A meno di due anni dal trionfo del luglio 2024, il Premier laburista lascia Downing Street. Stagnazione economica, scandali e la sfida vincente di Andy Burnham segnano la fine di un’era.
UN ADDIO ANNUNCIATO
Lunedì 22 giugno 2026, davanti al portone del numero 10 di Downing Street, Keir Starmer ha pronunciato le parole che la politica britannica attendeva da giorni. Con gli occhi lucidi e la voce incrinata, il Premier ha annunciato le proprie dimissioni da leader del Partito Laburista e da Primo Ministro del Regno Unito, cedendo alla pressione montante dei colleghi di partito e dei sondaggi impietosi.
Un epilogo segnato dalla malinconia di chi aveva creduto di poter cambiare le sorti di un Paese, ma che oggi ha invece aperto una fase di transizione che potrebbe portare rapidamente all’ascesa di Andy Burnham, ex sindaco di Greater Manchester e oggi principale favorito per la successione.
Il Premier, durante il suo discorso, ha anche riconosciuto di non essere più la figura giusta per guidare il Labour verso le elezioni generali previste entro il 2029, impegnandosi al contempo a garantire un trasferimento ordinato dei poteri.
LE RAGIONI DEL SUO ADDIO
Le dimissioni non rappresentano un evento improvviso. Già da mesi il Governo era alle prese con una crescente erosione del consenso, sia nell’opinione pubblica sia all’interno dello stesso Partito Laburista. I sondaggi mostravano livelli di popolarità particolarmente bassi per il Premier: Una rilevazione YouGov pubblicata a maggio indicava un saldo di gradimento netto pari a -46, uno dei peggiori tra i principali leader politici britannici. Nello stesso sondaggio, Andy Burnham risultava la figura laburista più apprezzata dagli elettori.
Anche Opinium registrava una crescente disponibilità dell’elettorato a considerare una leadership post-Starmer, con quasi la metà degli intervistati favorevole alle sue dimissioni e Burnham nettamente in testa tra i possibili successori. A indebolire ulteriormente il Governo hanno contribuito le difficoltà economiche, la persistente crisi del costo della vita e una serie di controversie politiche che hanno minato l’immagine di competenza e affidabilità sulla quale Starmer aveva costruito la propria leadership.
Diversi osservatori hanno inoltre evidenziato come il Governo non sia riuscito a trasformare pienamente il successo elettorale del 2024 in una narrativa di cambiamento percepita dall’opinione pubblica.
L’ascesa di Burnham
Il fattore decisivo che ha accelerato la resa è stata poi la schiacciante vittoria di Andy Burnham nell’elezione suppletiva per il seggio di Makerfield, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Questa vittoria ha consentito all’ex sindaco della Greater Manchester di entrare alla Camera dei Comuni, requisito statutario per candidarsi alla guida del Labour, trasformando ciò che era rimasto un’ipotesi in una certezza politica. Entro poche ore dall’annuncio di Starmer, Burnham ha comunicato la propria candidatura alla leadership.
LE CAUSE DI UN LOGORAMENTO RAPIDO
Nonostante le promesse di stabilità che avevano caratterizzato la campagna elettorale del 2024, il Governo non è riuscito a rilanciare la crescita. L’inflazione, dopo essere rientrata dai picchi degli anni precedenti, è tornata a superare il 3% all’inizio del 2026, in parte per effetto delle tensioni energetiche internazionali legate al conflitto mediorientale. Sul piano politico interno, le dimissioni di alcuni ministri di peso hanno trasformato il malumore diffuso in una crisi dichiarata.
Wes Streeting, già titolare della Salute, ha lasciato l’incarico accusando pubblicamente il premier di «totale indecisione e mancanza di visione». John Healey, ministro della Difesa, si è dimesso a seguito di uno scontro sui fondi militari, imputando a Starmer il mancato rispetto degli impegni sulla sicurezza nazionale. La ministra degli Esteri Yvette Cooper ha fatto pervenire la propria richiesta di dimissioni al Premier mentre questi trascorreva il fine settimana a Chequers con la famiglia.
