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    Deficit al 3,1%: l’Italia rimane nella procedura Ue

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    Il deficit pubblico italiano si è attestato al 3,1% del Pil nel 2025, secondo i dati definitivi diffusi dall’Istat il 22 settembre 2026. È un decimale che pesa: sotto la soglia del 3% l’Italia avrebbe potuto lasciare in anticipo la procedura per deficit eccessivo aperta dall’Unione europea nel 2024. Con questo dato, invece, il percorso di rientro prosegue, e con esso i vincoli sulla prossima legge di bilancio.

    Il dato Istat e lo 0,1% che pesa

    Il governo sperava che la revisione dei conti nazionali potesse portare il rapporto deficit/Pil sotto la fatidica soglia del 3%, aprendo uno spiraglio per l’uscita anticipata dalla procedura. Non è andata così: l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si è fermato al 3,079% del Pil, un valore che arrotondato resta 3,1%, contro il 3,4% del 2024. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha commentato: “Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi”, aggiungendo che l’uscita anticipseta quest’anno è sfumata ma resta possibile nel 2027. La revisione ha corretto al rialzo il Pil di circa 7 miliardi, senza però spostare il rapporto finale.

    Cosa significa rimanere in procedura d’infrazione?

    Restare nel cosiddetto braccio correttivo della procedura per deficit eccessivo significa per l’Italia continuare a seguire un piano concordato con Bruxelles per la riduzione del disavanzo strutturale, con un vincolo di correzione di circa 0,5 punti di Pil l’anno e un controllo stretto sulla crescita della spesa netta. La Commissione europea, tramite Eurostat, monitorerà l’andamento dei conti e la traiettoria della spesa: un contesto che riduce lo spazio politico per misure espansive senza coperture, tagli o nuove entrate. La verifica formale arriverà il 21 ottobre, quando Eurostat pubblicherà la propria notifica su deficit e debito degli Stati membri, ma senza ulteriori revisioni l’esito è già segnato.

    Il nodo Superbonus

    Il governo indica nel Superbonus la causa principale del decimale mancante. I crediti fiscali maturati con l’agevolazione del 110% continuano a incidere sui conti pubblici anche a distanza di anni: secondo le stime del Tesoro, pesano per circa 40 miliardi nel 2026 e altri 20 nel 2027 in termini di impatto di cassa sul debito. Analisi indipendenti, come quella dell’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, stimano che la maggiore spesa per interessi legata a questo debito aggiuntivo sia costata circa 0,1 punti di Pil nel 2025: senza quell’effetto, il deficit sarebbe stato sotto il 3%. Il debito pubblico, nel frattempo, resta sopra il 136-137% del Pil, pur con una lieve revisione al ribasso rispetto alle stime di aprile.

    Va precisato che, sotto il profilo puramente contabile, i crediti d’imposta del Superbonus non incidono sul deficit corrente in quanto tali: a pesare sul disavanzo 2025 è, più nello specifico, la maggiore spesa per interessi generata dal debito aggiuntivo accumulato negli anni precedenti una distinzione tecnica che nel dibattito pubblico viene spesso semplificata.

    La reazione politica

    Giorgetti ha rimarcato la linea della prudenza e della disciplina di bilancio, ribadendo: “Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi”, ma insistendo sul fatto che, nonostante il rammarico per il mancato traguardo anticipato, la traiettoria dei conti pubblici resta solida e l’uscita dalla procedura resta pienamente a portata di mano per il 2027. Il ministro ha richiamato l’eredità pesante delle misure edilizie del passato, ricordando come già in occasione delle stime preliminari avesse evidenziato il “colpo di coda del Superbonus condomini” come causa principale della deviazione dallo 0,1%.

    Una lettura su cui Giorgetti continua a insistere con decisione, ma che viene fermamente respinta dalle opposizioni: dai banchi del Movimento 5 Stelle si è infatti replicato che l’incidenza del bonus edilizio sul deficit corrente è limitata, e che a pesare sarebbe piuttosto la crescita economica pressoché ferma dall’inizio della legislatura, unita a un record di pressione fiscale. Un botta e risposta che, al netto delle diverse letture, conferma quanto il tema sia diventato terreno di scontro in vista della manovra 2027, ultima prima delle elezioni politiche.

    L’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani – Università Cattolica – sottolinea sul piano tecnico che i crediti d’imposta non gravano direttamente sul deficit corrente come tali, ma evidenzia che la maggiore spesa per interessi legata al debito accumulato dal Superbonus è costata circa 0,1 punti di Pil nel 2025, fattore determinante per il superamento della soglia del 3%.

    Cosa cambia per la manovra

    Sul piano tecnico, il quadro condiziona direttamente la prossima legge di bilancio. Con il deficit ancora sopra soglia e il debito appesantito dall’eredità dei bonus edilizi, i margini per finanziare nuove misure restano stretti: secondo alcune stime, al governo resterebbero a disposizione solo 4-5 miliardi di risorse aggiuntive, oltre all’eventuale ricorso a nuovo debito, che però andrebbe a sua volta a incidere sul rapporto debito/Pil già superiore al 136%. Il saldo primario, va detto, è tornato positivo per il secondo anno consecutivo, un segnale che i mercati hanno già in parte premiato con un rinnovato clima di fiducia sulla traiettoria fiscale italiana, testimoniato anche dal restringimento dello spread.  

    Resta da capire se la crescita del Pil, stimata attorno allo 0,6% per il 2026, sarà sufficiente ad assorbire il peso del debito e a riportare stabilmente il deficit sotto il 3% l’anno prossimo. Il governo scommette su un’uscita dalla procedura nel 2027: ma se il Superbonus continuerà a “bussare alla cassa“, quanto durerà ancora la stagione dei conti sotto osservazione di Bruxelles?

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