Secondo i dati più recenti del Documento di Finanza Pubblica italiano e le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto debito/Pil dell’Italia supererà quello della Grecia. Le stime posizionano Roma al 138,4% e Atene in discesa al 136,9%.
Quanto sta per compiersi ha tutte le caratteristiche per essere considerato un sorpasso storico, alla luce di quanto avvenuto negli ultimi due decenni, a partire dalle crisi dei subprime del 2008, passando per quella del debito sovrano nel 2011/2012 che aveva colpito maggiormente i paesi mediterranei e più periferici (da qui l’espressione PIIGS – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna). Ancora fino al 2020 la Grecia registrava un rapporto debito/pil del 200%; ridotto drasticamente negli ultimi 5 anni anche grazie ad un tasso medio di crescita del pil del 3,5%.
Questo avvicendamento non è un semplice accidente statistico, ma il punto di arrivo di due traiettorie macroeconomiche diametralmente opposte. Per anni la Grecia ha incarnato lo spettro del paese economicamente malato, della dura legge dei mercati ed il simbolo dell’austerità più dolorosa con le riforme lacrime e sangue imposte dalla Troika.
Debito pubblico: due dinamiche a confronto
Il debito pubblico rappresenta la differenza cumulata tra quanto lo stato incassa e quanto spende (generalmente di più). Questo deficit viene compensato attraverso prestiti sui mercati dei titoli di stato sui quali viene reso un tasso di interesse (tanto più basso quanto i fondamentali economici di quel paese vengono percepiti solidi).
Per traslare la teoria economica alla realtà economica, è necessario riavvolgere il nastro della storia economica recente, guardando a come i due stati hanno gestito le proprie economie. L’Italia convive con un debito strutturalmente elevato fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando la combinazione di una moneta debole, dei tassi di interesse reali positivi e una spesa pubblica fuori controllo ne decretarono l’impennata. Dinamica resa ancor più ripida dalle crisi finanziarie attraversate, dalla asfittica crescita economica e dalla stagnante produttività (anche per l’assenza di vere riforme strutturali).
Il caso greco…
Atene ha invece vissuto una dinamica differente, culminata nel drammatico crac del 2010, quando emersero i veri dati sui conti pubblici (con un deficit reale intorno al 15%, diversamente da quanto annunciato) e la Grecia fu commissariata dalla Troika.
La finanza pubblica greca fu allora destrutturata e ricostruita attraverso tre piani di salvataggio internazionali e un haircut del debito – non in prima battuta, in quanto esso era detenuto da istituti bancari tedeschi, francesi ed olandesi – pagando un prezzo sociale altissimo in termini di contrazione del Pil, disoccupazione, tagli ai servizi sociali e fuga di cervelli.
La macroeconomia classica ci insegna che la sostenibilità del debito sovrano non si misura in valore assoluto, ma attraverso la sua relazione con la ricchezza prodotta. L’andamento del rapporto tra debito e prodotto interno lordo risponde a un’equazione precisa, governata dal saldo primario, ovvero la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi.
Quest’ultimo concetto descrive il differenziale tra il tasso di interesse medio pagato sul debito e il tasso di crescita nominale dell’economia. Se la crescita supera il costo del finanziamento, il rapporto tende a ridursi spontaneamente; in caso contrario, il debito si autoalimenta. Ragion per cui la Grecia ha visto contrarsi il proprio rapporto negli ultimi 5 anni.
L’economia italiana in affanno
Lo scenario italiano mostra dinamiche opposte. Roma ha chiuso il 2025 con un debito al 137,1% del Pil, scontrandosi con una crescita reale che fatica a superare la soglia dell’1%. L’economia italiana soffre l’esaurimento della spinta propulsiva dei bonus edilizi, una misura che ha pesato per centinaia di miliardi sui conti pubblici senza generare l’effetto moltiplicatore sperato. Il disavanzo accumulato ha costretto la Commissione europea ad aprire una procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia.
Il sorpasso della discordia lascia intravedere una vulnerabilità sistemica per l’Italia nei confronti dei mercati finanziari globali. Sebbene le recenti promozioni da parte delle varie agenzie di rating e la struttura del debito italiano solida grazie a una vita media dei titoli pubblica superiore ai sette anni e a un’elevata quota di ricchezza privata interna, la percezione degli investitori sta mutando.
I famigerati Piigs sono ormai un lontano ricordo: le due economie iberiche hanno conosciuto una crescita straordinaria post Covid (con la Spagna che si è aggiudicata il titolo di locomotiva d’Europa, tra le grandi economie dell’eurozona ed il Portogallo che ha portato sotto il 100% il suo rapporto debito/pil; la Grecia ha riconquistato l’investment grade dalle principali agenzie di rating, uscendo definitivamente dalla periferia speculativa dell’Eurozona.
C’è ancora speranza?
Non bene per l’Italia, che rischia invece di trovarsi isolata come il grande malato d’Europa, con una spesa per interessi che drena risorse agli investimenti produttivi, alla sanità e all’istruzione. Una nazione che fatica a trovare un sentiero di riforme effettive che producano reali benefici per l’economia.
L’epilogo di questo confronto evidenzia come il rigore e la crescita debbano avanzare in modo sinergico. Senza riforme strutturali capaci di incidere sulla produttività totale dei fattori, quindi sul Pil, la sostenibilità dei conti diventa un’operazione ardua.
Il sorpasso della Grecia ci dà speranza: anche le economie considerate un tempo irrecuperabili possono invertire la rotta, mentre quelle storicamente resilienti (Germania, ormai percepita come il gran malato d’Europa) rischiano di scivolare lungo un declino lento ma inesorabile se non affronteranno i propri nodi strutturali.
20260179

