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    UN ANNO DALLA GLOBAL SUMUD FLOTILLA: INTERVISTA ALL’ONOREVOLE ARTURO SCOTTO

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    Un anno fa il dibattito pubblico del nostro Paese era completamente accentrato sulle vicende legate alla Global Sumud Flotilla, un’iniziativa umanitaria internazionale composta da oltre quaranta imbarcazioni battenti altrettante bandiere per un totale di circa cinquecento volontari da tutto il mondo. Lo scopo della missione era riuscire a rompere il blocco navale israeliano a danno dei palestinesi e continuare a tenere alta l’attenzione su quanto si stava consumando in Palestina. La missione è stata una delle immense risposte che in quei mesi sono pervenute da svariati Stati del mondo, dove la società civile ha espresso forte dissenso per il genocidio commesso ai danni del popolo palestinese.

    Le immagini pervenute in quei mesi da Gaza, che hanno certamente avuto il merito di contribuire a rompere la propaganda sionista e risvegliare la coscienza di molti, hanno portato milioni e milioni di persone a scendere nelle piazze di tutto il mondo. Un movimento spontaneo, arrivato e cominciato ben prima dell’arrivo dei partiti, che ha contribuito a tenere l’attenzione alta sui crimini che si sono commessi e si stanno commettendo in Palestina.

    Un anno dopo

    Tra le risposte pervenute dalla società civile vi è proprio la Global Sumud Flotilla, sulle cui imbarcazioni a settembre del 2025 misero piede anche le eurodeputate Annalisa Corrado (PD) e Benedetta Scuderi (AVS), il senatore Marco Croatti (M5S), il consigliere regionale della Lombardia Paolo Romano (PD) ed il deputato Arturo Scotto (PD). Al termine di quella traversata sarà l’Onorevole Scotto a mettere per iscritto quanto vissuto direttamente in quelle settimane sulla Karma, una delle navi della Global Sumud Flotilla. Il suo libro “Flotilla. In viaggio per Gaza” si presenta come un racconto in prima persona di quelle giornate intense, ma anche e soprattutto come una riflessione più ampia su ciò che quella missione ha rappresentato.

    Ad un anno da quella traversata abbiamo avuto modo di confrontarci con l’Onorevole Scotto, tra ricordi di quanto accaduto e riflessioni su quanto continua a succedere. Da quella chiacchierata è nato questo articolo.

    Onorevole, partirei da una domanda tanto semplice quanto fondamentale, una di quelle che è alla base anche del suo libro: perché? Perché a settembre 2025 ha deciso di imbarcarsi sulla Karma?

    Nel modo in cui noi viviamo la vita e la militanza non può non esserci sempre un riflettore acceso su quello che accade nei luoghi più sfortunati, nei luoghi attraversati dalle tragedie più tremende. La prima volta che ho messo piede in una sezione di partito avevo 14 anni: Partito Democratico della Sinistra, sezione Palmiro Togliatti a Torre del Greco. La prima cosa che mi disse il segretario fu che certamente dovevo imparare a leggere una delibera o una busta paga, ma che allo stesso tempo era fondamentale avere un’idea di mondo e su quella costruire il proprio impegno politico.

    Non basta sapere cosa succede nel tuo quartiere se poi non hai la testa sui grandi temi: la storia del popolo palestinese, ovvero di un popolo senza voce, è stata una delle cose che nel corso degli anni ha visto crescere maggiormente il mio impegno politico. Sono stato in Terra Santa nei momenti buoni, nei momenti drammatici, nei momenti di totale disinteresse rispetto quel conflitto. Dopo il 7 ottobre 2023 ci sono tornato tre volte. L’ultima a maggio del 2025, quando non entrava nulla da cinque mesi dal valico di Rafah.

    In un tempo in cui sembra prevalere l’inevitabilità della guerra, dove una ragazza di 28 anni (Virginia Libero, ndr) dice che i morti sono i nostri ma le guerre sono le vostre, ho deciso di salire sulla Global Sumud Flotilla dopo un appello arrivato da un amico carissimo nonché presidente di una ONG genovese chiamata Music For Peace. Sono stato attraversato da dubbi per alcuni giorni. Il primo era fondamentalmente che quasi certamente quella missione sarebbe finita come effettivamente è successo: un abbordaggio, un sequestro, un arresto e un’espulsione.  La seconda preoccupazione era legata alle strumentalizzazioni della destra italiana, che infatti si è immediatamente avventata sulla missione.

    Ho sciolto tutte le indecisioni guardando innanzitutto la città di Genova. Guardando la mobilitazione incredibile di tanti giovani che in quei giorni hanno lavorato assieme a Music For Peace per raccogliere gli aiuti umanitari (500 tonnellate in una settimana) portati da professionisti, operai, disoccupati, studenti, aziende, sindacati, chiunque potesse. A questi ragazzi che avevano passato le loro ferie a impacchettare beni si è aggiunto il capo dei portuari che ad una manifestazione per Gaza, il 30 agosto, disse che avrebbero bloccato i porti di tutta Europa se avessero toccato i nostri ragazzi. Questa mi è sembrata una chiamata: Genova per la mia generazione è tante cose. È la città della resistenza.

