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    Paesi Bassi al voto, tra frammentazione e polarizzazione

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    Domani, 29 ottobre, gli elettori olandesi tornano alle urne per l’elezione della Tweede Kamer, la camera bassa del Paese.

    È la terza volta in meno di cinque anni, una ciclicità elettorale che sembra diventata ormai un sintomo strutturale, come in Francia: instabilità, coalizioni deboli e partiti sempre più polarizzati.

    Le elezioni di domani avvengono in seguito alla caduta del governo Schoof, avvenuta a giugno sotto le tensioni interne su questioni come immigrazione e spesa pubblica. Il Paese si ritrova, oggi, ad affrontare la stessa domanda irrisolta di ieri: come costruire una maggioranza capace di governare con continuità, in un sistema sempre più frammentato e polarizzato?

    Una Camera frammentata

    Il primo elemento a complicare la questione è lo stesso sistema proporzionale, a circoscrizione unica e con una soglia particolarmente bassa, che rende la Tweede Kamer, da anni, un luogo difficile in cui governare. Le ultimissime rilevazioni indicano oltre quindici partiti destinati a superare lo sbarramento: un numero elevato di forze, nessuna egemone e tutte potenzialmente determinanti. La partita è tutta da giocare quindi.

    I riflettori sono puntati sul Partito della Libertà PVV di Geert Wilders: primo nei sondaggi – anche se in calo rispetto all’exploit del 2023 – l’ultradestra anti-immigrazione sembra destinata a confermarsi come formazione numericamente dominante ma non sufficiente. Eppure, quasi tutti gli altri partiti hanno già escluso il sostegno a un nuovo governo guidato da Wilders, che può quindi vincere ma che difficilmente potrà governare.

    Al centro la coalizione verde-socialdemocratica di GroenLinks-PvdA guidata dall’ex commissario europeo Frans Timmermans, con un forte posizionamento pro-europeo e ambientale, alleandosi potrebbe diventare la chiave per una maggioranza centrista. Crescono, intanto, sia i cristiano-democratici del CDA sia i liberal-progressisti di D66.

    L’eredità fallita di Schoof

    La breve esperienza del governo Schoof, durata meno di un anno, è stata caratterizzata da immobilismo, veti incrociati e agende politiche incompatibili. Il governo Schoof è stato, in parte, schiacciato dal peso del PVV, che è riuscito a imporre la retorica securitaria e anti-immigrazione, retorica che ha condizionato l’intero dibattito spesso bloccando l’esecutivo. L’esplosione era solo questione di tempo ed è arrivata a giugno.

    La conseguenza più profonda, tuttavia, non è istituzionale ma culturale. Anche i partiti moderati hanno irrigidito la loro posizione su migrazione e welfare. La linea dura si è normalizzata e la polarizzazione – caratteristica sempre più comune della politica europea e non solo – cresce sempre più.
    Qui, l’instabilità si potrebbe dire, infatti, puramente politica: dal punto di vista economico Amsterdam è solida e presenta finanze pubbliche sane con un rapporto debito/pil tra i più bassi d’Eurozona. 

    Scenari possibili

    Il quadro post-voto di domani offre tre percorsi principali.

    Il primo, e più probabile, è una coalizione centrista ampia guidata da Frans Timmermans, ex commissario europeo e leader della coalizione ambientalista e socialdemocratica, insieme ai Cristiano-Democratici (CDA) e ai liberal-progressisti di D66 potrebbero trovare un accordo per un governo di “restauro moderato”. 

    Un’alternativa possibile è poi il governo di minoranza proposto da Wilders, leader dell’ultradestra anti-immigrazione, anche se la nota scarsa propensione al compromesso del leader stesso rende complesso trovare i giusti partiti che possano dare quel sostegno necessario perché questa possibilità si concretizzi.

    Terzo scenario possibile è quello legato, invece, ad un ennesimo stallo prolungato. Un rischio reale che spaventa, fatto di trattative, alternarsi di figure tecniche, immobilismo: un déjà-vu che potrebbe concretizzarsi portando, ancora, a nessun esito chiaro.

    L’Unione europea

    Intanto, ovviamente, Bruxelles osserva con molta attenzione quello che accade e accadrà. A spaventare i palazzi dell’UE è senza dubbio la possibilità della vittoria, anche limitata, di Wilders, che rafforzerebbe il fronte euroscettico, che prende sempre più piede nel continente spingendo su questioni come migrazione, bilancio comune e transizione verde.

    Al contrario, la possibilità di una maggioranza progressista invertirebbe questa tendenza e farebbe tirare un respiro di sollievo a Bruxelles che riscoprirebbe un Paese con un profilo maggiormente prevedibile nelle istituzioni europee.

    Il voto olandese non è solo nazionale. 

    Il governo oltre la vittoria 

    La domanda non è più tanto chi vincerà, ma chi e se sarà in grado di governare. Se anche il PVV dovesse vincere ma rimanendo politicamente isolato, la vera sfida si sposterebbe nel negoziato e nella capacità di ricomporre una classe politica polarizzata.

    Domani, 29 ottobre, nei Paesi Bassi si voterà e a decidere il futuro della nazione sarà, molto probabilmente, il tavolo delle trattative, non sembrando esserci possibilità di vittoria da parte di una maggioranza chiara e stabile.

    Quello che ci si chiede è dunque se, dopo l’esito di domani, qualunque esso sia, il Paese riuscirà a ritrovare una stabilità prima che la frammentazione e la polarizzazione diventino la nuova normalità.

    20250416

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