Nel dibattito pubblico, l’attenzione riservata alla condizione giovanile appare discontinua e troppo spesso marginale. E quando il tema guadagna la scena, sfugge una considerazione primaria: quali siano i parametri che definiscono l’esperienza giovanile nel contesto odierno. Raggiungere la maturità in questo frangente storico equivale ad affrontare un sistema sociale ed economico caratterizzato da repentine transizioni e complessi riassetti economici. Guerre, tensioni geopolitiche, costo della vita in costante crescita, salari stagnanti e un mercato del lavoro sempre più selettivo si sommano a una rivoluzione tecnologica, governata dall’intelligenza artificiale, destinata a modificare rapidamente professioni e competenze.
Gioventù e futuro incerto non è un binomio nuovo: i primi anni dell’attuale decade sono stati segnati dagli effetti economici della pandemia, la scorsa (anni 10) dalla crisi finanziaria dei debiti.
NEET, mercato del lavoro e redditi reali ancora bassi
Il primo indicatore eloquente delle difficoltà giovanili è rappresentato da quella componente della popolazione che non lavora e non studia (NEET). Non andrebbe trascurato il sensibile miglioramento riscontrato nell’ultimo decennio (un sostanziale dimezzamento della quota dal 25,7% al 14%) sebbene rimanga ancora elevato se rapportato alla dimensione europea (media europea che si attesta al di sotto dell’11%). Il costo sociale di questa condizione è stimato in oltre 24 miliardi di euro.
Le debolezze del nostro sistema si estendono anche all’interno del mercato del lavoro. Secondo Istat, nel 2024 il tasso di occupazione dei 20-34enni (post percorso d’istruzione) si attestava al 70,2%. La percentuale raggiungeva l’82% tra i laureati, rimanendo significativamente inferiore agli standard europei (87%). Non mancano forti differenze regionali, con i giovani che vivono nel Mezzogiorno la cui occupazione si attesta al 70,7%, differentemente da quelli che vivono nel Nord (l’88,7%).
Il divario si misura altresì osservando il grado di istruzione. Soltanto il 30% dei 25-34enni italiani possiede un titolo terziario, collocandosi al penultimo posto nell’UE, ben al di sotto della sua media (44%). Ad aggravare maggiormente questa condizione vi è poi l’esodo verso l’estero: quasi mezzo milione di italiani tra i 18 ed i 34 anni ha lasciato il Paese, la metà dei quali con il titolo di laurea. E per quell’enorme numero di ragazzi che decide di spostarsi all’interno dei confini nazionali, prediligendo le grandi città, l’ostacolo principale è rappresentato non tanto dai canoni di locazione che restano importanti, quanto dal disallineamento tra la dinamica salariale (cresciuta più lentamente che nel resto d’Europa) ed il costo di vivere nelle suddette città, dove gli affitti si sono prontamente allineati agli standard europei.
Il filo conduttore che inanella tutto è la peculiare condizione dei redditi italiani. Negli ultimi decenni la crescita delle retribuzioni italiane è stata asfittica. Secondo l’OCSE, nel 2025 i salari reali (che misurano la capacità di acquisto) italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021, prima dell’impennata inflazionistica successiva alla pandemia. Ancora più significativo è il confronto generazionale: dal 1995 ad oggi la quota di reddito in mano alla popolazione adulta (55-64 anni) è divenuta maggiore rispetto a quella giovane (25-34 anni), ribaltando la condizione iniziale. E ciò spiega la difficoltà di rendersi indipendenti economicamente dalla propria famiglia.
Lavoro e Intelligenza Artificiale: opportunità o minaccia?
A questa successione di eventi si aggiunge ora l’intelligenza artificiale. E qui le opinioni spaziano da un generale senso di inquietudine/timore (secondo l’OCSE, circa il 28,3% dei lavoratori italiani è occupato in professioni esposte alla IA) sull’eventualità non così remota di essere sostituiti ad un approccio più positivista/fiducioso con l’auspicio di una trasformazione delle mansioni (reskilling)
Il World Economic Forum stima che, considerando tecnologia, cambiamenti demografici e transizione energetica, entro il 2030 possano essere creati 170 milioni di nuovi posti di lavoro e cancellati 92 milioni.
Quali le principali paure
A preoccupare i più giovani sono le condizioni in cui si troveranno a lavorare: precarietà e instabilità contrattuale e mancanza di tempo per la vita privata sono le paure più diffuse, seguite poi dal rischio di non trovare un lavoro confacente alle proprie attitudini o di non ottenere una remunerazione congrua ed adeguata. Il tutto si riverbera sulla capacità di raggiungere un’indipendenza completa.
A preoccupare i giovani è anche il destino del sistema pensionistico Italia, un sistema fragile e gravato dall’inverno demografico in cui siamo calati in compagnia della gran parte del mondo occidentale. Senza misure adeguante che reagissero all’incremento della speranza di vita, il sistema avrebbe rischiato il collasso. Molto positive sono delle proposte che mirano ad agire sul montante contributivo sin da giovanissima età sfruttando la leva dell’interesse composto (seguendo un po’ quanto si sta facendo in Germania).
Concludendo
La sfida più dirimente che la nostra democrazia è chiamata ad affrontare non riguarda soltanto la gestione dell’inflazione o la transizione tecnologica, ma la capacità di rendere più interdipendenti le istituzioni e le nuove generazioni. Per troppo tempo la politica ha trattato i giovani come semplici spettatori del proprio futuro, parlando di loro in convegni ed analisi, piuttosto che costruire insieme uno spazio franco per parlare con loro.
Serve un patto generazionale vincolante, una visione strategica condivisa che metta al centro il lavoro dignitoso, la casa e la partecipazione decisionale. Senza la voce, l’energia e la fiducia dei giovani, nessuna riforma potrà mai vedere luce trasformando questo Paese in chiave moderna e sostenibile. È fondamentale una programmazione economica che affronti pervicacemente i temi già menzionati che richiedono una trasformazione profonda che attraversi il mondo dell’istruzione e quello del lavoro nella sua interezza.
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