A maggio 2026 le elezioni amministrative hanno inferto il colpo più visibile: il Labour ha perso circa 1.500 consiglieri comunali in tutto il Paese, una disfatta che ha certificato lo sfaldamento del tradizionale bipartitismo britannico. Gli elettori sono migrati verso il Green Party e, soprattutto, verso Reform UK di Nigel Farage, il partito euroscettico e populista che nei sondaggi nazionali supera ormai stabilmente i Laburisti. Secondo diversi media britannici, oltre cento parlamentari del partito avevano chiesto nelle settimane precedenti un cambio di leadership.
BURNHAM E IL FUTURO DEL LABOUR
Andy Burnham è oggi il candidato naturale alla successione e la sua gestione della Grande Manchester lo ha reso un modello di amministrazione progressista efficace. Ha vinto a Makerfield non soltanto con più voti di Reform UK, ma dell’insieme degli altri partiti sommati, un segnale politico difficile da ignorare. Ha già ottenuto l’appoggio di Wes Streeting, il quale in una lettera sui social ha invitato il partito a «rimboccarsi le maniche» piuttosto che perdersi in divisioni interne.
Il calendario ufficiale, come comunicato da Starmer prima di lasciare, prevede apertura delle candidature il 9 luglio e chiusura il 16, prima della pausa estiva del Parlamento. Qualora Burnham si presentasse come unico candidato, il passaggio di consegne potrebbe avvenire già a metà luglio. Se invece si aprisse una sfida formale, il nuovo Premier entrerebbe in carica alla ripresa dei lavori di Westminster a settembre.
Le dimissioni di Starmer assumono un significato che va oltre le vicende interne al Labour. Il Regno Unito si appresta infatti ad avere il settimo primo ministro dall’esito del referendum sulla Brexit del 2016, una frequenza di avvicendamento che testimonia la difficoltà del sistema politico britannico a ritrovare un equilibrio duraturo.
Dopo i Governi conservatori di Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, anche l’esperienza di Starmer si conclude prematuramente rispetto alle aspettative iniziali. Questa instabilità riflette trasformazioni più profonde: la frammentazione dell’elettorato, la crescente polarizzazione territoriale, il peso delle questioni identitarie emerse dopo la Brexit e la difficoltà dei partiti tradizionali nel rappresentare segmenti sempre più eterogenei della società britannica.
LA DIMENSIONE INTERNAZIONALE
La caduta di Starmer non è rimasta circoscritta alle pagine di cronaca politica britannica. Donald Trump è stato tra i primi a commentare, anticipando su Truth Social le dimissioni con parole dure: «Ha fallito clamorosamente su immigrazione ed energia». Dal versante europeo, il tono è stato radicalmente diverso. La Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha salutato Starmer con parole di riconoscimento su X: «Molti leader impiegano anni per diventare lo statista che sei diventato tu in soli due anni. La sicurezza europea e l’Ucraina sono più forti grazie a te», ha scritto, stando a quanto riportato da LaPresse.
Un tributo che evidenzia il profilo atlantista ed europeista che Starmer aveva cercato di incarnare dopo gli anni della Brexit, in un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dall’instabilità mediorientale. Anche sui mercati finanziari l’uscita di scena del Premier non è passata inosservata: la sterlina ha toccato i minimi del 2026 nelle ore successive all’annuncio, riflettendo l’incertezza degli investitori di fronte all’imminente transizione di potere.
UN SINTOMO STRUTTURALE
Le dimissioni di Starmer non sono un’anomalia: sono la norma. La sua parabola conferma una tendenza sempre più evidente nella politica britannica e occidentale: la crescente fragilità delle leadership.
Il Premier era arrivato a Downing Street con una delle vittorie più ampie della storia recente del Labour, ponendo fine a quattordici anni di Governi conservatori. Ne lascia la guida in meno di ventiquattro mesi, logorato da una combinazione di fattori economici, personali, interni al partito che pochi avrebbero previsto nella serata trionfale del 4 luglio 2024. Dall’altro lato dello spettro politico, Nigel Farage non ha perso tempo: ha chiesto elezioni generali anticipate, forte di un consenso che i sondaggi collocano stabilmente al primo posto tra i partiti britannici.
La sfida per Andy Burnham, ammesso che riesca a ereditare la leadership senza scontri interni, sarà non solo quella di ricompattare un partito diviso, ma di rispondere all’ascesa di una destra populista che intercetta il malcontento di un elettorato stanco di promesse non mantenute. La storia del Regno Unito post-Brexit continua a essere scritta in tempo reale, con una velocità che persino i suoi protagonisti sembrano fare fatica a governare.
20260217

