Dopo 3 anni, esattamente dal luglio 2023, la Fed rialza i tassi di interesse dello 0.25%. A seguire anche Tokyo inaugura una nuova fase di politica monetaria restrittiva, riportando il costo del denaro ai livelli più alti dal 1995. Wall street vede un secondo aumento entro il 2026. Che sia davvero finita l’era del denaro a costo zero?
La tempesta perfetta
Il quadro globale presenta una serie di compressioni complesse che hanno inevitabili ripercussioni sull’economia globale e che non possono essere ignorate dalle banche centrali. I continui attacchi alle petroliere che transitano per lo stretto di Hormuz (con crescenti costi assicurativi), il controllo dello stretto di Bab el Mandeb da parte degli Houthi, gli attacchi contro l’oleodotto in Arabia e i bombardamenti sui siti di stoccaggio e raffinazione del petrolio provocati dalla guerra russo-ucraina hanno ridotto l’offerta globale di petrolio di oltre 5 milioni di barili al giorno.
L’inflazione a cui assistiamo è una diretta conseguenza di uno shock sul lato dell’offerta e, storicamente, trattasi di una tipologia di inflazione tanto insidiosa quanto difficile da gestire per i banchieri centrali.
Come i tassi d’interesse muovono l’economia reale
Per comprendere le manovre in corso è necessario richiamare pochi concetti fondamentali della politica monetaria: in primis il target fondamentale di qualsiasi banca centrale è mantenere l’inflazione ad un livello del 2%; per la sola Fed questo obiettivo viene perseguito congiuntamente a quello della massima occupazione. In secundis lo strumento principale di politica monetaria, ovvero il tasso di interesse, che rappresenta il costo del denaro con cui gli istituti di credito commerciali si riforniscono di liquidità.
Verso un aumento generalizzato del costo del denaro
Tra i primari istituti di emissione globali la Federal Reserve (Fed) ha varato un nuovo ritocco all’insù dei tassi (di 25 p.b, quindi su una forbice del 3.75%/4%), innescando la feroce reazione del presidente Trump che, affidandosi al suo social Truth, si scatena contro la decisione del board, auspicando un abbassamento dei tassi fino all’1%. Con un’inflazione ancora al 3.4% – ben al di sopra del target da oltre 5 anni – ed un mercato del lavoro robusto il board non avrebbe potuto agire diversamente.
Francoforte segue una linea allo stesso modo rigorosa. Di fronte alle pressioni sui costi energetici ed a una stima di inflazione sbilanciata verso l’alto, la BCE ha incrementato i tassi di riferimento di 25 punti (forbice tra il 2.5%/2.9%).
In controtendenza rispetto ai colleghi d’oltreoceano e d’oltremanica, la BoE ha deciso di lasciare i tassi invariati: sebbene i tassi sui mutui in Inghilterra abbiano superato il 5,8%, livello più elevato dal 2023, il governatore Bailey sostiene che tassi più alti non possano risolvere direttamente uno shock dei prezzi del petrolio.
Il vero cambio di paradigma arriva da Tokyo. Dopo decenni di tassi negativi, la BoJ ha proceduto ad aumentare il costo del denaro verso livelli mai visti negli ultimi trent’anni. L’esigenza di sostenere lo yen (altrimenti troppo debole verso il dollaro) ha spinto la banca centrale nipponica ad abbandonare definitivamente la sua anomalia monetaria storica, assecondando anche le richieste provenienti da Washington.
Giova tenere a mente che al momento Tokyo è il maggior detentore del debito americano (1.2 trilioni di dollari), ergo, in caso di caduta incontrollata della propria valuta, la BoJ avrebbe dovuto sostenerla con grossi acquisiti in valuta locale, smobilizzando in primis quell’enorme quantitativo di dollari tenuto in riserva.
La resilienza del mercato azionario
In linea teorica vi sarebbero almeno due ordini di ragioni per i quali un aumento del costo del denario dovrebbe esercitare una pressione diretta e ribassista sul mercato azionario.
Matematicamente, infatti, il valore teorico di un’azione equivale al valore attuale dei suoi flussi di cassa futuri. L’aumento dei tassi utilizzato dagli analisti per scontare tali flussi determina una riduzione del suo valore attuale.
In secondo luogo, con tassi d’interesse più elevati, i titoli di Stato a breve e media scadenza offrono cedole via via più allettanti, drenando liquidità dal mercato azionario.
Nonostante ciò, l’euforia legata alle strabilianti performance delle big tech – e ai loro massicci investimenti in IA per centinaia di miliardi di dollari – ha momentaneamente spezzato questa correlazione inversa, consentendo ai listini europei e americani di confermarsi stabilmente su livelli storicamente elevati.
Concludendo
Le prospettive richiedono estrema selettività e cautela.
Sui mercati si apre una nuova stagione, quella del denaro non più gratuito. Gli investitori non mettono tanto in evidenza la solvibilità dei debiti sovrani, quanto la facoltà di richiedere premi per il rischio via via maggiori. Differentemente dall’ultima crisi del debito, che ha riguardato soltanto i Paesi più periferici, questa volta la geografia dei debiti monstre è più eterogenea. Stati Uniti, Giappone, Francia.
La grande incognita per il prossimo futuro risiede nell’eventuale cedimento della situazione macroeconomica attuale: riusciranno i banchieri centrali a raffreddare l’inflazione, evitando forti spirali recessive (c.d. “atterraggio morbido” – soft landing –) o le strozzature sul piano geo-politico e gli shock sul lato dell’offerta saranno difficilmente governabili con la sola politica monetaria aprendo la strada a scenari ben più nefasti per risparmiatori ed investitori?
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