Il divario tra gli impegni climatici e le riduzioni delle emissioni necessarie continua a compromettere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Lo afferma l’Emissions Gap Report 2026, il rapporto annuale, pubblicato il 21 ottobre, del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Si intitola «The Point of Return», il punto di ritorno. Spiega che l’occasione di restare sotto la soglia con uno sforamento nullo o limitato, cioè inferiore a un decimo di grado, è ormai perduta, dopo decenni di azione climatica insufficiente.
Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres ha descritto un mondo «pericolosamente lontano dall’obiettivo». Ha aggiunto che i piani nazionali e le politiche in vigore lasciano presagire un riscaldamento tra 2,6°C e 2,8°C entro fine secolo, ma ha anche detto che questo non significa gettare la spugna: gli strumenti per cambiare rotta esistono.
EMISSIONI FERME, MA AI LIVELLI PIÙ ALTI
Nel 2025 le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto 58,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, 0,1 miliardi in meno del 2024. È un calo troppo lieve per parlare di inversione di tendenza. L’incertezza della stima, circa 5,5 miliardi di tonnellate in più o in meno, supera di molto la variazione. Le emissioni di CO2 legate ai combustibili fossili sono cresciute ancora, insieme a quelle di protossido di azoto e gas fluorurati.
A compensare gli incrementi è stata una riduzione delle emissioni da uso del suolo, in parte legata a un minor numero di incendi rispetto all’eccezionale 2024. Gli analisti sono quindi cauti: per l’UNEP è presto per dire che le emissioni abbiano toccato il picco. Il quadro per Paesi è diviso tra i sei maggiori emettitori; i dati preliminari evidenziano un aumento negli Stati Uniti, in Indonesia e in Cina, a fronte di una diminuzione in India, Russia e Unione Europea. Gli Stati Uniti, dove hanno pesato la maggiore domanda elettrica e il ritorno del carbone, hanno registrato da soli un aumento di circa 133 milioni di tonnellate. I Paesi del G20 restano responsabili di tre quarti delle emissioni globali. Nell’ultimo decennio 63 Paesi hanno ridotto le proprie emissioni e 124 le hanno aumentate, e il secondo gruppo ha pesato molto di più.
IL DIVARIO TRA PROMESSE E REALTÀ
L’espressione Emission gap indica la distanza tra le emissioni attese e quelle compatibili con determinati percorsi climatici: il cuore del rapporto è il confronto tra ciò che i Governi hanno promesso e ciò che la scienza richiede. Da quest’anno l’UNEP non misura più il divario rispetto a un 1,5°C senza sforamento, ormai fuori portata. La valutazione assume come misura uno scenario di «sforamento più contenuto possibile», in cui il picco di riscaldamento resta tra 1,7°C e 1,8°C e la temperatura torna a 1,5°C entro il 2100. Per seguire quella traiettoria le emissioni globali dovrebbero scendere del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040, sempre rispetto al 2025, ciò significa tagliare in media il 5,7% all’anno. Gli impegni nazionali attuali portano invece a riduzioni del 5-8% entro il 2030 e dell’11-15% entro il 2035.
Il divario nel 2035 è stimato in 16 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Le nuove promesse non cambiano il quadro: oltre 120 Paesi, che rappresentano circa tre quarti delle emissioni, hanno presentato i nuovi contributi nazionali, contro i 57 di un anno fa, ma il loro impatto sulle proiezioni è quasi nullo. Se tutti gli impegni venissero rispettati, il riscaldamento si fermerebbe a 2,6°C. Con le sole politiche attuali si arriverebbe a 2,8°C, e la temperatura continuerebbe a salire anche dopo il 2100. Solo lo scenario più ottimistico, che somma tutti gli impegni e tutti gli obiettivi di azzeramento netto, porta a 2,1°C.
Le stime sono peggiori di quelle dello scorso anno, che indicavano tra 2,3°C e 2,5°C. Il peggioramento dipende in gran parte dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, che ha tolto dal conto il loro obiettivo, e dalla revisione verso l’alto delle emissioni storiche. Nel rapporto una nota, inserita su richiesta del Dipartimento di Stato americano, precisa che Washington non lo sostiene né ne condivide le conclusioni.