    Tra i vari attacchi che vi giunsero molti erano legati agli aiuti umanitari che trasportavate. Vi si disse, quando non si metteva in dubbio la presenza dei beni di prima necessità sulle imbarcazioni, di lasciar fare ad altri e lasciar perdere la missione. Alla fine, come è andata?

    Elly Schlein scrisse una lettera a Giorgia Meloni chiedendo due cose: estendere l’immunità diplomatica di cui godevano i parlamentari anche agli attivisti italiani, che erano circa una sessantina, e di fare pressione politica assieme agli altri governi europei affinché il blocco navale che opprime Gaza dal 2007 venisse rimosso. Giorgia Meloni rispose a Elly Schlein dichiarando che se davvero la Flotilla avesse voluto portare aiuti umanitari a Gaza gli avrebbe potuti dare a loro che li avrebbero fatti entrare in poche ore nella Striscia attraverso il programma Food for Gaza.

    Di quelle 500 tonnellate raccolte solamente una piccola parte andava sulle barchette della Flotilla. Il resto doveva muoversi via terra per una missione che doveva essere agevolata dal governo italiano. Music For Peace otto mesi dopo convocò una conferenza stampa che purtroppo non ebbe il giusto risalto mediatico. La ONG dichiarò che quegli aiuti erano ancora fermi alla periferia di Amman.

    Nel frattempo, venne anche chiesto di eliminare biscotti, miele e marmellate perché alimenti troppo calorici: la vicenda di Gaza, scrive Il Guardian, è anche “matematica della fame”. Dopo otto mesi si alzò bandiera bianca e quegli aiuti non arrivarono mai nella Striscia di Gaza, anche perché stavano per scadere ed era necessario consegnarli in tempo. Furono così distribuiti nei campi profughi della Giordania, in Sudan e altrove.

    Questo è il segno del grado di arroganza mostrato da un governo come quello italiano rivelatosi incapace e complice.

    Una rappresentazione della politica italiana molto distante da quella della Prima Repubblica, quando anche a destra si levavano voci a favore del popolo palestinese e contro il sionismo. Come ha reagito la politica italiana alle operazioni della Flotilla e che fine ha fatto la vicinanza che prima tutto l’emiciclo riservava alla causa palestinese?

    Nel giorno in cui Emmanuel Macron, davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dichiara “è giunto il momento di rendere giustizia al popolo palestinese e quindi di riconoscere uno Stato di Palestina”, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che attaccare la Flotilla dicendo fosse organizzata dalle opposizioni contro di lei. Come se a 44 delegazioni internazionali potessero interessare cosa pensasse Giorgia Meloni. Ma un ulteriore attacco, quello più insopportabile, fu quello di chi diceva che i parlamentari sono pagati per fare altro e che rischiavamo di essere un danno al processo di pace.

    Ma, alla fine, tutti gli attacchi ricevuti produssero un fatto politico diverso dal desiderato: Giorgia Meloni si trovò per la prima volta in contraddizione con una larga parte del popolo italiano, che non aveva visto quanto accadeva a Gaza sui media tradizionali ma aveva capito quel genocidio attraverso la mobilitazione dei social e soprattutto dei ragazzi e delle ragazze. E questa contraddizione l’ha pagata: se tu dici ai parlamentari che cosa devono e che cosa non devono fare, poi, quando si tratta di votare per difendere la Costituzione, che è l’ultima riserva di unità nazionale rimasta in questo Paese fratturato, quella generazione che si è mobilitata per Gaza trova l’occasione per darti il segnale che l’Italia è andata fuori asse rispetto la propria tradizione.

    Tradizione che è sempre stata una bussola: l’Italia è sempre stato un grande Paese di diplomazia, di dialogo, di confronto e di proiezione sul Mediterraneo. È del 1975 la suggestione di Aldo Moro di riconoscere l’OLP, ad esempio. Non c’è mai stata come in questo tempo una tale subalternità delle classi dirigenti al governo rispetto ai diktat atlantici e rispetto ai diktat di Israele. La prima cosa che faremo se torneremo al governo è sancire nuovamente che siamo il Paese del diritto e della legalità internazionale.

    La sua è stata sicuramente una scelta difficile, che portava con sé dubbi e incertezze, forse però resa più semplice dalle attestazioni di stima ricevute in quelle settimane. Qual è il ricordo che custodisce più gelosamente e qual è il momento in cui la tensione e la paura furono massime?

    Il ricordo principale di quelle settimane è stato l’affetto enorme che ricevevamo da terra. Eravamo collegati h24 con tutto il territorio nazionale: dal più piccolo al più grande comune d’Italia. È questo il ricordo più bello, come naturalmente aver avuto il privilegio di aver incontrato tante persone che avevano rinunciato alle ferie e/o alla famiglia per partire con la Global Sumud Flotilla.

