Il Consiglio europeo del 18 e 19 giugno a Bruxelles si è concluso dopo due giorni che gli addetti ai lavori hanno definito intensi, ma senza grandi scossoni. I 27 leader si sono riuniti con l’obiettivo di definire le priorità e l’indirizzo politico dell’Unione per i prossimi mesi. Sul tavolo dei negoziati si sono incrociati dossier cruciali: il sostegno militare e politico a Kiev, la complessa calibrazione dei rapporti con la Cina e, soprattutto, le prime profonde spaccature sul prossimo bilancio pluriennale dell’UE.
Il sostegno a Kiev: un’unanimità ritrovata e la svolta dei negoziati
Il tema sicuramente più sentito e condiviso di questo vertice è stato l’appoggio unanime all’Ucraina. A sbloccare una situazione da tempo irrigidita sono stati i recenti esiti elettorali in alcuni Paesi dell’Est Europa, che hanno ridotto il peso delle forze contrarie all’apertura nei confronti di Kiev. Oggi, tutti i capi di Stato e di governo esprimono la medesima linea, consolidando una sinergia che punta da un lato a spingere la Russia verso il dialogo e, dall’altro, a garantire assistenza militare a un Paese aggredito e in guerra da ormai quattro anni.
Il Presidente francese Emmanuel Macron e il Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa hanno voluto rimarcare la postura dell’Unione: “Gli europei non sono dei mediatori, semplicemente perché ci siamo sempre schierati da una sola parte.” Resta tuttavia evidente che, nel momento in cui si apriranno reali margini per un negoziato di pace, l’Europa rivendicherà il proprio posto al tavolo delle trattative.
“È stata una settimana storica”, ha ribadito Costa, in un periodo altrettanto storico, potremmo aggiungere. Tra il recente vertice dei Balcani occidentali in Montenegro e il G7 in Francia, si è discusso molto del futuro allargamento ad est negli ultimi tempi. Superati gli anni di stallo dovuti al veto ungherese di Viktor Orbán, infatti, l’Unione ha dato il via libera formale ai negoziati di adesione con Ucraina e Moldavia. Sebbene le tempistiche per un ingresso effettivo restino incerte, il percorso ufficiale è partito, e i vertici europei sono ottimisti di poter concludere il primo cluster negoziale entro l’estate.
Lo scacchiere mediorientale
Particolarmente vittorioso si è presentato Macron, reduce dal G7 di Évian e dal memorandum di pace tra Stati Uniti e Iran, firmato a Versailles. Il leader francese ha annunciato il raggiungimento dell’unanimità nel condannare gli attacchi israeliani in Cisgiordania, sottolineando l’importanza di lavorare per fermare le politiche di colonizzazione violente e repressive portate avanti da Tel Aviv da tre anni. Mentre i ministri israeliani di estrema destra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, dichiarano che “tutto il Libano deve bruciare”, i leader europei assumono però una posizione ancora cauta, limitandosi a chiedere il rispetto del diritto internazionale e la protezione dei civili.
I nodi del bilancio e il doppio binario con Pechino
Le vere sfide per i 27 sono arrivate con la discussione sulle risorse finanziarie. Tra gli Stati membri, un gruppo di contributori guidato da Germania e Paesi Bassi spinge per ridurre la spesa complessiva dell’Ue, mentre i paesi dell’Europa orientale e meridionale temono la riduzione di finanziamenti per settori come agricoltura a favore di altri, come la difesa.
I capi di Stato e governo hanno deciso di passare il testimone all’Irlanda, che assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’UE a partire dal 1° luglio, con il mandato di presentare una proposta di mediazione per il prossimo vertice di ottobre. Nonostante l’ottimismo di Costa, che in conferenza stampa ha dichiarato “di essere sempre più vicini ad un bilancio che risponde alle ambizioni collettive”, i nodi politici appaiono ancora da sciogliere.
Sul fronte della competitività globale, i leader hanno trovato una sintesi strategica approvando una doppia linea d’azione nei confronti della Cina. Da un lato si manterrà aperto il canale del dialogo diplomatico; dall’altro, l’Europa rafforzerà i propri strumenti commerciali per contrastare la concorrenza sleale di Pechino.
L’obiettivo dichiarato nelle conclusioni del vertice è chiaro: “è importante proseguire una diversificazione degli scambi commerciali, della riduzione dei rischi e del rafforzamento della nostra autonomia strategica.”
Migranti: Macron e Sánchez contro i centri rimpatrio
In materia migratoria, a pochi giorni dall’entrata in vigore del nuovo Patto su migrazioni e asilo, avvenuta in 12 giugno, Macron e il Presidente spagnolo Pedro Sánchez hanno formato un duo che si oppone fortemente ai centri rimpatrio. “La Francia non sostiene la politica degli hub nei Paesi extra europei”, ha scandito il presidente nella sua conferenza al termine dei lavori. Pur non negando di sostenere una politica migratoria rigorosa ed efficace, il capo dell’Eliseo chiede: “Cosa farete? Spingerete persone che non vogliono tornare o che non riuscite a far tornare nel loro Paese di origine in uno Stato terzo che – forse – accetterà in cambio di denaro? Che tipo di relazione creerete? Sulla base di quali diritti umani? Non sono sicuro che siano questi i principi fondamentali su cui si è costruita la nostra Europa”.
Anche il premier spagnolo ha definito questa soluzione dei centri rimpatrio un “inganno”, facendone allo stesso modo una questione pragmatica e valoriale. Secondo Sánchez, da un lato si rischierebbe di disperdere ingenti risorse economiche di cui l’Europa scarseggia, dall’altro si invierebbe un segnale controproducente ai Paesi di origine e transito con cui l’UE ha invece la necessità di cooperare.
La prospettiva di esternalizzare la gestione dei migranti senza documenti in Paesi terzi viene letta da molti osservatori come il riflesso di un’Europa che vira politicamente sempre più a destra. Sebbene la posizione di Macron e Sánchez possa sembrare, allo stato attuale, una battaglia isolata e minoritaria, resta il dato politico significativo di una forte convergenza ideale e strategica tra un presidente di stampo liberale e un premier socialista.
L’assenza di Giorgia Meloni
In questo scenario, erano particolarmente attese le dichiarazioni post-Consiglio della Premier italiana Giorgia Meloni, che ha invece scelto di non presentarsi davanti alla stampa. Complice, secondo le ricostruzioni, la recente tensione diplomatica avuta con Donald Trump, la Presidente del Consiglio ha lasciato Bruxelles non appena si è concluso l’ultimo tavolo di lavoro.
Proprio da Sánchez, nonostante le distanze politiche, Meloni ha ricevuto parole di solidarietà in merito agli attacchi ricevuti dal leader statunitense.
20260216

