sulla stessa linea la premier Giorgia Meloni, presente alle celebrazioni ad Amatrice, che ha riconosciuto come troppi rinvii abbiano rallentato l’avvio dei lavori nella prima fase, rivendicando però un cambio di passo negli ultimi anni.

    LO SPOPOLAMENTO, IL NODO IRRISOLTO

    Dietro i numeri aggregati, il quadro sul terreno resta più frastagliato. Un reportage pubblicato in occasione dell’anniversario racconta una ricostruzione ancora segnata da cantieri appena avviati e da migliaia di persone che vivono nelle SAE, le Soluzioni Abitative d’Emergenza, a dieci anni dal sisma. Il caso di Castelsantangelo sul Nera, uno dei comuni che ha prodotto più macerie nell’intero cratere sismico, è emblematico: il ritardo della ricostruzione privata è stato causato dal dissesto idrogeologico e dal rischio idraulico legato al fiume Nera, con un progetto di messa in sicurezza da circa 14,6 milioni di euro la cui gara è partita nel 2026 e i cui lavori non inizieranno prima del 2027.

    È proprio lo spopolamento, più che la lentezza dei cantieri, a preoccupare gli addetti ai lavori. Il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) ha lanciato un allarme netto in occasione del decennale: il rischio concreto non è soltanto la lentezza realizzativa, ma quello di completare la ricostruzione fisica senza avere più una comunità da insediare.

    Il presidente del CNAPPC, Alessandro Panci, ha citato dati secondo cui tra il 25 e il 30% della popolazione non risiede più in questi territori, stimando che per completare le opere serviranno probabilmente altri dieci anni. Per l’associazione, restaurare edifici senza una visione strategica sul loro futuro utilizzo non basterà da solo a fermare l’esodo dai centri colpiti.

    SEGNALI DI RIPRESA ECONOMICA E OCCUPAZIONALE

    Non mancano, tuttavia, indicatori più incoraggianti sul fronte economico. Nei comuni del cratere sismico l’occupazione è cresciuta a un ritmo superiore alla media nazionale, con nuovi posti di lavoro in aumento del 12,4% tra il 2022 e il 2024, contro il 3,9% registrato a livello Paese. Un dato che, secondo Castelli, è la condizione necessaria perché le abitazioni ricostruite tornino effettivamente abitate, contrastando lo spopolamento cronico delle aree interne.

    Anche il tessuto imprenditoriale mostra segnali di vitalità: le imprese beneficiarie di erogazioni del programma Next Appennino sono quasi raddoppiate nell’arco di un anno. Il quadro che emerge dal decennale è quindi quello di una ricostruzione a due velocità: da un lato un’accelerazione documentata sul piano finanziario e dei cantieri privati, spinta anche dal superamento delle criticità legate al Superbonus e da un’ordinanza speciale da 1,3 miliardi di euro che ha permesso la messa in sicurezza di circa 5mila cantieri; dall’altro una ricostruzione pubblica e sociale che fatica a tenere il passo, con borghi dove il rischio, più che la mancanza di opere, è la mancanza di persone che le abitino.

    NON E’ PIU’ RESILIENZA

    Dieci anni sono un tempo sufficiente per rimettere in piedi un muro, una scuola, una chiesa. Non sempre lo sono per rimettere in piedi una comunità. Ed è forse questo il punto più delicato del decennale: per anni si è parlato di questi territori usando la parola resilienza, come se il compito delle persone rimaste fosse soltanto quello di resistere, di tenere duro in attesa che i cantieri arrivassero. Ma chi oggi vive ad Amatrice, ad Accumoli, ad Arquata del Tronto o nelle decine di frazioni sparse nel cratere non sta più solo resistendo: sta scegliendo.

    Sceglie di restare, o di tornare, in un luogo che potrebbe più facilmente lasciarsi alle spalle. È una differenza che i numeri dei rapporti ufficiali non riescono a raccontare fino in fondo, ma che è forse la vera misura della ricostruzione: non soltanto quanti metri cubi sono stati ricostruiti, ma quante persone hanno deciso, consapevolmente, che quei metri cubi valgono la pena di essere abitati di nuovo. La sfida dei prossimi anni non sarà soltanto completare gli interventi edilizi, ma continuare a dare ragioni di lavoro, di servizi, di futuro a chi quella scelta l’ha già fatta, e a chi ancora deve prenderla.

    20260311

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