    La paura ci ha realmente attraversato la notte dell’attacco dei droni, perché era qualcosa che non avevamo calcolato e qualcuno si sarebbe potuto fare male. Il giorno dopo feci un’intervista dichiarando che quei droni non erano partiti da Israele: eravamo a 650 miglia nautiche. Era molto più probabile che fossero partiti da qualche nave in mezzo al mare o da qualche base logistica in un Paese europeo, magari la Grecia. Le opposizioni chiesero al governo di venire a riferire in Parlamento. Il capogruppo di FdI al Senato, però, strumentalizzando le mie parole, dichiarerà che non era stato Israele. Naturalmente provava a rovesciare la frittata: per loro era complicato dire che in acque internazionali erano stati colpiti dei connazionali.

    Mentre la notte dell’abbordaggio?

    Siamo stati presi a 35 miglia da Gaza. Ci hanno circondati e cinque soldati, armati fino ai denti, sono saliti sulla Karma decidendo di timonarla fino al primo porto israeliano utile. Siamo stati sequestrati, interrogati, perquisiti e messi agli arresti per diverse ore. Ero preoccupato, per 48 ore si erano interrotte tutte le comunicazioni, ma ero anche consapevole sapessero chi fossi e di avere uno status “particolare”.

    La mia preoccupazione era soprattutto per gli altri compagni e attivisti: loro finirono in carcere privati del sonno e del cibo. Le donne furono private degli assorbenti e ai cardiopatici furono tolti i medicinali. Ricevettero anche la visita di Ben-Gvir, che girò un video con loro inginocchiati mentre li chiamava terroristi: un trattamento che mi ha ricordato il Cile di Pinochet. Nonostante ciò, questo non è neanche la centesima parte del trattamento che vivono nelle carceri israeliane tutti i giorni i palestinesi.

    È innegabile che quanto attinga la Palestina oggi abbia perso centralità nel dibattito pubblico rispetto al 2024-2025. Allo stesso tempo, però, c’è ancora un popolo martoriato che continua ad essere allontanato dalle proprie terre. Dal piano in venti punti del Presidente Trump sappiamo che la fine delle ostilità dovrebbe essere affidata agli stessi carnefici e ad un club di interessi privati chiamato Board of Peace.

    I grandi assenti al tavolo sono gli stessi palestinesi, a cui sembra vietato autodeterminarsi, e le istituzioni internazionali universalmente riconosciute. Una situazione non poco tranquillizzante che ci impone di continuare a tenere gli occhi aperti.  Quali sono gli sviluppi che lei prevede?

    Gaza oggi vede il 67% della Striscia occupata dall’IDF. Nel 23% della Striscia vivono poco meno di 2 milioni di persone in tendopoli, visto che l’80% delle infrastrutture civili sono distrutte. Nessuna delle principali ONG è autorizzata ad entrare a Gaza: si è vietato l’accesso persino a Oxfam e Caritas, mentre le Nazioni Unite sono state espulse. Non c’è un giornalista occidentale che dopo tre anni abbia avuto la possibilità di mettere piede nella Striscia. Nonostante la cosiddetta tregua sono comunque morte oltre 1300 persone, non certo poche. Tutto questo la dice lunga, però, non soltanto sulla qualità della democrazia di Israele, che nega alla stampa di poter documentare quanto successo, ma la dice lunga anche sulla nostra democrazia se i maggiori giornali del mondo continuano ad utilizzare i guanti bianchi quando parlano del governo israeliano.

    Penso, però, che ci siano delle speranze. Ad esempio penso a questi due registi straordinari che hanno ricevuto 25 minuti di applausi a Venezia per il loro documentario, “Naza”. Penso ai ragazzi israeliani che in queste ore vanno assieme ai palestinesi ad Ad Daqiqa, dove l’esercito israeliano ha tagliato le forniture d’acqua a 700 persone. Penso ai giovani che si rifiutano di andare a combattere. Questi sono tutti segni di speranza. Partiamo da noi, cominciamo a cambiare questo governo tra qualche mese.

    Prima di salutarci le voglio chiedere un parere sul ddl antisemitismo, che sembra aver riacceso un ampio dibattito all’interno del partito. Lei che opinione ha?

    Credo che il ddl antisemitismo sia sbagliato per tre motivi. Il primo è perché introduce una definizione, quella dell’HIRA, che non è condivisa nemmeno da tutti gli studiosi storici israeliani. Sette degli undici esempi che accompagnano questa definizione prevedono nei fatti una equiparazione tra critica allo Stato di Israele e antisemitismo. Questo è inaccettabile. In secondo luogo, perché si tratta di una legge che nasce dalla destra per chiudere in maniera molto forte un’esperienza come quella del movimento per Gaza contro il genocidio che evidentemente ha dato fastidio poiché ha posto le forze di maggioranza di fronte alle proprie responsabilità non soltanto sulla Palestina, ma anche rispetto al grande tema della tutela del diritto internazionale.

    Infine, non si combatte l’antisemitismo con questo tentativo legislativo, ma c’è bisogno di un lavoro da parte delle forze politiche e delle istituzioni. Ciò, però, non vuol dire introdurre degli strumenti che nei fatti possono diventare persino coercitivi e che rischiano di determinare un clima di censura nelle scuole e nelle università.

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