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    La guerra tra Israele e Hamas e le divisioni dell’Europa

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    Alla fine del mese di ottobre, con l’intensificarsi del conflitto tra Israele e Hamas, tutti i 27 leader dell’Unione Europea hanno ribadito la condanna dell’attacco di Hamas contro Israele e riaffermato il diritto di Israele a difendersi. Contestualmente, hanno anche espresso “la più grande preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria a Gaza e hanno sottolineato la necessità di accesso agli aiuti, “compresi corridoi umanitari e pause per i bisogni umanitari”.

    Questa avrebbe dovuto essere la posizione unitaria dell’Unione Europea sul conflitto in Medio Oriente. Eppure quella stessa settimana, alle Nazioni Unite, l’Europa si è divisa sulla risoluzione del cessate il fuoco a Gaza. Hanno votato a favore paesi come Spagna, Irlanda e Francia. Germania e Italia, tra gli altri, si sono astenute. Austria, Ungheria e Repubblica Ceca hanno votato contro. Nonostante gli sforzi dell’Europa, le posizioni contrastanti dei peasi membri sulla questione sono affiorate alla luce del sole. 

    L’approccio dell’Unione Europea

    L’Europa, nel suo insieme, si è tradizionalmente schierata a favore di un approccio equilibrato sulla questione israelo-palestinese, in parte per rispondere alle sensibilità della popolazione e in parte per tenere in considerazione le differenze storiche e politiche nazionali. 

    Nelle ultime settimane, proteste e marce per chiedere il cessate il fuoco hanno attraversato le capitali europee. Il continente ha anche assistito a un preoccupante picco di antisemitismo. Alcuni ritengono che l’Europa abbia negli anni perso un’occasione per incarnare il ruolo di mediatore in questo conflitto, soprattutto agli occhi del Sud del mondo, poiché la sua posizione confusa su Gaza contrasta con l’inequivocabile condanna degli attacchi russi contro l’Ucraina.

    L’Europa ha ancora influenza, soprattutto come potenza economica, ma in questa fase fatica a trovare la sua posizione.Abbiamo sensibilità diverse all’interno dell’UE riguardo alle preoccupazioni israeliane e palestinesi, quindi l’Unione potrebbe avere un vantaggio rispetto ad altri attori internazionali”, ha affermato Alexander Loengarov, ricercatore senior affiliato presso l’Istituto di diritto internazionale della KU Leuven in Belgio. 

    Il dramma della politica europea 

    In seguito all’attacco di Hamas in Israele, il commissario europeo di origine ungherese Olivér Várhelyi ha annunciato l’immediata sospensione degli aiuti alla Palestina. Subito dopo, il capo diplomatico dell’UE, Josep Borrell, ha dovuto limitare i danni insistendo sul fatto che gli aiuti non sarebbero stati fermati.

    La posizione ufficiale dell’Unione europea su qualsiasi [questione] di politica estera viene fissata – ripeto – dalle linee guida [ufficiali dell’UE]“, ha detto Borrell subito dopo, aggiungendo che la politica estera è decisa dai leader dei 27 membri dell’UE.

    Da un lato, l’Europa è uno dei principali donatori internazionali di aiuti umanitari e allo sviluppo per la Palestina. Dall’altro, ha anche cercato di rafforzare i legami commerciali, tecnologici e di sicurezza con Israele, soprattutto all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina. 

    Questo equilibrio delicato si declina, ad esempio, nella decisione dei tribunali europei di richiedere che i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali israeliani sui territori palestinesi occupati fossero etichettati come tali. Al contempo, l’Europa non ha mai immaginato un sistema di sanzioni (forse lo strumento di politica estera collettiva più potente dell’UE) per limitare concretamente l’espansione delle colonie israeliane. 

    La posizione ondivaga dell’Europa ha progressivamente portato gli Israeliani a percepire l’Unione come troppo solidale verso la causa palestinese, mentre i Palestinesi si lamentano di un sostegno forte a favore di Israele.

    Origini storiche del posizionamento europeo 

    Gran parte della spiegazione alle differenze di vedute dei peasi europei sulla questione Israelo-palestinese si deve alle dinamiche politiche storiche dell’Europa. 

    La Germania, per ovvie ragioni, è fortemente filo-israeliana. D’altro canto, la storia di occupazione e colonizzazione dell’Irlanda tende verso una maggiore solidarietà con la causa palestinese.

    Durante la Guerra Fredda, il sostegno alla Palestina e a Israele in Europa fu influenzato dalla formazione dei blocchi est-ovest; molti degli stati dell’ex blocco sovietico riconoscono ancora la Palestina come uno stato, anche se alcuni – come l’Ungheria e la Repubblica Ceca – sono diventati da allora fermamente filo-israeliani.

    Alcuni di questi cambiamenti si sono rafforzati negli ultimi anni quando l’estrema destra è salita alla ribalta in paesi come l’Ungheria ha trovato affinità con la leadership di destra israeliana rappresentata da Benjamin Netanyahu.

    Le conseguenze del conflitto nel futuro

    Prima del 7 ottobre, l’Europa era impegnata a favore di una soluzione a due Stati, anche se questa potrebbe essere venuta meno come priorità di politica estera per Bruxelles. Ora la complessità e la brutalità del conflitto stanno rivelando la tenue posizione dell’Europa. 

    Penso che molti di loro [leader dei paesi europei] stiano affrontando una crescente pressione interna per moderare la loro posizione e riflettere una maggiore preoccupazione verso i Palestinesi”, ha affermato Gerald M. Feierstein, ricercatore senior sulla diplomazia statunitense presso il Middle East Institute ed ex funzionario del Dipartimento di Stato.

    In effetti, proteste a sostegno del cessate il fuoco si sono verificate ovunque, dalla Spagna alla Germania, dalla Francia alla Polonia. I governi di Francia e Germania, che hanno entrambi una grande popolazione musulmana, hanno tentato di limitare le proteste filo-palestinesi, citando sia timori per la sicurezza che preoccupazioni per l’antisemitismo – una preoccupazione legittima e crescente in tutta Europa, anche se non sempre direttamente collegata alle manifestazioni.  All’opposto, Belgio e Spagna – due paesi che tendono ad essere più solidali con i diritti dei palestinesi – sono diventati sempre più critici nei confronti dell’approccio di Israele. “Bombardare un intero campo profughi con l’intenzione di eliminare un terrorista, non penso che si possa dire che sia proporzionale, ha detto questa settimana il primo ministro belga Alexander De Croo.

    L’8 novembre Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, ha ribadito la posizione dell’Europa: “Israele ha il diritto di difendersi, ma deve rispettare il diritto internazionale. Un assedio totale di Gaza non è in linea con il diritto internazionale.”

    L’Europa può cercare la pace, ma ha poche capacità per arrivarci. Come hanno sottolineato alcuni esperti, l’Unione potrebbe tracciare un percorso diplomatico e diventare un potenziale mediatore, ma non ha il peso politico per raggiungere questo obiettivo da sola. E anche se lo facesse, le sue divisioni interne potrebbero renderlo impossibile. 

    A cura di

    Lorenzo Minio Paluello

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