LA STRADA STRETTA PER TORNARE INDIETRO
Anche lo scenario migliore non è gratuito. Per riportare la temperatura a 1,5°C entro fine secolo servirebbe rimuovere dall’atmosfera e stoccare in modo permanente circa 320 miliardi di tonnellate di CO2, un’impresa tecnologica ed economica ancora incerta. Ogni cinque anni di emissioni ai livelli attuali, calcolano gli autori del report, aggiungono circa 200 miliardi di tonnellate e spostano il picco di riscaldamento di un altro decimo di grado circa. Ogni frazione di grado oltre la soglia e ogni anno trascorso sopra di essa, aumenta il rischio di cambiamenti irreversibili: calotte glaciali, permafrost, circolazione oceanica, barriere coralline. Il rapporto ricorda che agosto 2026 ha eguagliato il mese più caldo mai osservato, con record nazionali battuti in oltre dieci Paesi europei. Eppure, sostiene l’UNEP, c’è margine per accelerare. Dall’adozione dell’Accordo di Parigi la capacità rinnovabile è cresciuta tre volte più in fretta di quanto previsto nel 2015, e il fotovoltaico sette volte.
Nel 2025, per la prima volta, le rinnovabili hanno prodotto una quota di elettricità globale più alta del carbone (33,8% contro 33,0%). Un’auto nuova su quattro venduta nel mondo è elettrica o ibrida plug-in. Oltre 220 valutazioni di politiche climatiche mostrano che gli interventi, quando funzionano, riducono davvero le emissioni: nel settore elettrico, in media del 9% rispetto a uno scenario senza politiche. I ritardi più pesanti riguardano l’uscita dai combustibili fossili, con la domanda globale di carbone, petrolio e gas che continua a crescere, e la deforestazione, che dovrebbe rallentare a un ritmo oltre dieci volte superiore a quello attuale per rispettare l’obiettivo del 2030.
VERSO ANTALYA: LA COP31
Il rapporto arriva a meno di tre settimane dalla COP31, in programma ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre. Sarà un vertice con una regia insolita: la Presidenza spetta alla Turchia, con il Ministro dell’Ambiente Murat Kurum, mentre i negoziati sono guidati dall’Australia, con il Ministro Chris Bowen. È il compromesso raggiunto a Belém, durante la Cop30, dopo una lunga contesa tra i due Paesi per ospitare l’evento. Kurum ha detto di volere «la COP dell’attuazione», in cui le azioni contino più delle promesse, dove ha chiesto a tutti i Paesi di presentare i propri contributi nazionali entro il vertice.
Al centro della proposta della presidenza c’è l’elettrificazione. L’obiettivo è portare la quota di elettricità sulla domanda finale di energia dal 20% circa del 2024 al 35% entro il 2035, un traguardo che l’UNEP giudica in linea con lo scenario di sforamento contenuto. Tra le priorità annunciate figura anche la finanza climatica.
Resta il nodo dei combustibili fossili: a Belém non si è trovato l’accordo per eliminarli gradualmente, e il tema non è un punto formale dell’agenda di Antalya. Il Brasile dovrebbe presentare una tabella di marcia volontaria per la transizione, mentre una sessantina di Paesi che chiedono azioni più rapide ha organizzato quest’anno una conferenza parallela, fuori dal processo ONU. Turchia e Australia promettono un vertice prevedibile, senza sorprese dell’ultimo minuto. Intanto prende avvio il secondo bilancio globale, che si concluderà nel 2028 e dovrà orientare la prossima tornata di impegni.
UN AUTUNNO DECISIVO
Per Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, il punto di ritorno comincia adesso, con riduzioni delle emissioni rapide, profonde e durature. Le settimane che separano la pubblicazione del rapporto dalla COP31 diranno se i Governi sono pronti a tradurre questa urgenza in decisioni concrete. Ridurre l’entità e la durata del superamento della soglia di 1,5 °C significa contenere danni che ricadono in modo diseguale sulle persone e sui territori. È su questo terreno che si misura la credibilità della politica climatica: nella capacità di assumere impegni verificabili, sostenerli con risorse adeguate e distribuire equamente i costi e le opportunità della transizione.
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