Dopo mesi di scintille tra Washington e gli alleati europei, il vertice NATO di Ankara ha avuto il merito di ricucire, almeno formalmente, le due sponde dell’Atlantico, lanciando anche nuovi programmi comuni destinati a segnare i prossimi anni dell’Alleanza. Non è un caso che la scelta sia caduta sulla Turchia: è la seconda volta che ospita un summit dopo Istanbul nel 2004, e già questo racconta uno spostamento del baricentro verso il fianco sud-orientale.
Ma la notizia che riguarda più da vicino l’Italia è un’altra: per la prima volta nella storia dell’Alleanza, la guida di un’intera task force – cioè un gruppo di lavoro operativo che riunisce forze di più Paesi – è stata affidata a una sola nazione, invece che a un comando condiviso tra più Alleati. È toccato proprio a Roma, nel cuore del Mediterraneo centrale, un ruolo che finora nessun altro Paese aveva mai ricevuto.
Il vertice di Ankara e i suoi risultati
Il summit del 7 e 8 luglio arrivava dopo settimane di tensioni aperte: il segretario alla Difesa USA aveva definito “vergognosi” gli alleati europei sulle spese militari, mentre Donald Trump aveva bollato come “ridicolo” il rapporto unilaterale tra Washington e la NATO, in una fase di transizione che gli stessi americani chiamano informalmente “NATO 3.0“, cioè un modello in cui gli europei si assumono più responsabilità dirette nella propria difesa.
Ad Ankara, il segretario generale Mark Rutte ha rivendicato un aumento del 20% delle spese difensive europee in un anno, e ha annunciato che la spesa totale per difesa e sicurezza degli alleati ha già raggiunto circa il 4% del PIL, a un solo anno dall’impegno decennale che punta al 5% entro il 2035. La dichiarazione finale del vertice, che chiunque può consultare per intero sul sito ufficiale della NATO, ha confermato il sostegno all’Ucraina da 70 miliardi di euro per il 2026 e il 2027 (30 miliardi arrivano da un prestito dell’Unione Europea, i restanti 40 da contributi bilaterali dei singoli Paesi).
Ha inoltre lanciato un nuovo programma chiamato “Drone Edge“, che prevede investimenti per oltre 40 miliardi di dollari in cinque anni per costruire sistemi di difesa contro i droni, comprare insieme nuovi droni e formare più operatori capaci di utilizzarli, un numero che l’Alleanza vuole moltiplicare per cinque entro il 2027. In pratica si tratta di creare una sorta di mercato comune, dove i Paesi membri possono acquistare più facilmente sistemi anti drone già testati e approvati dalla NATO, e di allargare la rete di scuole di addestramento al volo già esistente, a cui ad Ankara hanno aderito anche Finlandia, Francia e Svezia, portando i Paesi partecipanti a venti, con sedici centri di addestramento sparsi in otto nazioni.
Il motivo di tanta attenzione ai droni è l’esperienza della guerra in Ucraina, dove droni economici e piccoli missili a bassa quota hanno messo in difficoltà le tradizionali difese aeree, pensate per minacce diverse. Ad Ankara sono stati inoltre confermati ordini per 900 missili intercettori Patriot, a conferma di un’Alleanza che prova a muoversi come blocco coordinato più che come somma di sforzi nazionali isolati. Sono segnali scelti apposta per dimostrare che, nonostante gli attriti pubblici, le due sponde atlantiche restano legate da un interesse comune, e che la NATO riesce a trasformare in programmi concreti anche le tensioni che l’hanno preceduta.
L’affidamento della Task Force all’Italia
Il segnale più concreto del nuovo peso italiano nell’Alleanza, però, non arriva da Ankara ma dalla Puglia, dove dal 22 giugno è attiva la Task Force X Central Mediterranean, nota anche con la sigla TFX CentMed), un’iniziativa pensata dal comando NATO per la trasformazione e guidata operativamente dallo Stato Maggiore della Difesa italiano. Si tratta della prima volta che un progetto di questo tipo, dopo esperienze simili nel Baltico e nell’Artico, viene affidato alla guida di un solo Paese anziché a un comando condiviso tra più nazioni, e questa volta è toccato all’Italia.
Nel poligono tra Puglia e Adriatico meridionale vengono sperimentate insieme diverse tecnologie militari: quelle terrestri, marittime, aeree, informatiche (il cosiddetto dominio cyber) e persino satellitari, con l’aggiunta di dati raccolti sott’acqua e nello spettro elettromagnetico, cioè le onde radio e i segnali che permettono a mezzi e sensori di comunicare tra loro. Tutto questo grazie anche a un nuovo centro tecnologico nel Salento, dedicato a raccogliere e mettere insieme tutti questi dati in un’unica visione operativa.
Alla sperimentazione partecipano oltre cento sistemi autonomi, cioè mezzi senza equipaggio, come droni e sensori, e personale di Croazia, Lettonia, Slovenia e Stati Uniti, sotto comando italiano. Le attività della prima fase, concluse il 10 luglio, sono state pensate come un progetto pilota: se il modello funziona, potrà essere ripetuto in altre fasi e magari esteso ad altre zone dell’Alleanza, sempre con un Paese alla guida al posto del tradizionale comando condiviso.
Le rivendicazioni del ruolo centrale del fianco sud
Per l’ammiraglio Pierre Vandier, il comandante alleato che si occupa proprio di trasformazione e innovazione, si tratta di “un passo significativo per l’Alleanza” sul fianco sud. Per il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, la guida italiana serve a rendere la NATO più complementare, più ridondante – cioè capace di coprirsi in caso di problemi a un singolo sistema – e più resiliente, aumentando così la sua efficacia operativa complessiva.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in visita al centro tecnologico salentino, ha definito la sperimentazione “una risposta concreta alle nuove sfide della sicurezza” e “un passaggio di grande rilevanza” sia per la Difesa italiana sia per l’intera Alleanza. La scelta del Mediterraneo centrale non è affatto casuale: è un’area attraversata da rotte energetiche, da cavi sottomarini per le telecomunicazioni e da traffici commerciali importanti, oltre che esposta a minacce meno prevedibili come il terrorismo e l’instabilità politica dei Paesi vicini, tutti elementi che la rendono sempre più centrale nella strategia di sicurezza dell’Alleanza. Un riconoscimento che consolida il Mediterraneo centrale come laboratorio dell’innovazione militare euro atlantica, con Roma che non è più soltanto una comprimaria, ma diventa regista di un fianco sud che oggi pesa quanto, se non più, di quello orientale.
Resta da vedere se questa doppia eredità di Ankara, la ricucitura atlantica sulla carta e la guida operativa italiana sul campo, si tradurrà in un peso politico stabile per Roma dentro l’Alleanza, o se resterà un episodio isolato in un contesto ancora segnato da divergenze profonde sulla spesa. La scommessa del governo italiano è trasformare la fiducia tecnica ricevuta sul Mediterraneo in influenza politica duratura. Ci riuscirà?
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