Mentre l’Europa attraversa una fase di profonda frammentazione politica e fragilità istituzionale, l’Italia vive una situazione paradossale. Storicamente considerato il laboratorio della precarietà governativa, oggi il nostro Paese si riscopre come un inaspettato polo di continuità.
Questo contrasto geopolitico sta ridefinendo i rapporti di forza all’interno dell’Unione europea, invertendo i vecchi ruoli storici tra il centro e
la periferia del continente.
Il declino dell’asse franco-tedesco
Se si volge lo sguardo oltre i confini italiani, il panorama politico dei principali partner europei appare frammentato e costantemente in bilico.
Il tradizionale asse tra Parigi e Berlino, che per decenni ha guidato le scelte strategiche dell’Unione, soffre oggi di una profonda crisi di leadership interna. In Germania, la fine della coalizione semaforo ha inaugurato una stagione di forte incertezza e debolezza macroeconomica, alimentata anche dalla forte ascesa nei sondaggi e nelle elezioni locali del partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD).
La Francia, dal canto suo, si ritrova a gestire un Parlamento polarizzato e privo di una maggioranza chiara. Quasi ovunque in Europa, il declino dei partiti tradizionali a favore di forze radicali o anti-sistema ha reso la governance un esercizio di compromesso al ribasso, minando la capacità di programmazione a lungo termine dei singoli Stati
Le fatiche iberiche e britanniche
Anche spostandosi verso ovest, i modelli di governabilità mostrano evidenti segni di logoramento. In Spagna, l’esecutivo di Pedro Sánchez si trova sospeso in una complessa gestione di minoranza, costretto a negoziare costantemente con le forze autonomiste e alle prese con forti pressioni politiche e giudiziarie interne.
L’esempio più recente arriva però da Londra, dove l’approdo di Keir Starmer al numero 10 di Downing Street, pur sostenuto inizialmente da una solida maggioranza parlamentare, si scontra con forti tensioni sociali e l’avanzata della destra populista di Nigel Farage, il cui partito, Reform UK, continua a raccogliere ampi consensi.
Le difficoltà strutturali dimostrano che, anche nel modello Westminster, la governabilità è diventata una sfida quotidiana contro il malcontento popolare e le correnti interne ai partiti. La stabilità non è più un dato scontato, ma una risorsa volatile.
Il miraggio della normalità italiana
In questo scenario, la tenuta delle istituzioni italiane scuote le nostre stesse abitudini storiche. Per decenni siamo stati abituati a una precarietà cronica: dai tempi della Democrazia Cristiana, fino alla più recente consuetudine dei tre esecutivi per singola legislatura.
Questa inedita normalità istituzionale, a cui l’elettorato non era affatto abituato, somiglia quasi a un miraggio politico che ad oggi si sta dimostrando concreto. La maggioranza beneficia di un perimetro programmatico consolidato da anni di alleanze sul territorio, mentre la forte frammentazione delle opposizioni riduce la pressione parlamentare.
Questo pragmatismo ha permesso di blindare la stabilità economica, nonostante l’ombra costante dell’alto debito pubblico. L’Italia si presenta così ai tavoli decisionali di Bruxelles con un peso specifico inedito, forte di una prevedibilità che i nostri partner storici hanno temporaneamente perduto.
Verso nuovi equilibri geopolitici?
Resta da capire se questa ritrovata continuità istituzionale saprà trasformarsi in riforme strutturali incisive per il Paese o se la penisola rimarrà semplicemente un’anomalia temporanea in un’Europa sempre più frammentata e instabile. Il governo di Roma saprà sfruttare questa finestra geopolitica per guidare le grandi transizioni continentali o si limiterà a gestire lo ‘status quo’?
20260218

