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    Spagna alle urne: la scommessa di Sánchez per rimettere in gioco la sinistra

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    Nella mattinata di oggi, il presidente del Governo spagnolo, Pedro Sánchez, ha annunciato ufficialmente le proprie dimissioni da primo ministro e la contestuale dissoluzione del Parlamento, indicando in domenica 29 novembre la data per le nuove elezioni generali. La comunicazione, giunta dopo aver notificato la decisione al re Felipe VI ed essere stata formalizzata nel corso di un Consiglio dei Ministri straordinario, appare tuttavia come una mossa elettorale: prendendo atto dell’impossibilità di proseguire con l’attuale maggioranza, Sánchez ha scelto di rilanciare la palla al centro, trasformando la crisi di governo nella prima tappa della nuova campagna elettorale.

    Fino alle prossime elezioni, è presumibile, infatti, che la propaganda e il dibattito politico ruoteranno proprio attorno al tema dell’emergenza abitativa e della giustizia sociale, argomenti sui quali il leader socialista intende polarizzare lo scontro per mobilitare la propria base elettorale.

    Il naufragio del pacchetto legislativo sull’emergenza abitativa

    La decisione di dimettersi e riportare la Spagna alle urne non è il frutto di un’intuizione estemporanea, ma l’esito finale di un cortocircuito politico. A far crollare definitivamente l’esecutivo socialista è stata la bocciatura parlamentare subita venerdì scorso al Congresso dei due pacchetti legislativi sull’emergenza abitativa promulgati essenzialmente per placare le proteste iniziate in Spagna dopo lo sfratto di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal.

    La Spagna, infatti, in risposta allo sfratto della donna, è stata attraversata da numerose manifestazioni – oltre mezzo milione di persone scese in piazza solo a Madrid contro il carovita e i prezzi stellari degli affitti – tali da portare il governo Sánchez a scommettere sull’approvazione di misure di contenimento dei canoni e sulla stretta contro la speculazione dei fondi d’investimento.

    Tuttavia, il blocco congiunto formato dalle opposizioni di destra (PP e Vox) e dai separatisti catalani di Junts per Catalunya ha affossato i decreti, togliendo all’esecutivo l’agibilità politica necessaria per governare. Il sostegno garantito a Sánchez dai partner, a partire dalla formazione catalana guidata da Carles Puigdemont (Junts), si è poi progressivamente sgretolato. La trattativa permanente sulle concessioni autonomiste, sull’amnistia e sui bilanci statali ha reso la maggioranza di governo ostaggio di continui veti incrociati. Quando Junts ha deciso di unire i propri voti a quelli delle destre contro i decreti sociali, Sánchez ha preso atto dell’impossibilità di approvare la nuova legge di bilancio e la legislatura è arrivata al binario morto.

    Logoramento politico e attacchi giudiziari

    Sulle dimissioni del leader socialista pesano anche i mesi di logoramento giudiziario e mediatico che avevano già portato Sánchez a una pausa istituzionale nel corso dei mesi passati, a seguito dell’apertura di inchieste contro la moglie Begoña Gómez per presunto traffico di influenze. Nonostante in quell’occasione avesse scelto di rimanere, il clima di scontro istituzionale, sommato ai risultati ottenuti dal PSOE nelle tornate elettorali regionali in Andalusia, Extremadura e Aragona, ha eroso la tenuta morale ed elettorale del partito.

    Nel suo discorso a La Moncloa, Sánchez ha difeso la propria scelta ponendola come un atto di responsabilità democratica che presuppone il principio per il quale governare non significa occupare una poltrona ad ogni costo, ma disporre dei mezzi per trasformare la società e proteggere i cittadini, dichiarando che “per intraprendere in profondità le riforme in sospeso di cui abbiamo bisogno affinché la cittadinanza possa riuscire a ridurre quei livelli di disuguaglianza, dobbiamo mobilitarci e fare in modo che il Parlamento ci doti di una maggioranza molto più ampia e progressista, con cui piegare le élite, conquistare nuovi progressi sociali e continuare a trasformare la Spagna“.

    La reazione delle opposizioni

    Il mondo politico spagnolo ha reagito immediatamente all’annuncio, come si poteva prevedere. L’opposizione conservatrice, infatti, ha accolto le dimissioni come la conferma del fallimento del modello politico della sinistra, il patto progressista-indipendentista sostenuto da Sánchez negli ultimi anni. 

    Alberto Núñez Feijóo, leader del PP, ha convocato i media esultando per la convocazione delle urne e dichiarando che le dimissioni di Sánchez rappresentavano l’unica strada obbligata di fronte a un governo paralizzato ed esausto, sottolineando come il 29 novembre gli spagnoli non dovranno solo scegliere tra destra e sinistra, ma tra la restaurazione delle istituzioni democratiche e la fine di una stagione segnata dal ricatto e dall’incertezza. Sulla stessa linea, Santiago Abascal, presidente di Vox, ha parlato di vittoria della Spagna reale sulle manovre di palazzo, auspicando la nascita di una coalizione conservatrice in grado di ribaltare tutte le riforme progressiste varate dal governo uscente.

    Dall’altra parte dello schieramento, Sumar e la sinistra radicale, storici partner di coalizione dei socialisti, hanno espresso profondo rammarico per la fine anticipata dell’esperienza di governo, addebitando la crisi al boicottaggio delle destre e all’irresponsabilità dei nazionalisti, ma confermando al contempo la massima prontezza a compattare il fronte progressista verso il voto di novembre.

    Una scommessa ad alto rischio

    Per Pedro Sánchez, le dimissioni rappresentano l’estremo tentativo di polarizzare lo scontro elettorale. Presentandosi come la vittima del blocco tra le destre e i nazionalisti catalani intransigenti, il leader socialista punta a mobilitare l’elettorato progressista sui temi caldi dell’emergenza abitativa, dei salari e della giustizia sociale. Tuttavia, i sondaggi della vigilia accreditano il blocco conservatore composto da PP e Vox in forte vantaggio.

    Per Sánchez quindi la sfida sarà duplice: convincere gli elettori che la paralisi legislativa sia imputabile unicamente all’ostruzionismo della destra e scongiurare l’alternativa di un governo guidato dagli stessi. Con le opposizioni galvanizzate dalla prospettiva della vittoria e la sinistra radicale costretta a compattarsi d’urgenza, la campagna elettorale verso il voto di novembre si preannuncia come una delle più tese, imprevedibili e decisive della storia democratica spagnola recente.

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