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    Spogliate dall’algoritmo: il deepfake entra nella politica europea

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    Una eurodeputata su sei è stata raffigurata o associata a contenuti pornografici generati con l’intelligenza artificiale. 

    È il dato più significativo dell’ultima ricerca pubblicata da Agora Digitale Transformation e presentata il 5 ottobre al Parlamento europeo. Su 50 eurodeputati individuati nello studio, 46 sono donne. Tra loro c’è anche Lena Schilling, eurodeputata austriaca dei Verdi, che ha raccontato di aver scoperto che il proprio volto era stato utilizzato per creare immagini pornografiche che non aveva mai realizzato.

    La denuncia porta nel cuore delle istituzioni europee un fenomeno che fino a poco tempo fa sembrava appartenere soprattutto ai margini del web: le cosiddette ‘nudifier apps’, applicazioni capaci di utilizzare una fotografia reale per generare immagini sessualmente esplicite attraverso l’intelligenza artificiale.

    Non basta essere una vittima: bisogna anche riuscire a trovarsi

    Per realizzare lo studio, i ricercatori hanno analizzato i nomi dei 720 membri del Parlamento europeo attraverso circa 200 siti legati al fenomeno dei deepfake pornografici. Il risultato è significativo non soltanto per il numero delle persone coinvolte, ma per le diverse forme di esposizione individuate.

    In alcuni casi esistevano immagini manipolate effettivamente disponibili online. In altri, il nome o la fotografia dell’eurodeputato comparivano su pagine che funzionavano come ‘gateway’, collegando direttamente a strumenti di IA capaci di generare immagini sessualmente esplicite.

    In altri ancora, il contenuto non era più direttamente accessibile, ma continuava a comparire nei risultati dei motori di ricerca.

    È proprio questo uno degli aspetti più interessanti dello studio: rimuovere un contenuto non significa necessariamente cancellarne le tracce.

    Agora ha individuato 37 eurodeputati associati a risultati ancora indicizzati, pur non essendo più direttamente reperibili, e 26 casi in cui i risultati rimanevano visibili anche dopo la rimozione del dominio di origine. In dieci casi, i ricercatori hanno trovato nei motori di ricerca risultati relativi a un dominio già sequestrato dalle autorità.

    Il problema, quindi, non è soltanto creare una regola che imponga la rimozione. È capire cosa succede dopo.

    Una vulnerabilità, soprattutto femminile

    Il dato sulle donne è ancora più netto se si guarda alla ricerca precedente condotta da Agora sui parlamentari nazionali dei 27 Stati membri. Su 5.872 parlamentari analizzati, sono state individuate 138 donne e 9 uomini raffigurati o associati a contenuti di deepfake pornografico.

    Secondo il modello statistico utilizzato dai ricercatori, le parlamentari donne risultano 33 volte più esposte degli uomini, anche tenendo conto di fattori come età, visibilità istituzionale e contesto nazionale.

    La dimensione di genere non è quindi un elemento secondario.

    La fotografia di una politica, normalmente utilizzata per comunicare con gli elettori, può diventare materia prima per costruire una rappresentazione sessualizzata della stessa persona. L’intelligenza artificiale non crea soltanto un falso: permette di costruire un’immagine che non è mai esistita.

    È in questo caso che il fenomeno assume anche una dimensione politica. Per chi ricopre un incarico pubblico, la visibilità è parte del lavoro. Ma quando quella stessa visibilità diventa un elemento di vulnerabilità, la tecnologia introduce un nuovo ostacolo alla partecipazione allo spazio pubblico.

    Il problema dell’Europa non è l’assenza di regole

    L’Unione europea ha già costruito una parte importante del proprio quadro normativo sull’intelligenza artificiale.

    L’AI Act, all’articolo 50, prevede obblighi di trasparenza per determinati contenuti generati o manipolati artificialmente, compresi i deepfake. Ma la norma sulla trasparenza risponde soprattutto alla domanda ‘questo contenuto è artificiale?’, mentre il caso delle immagini intime non consensuali pone una questione diversa: ‘questo contenuto avrebbe dovuto essere creato e diffuso?’.

    La risposta europea si sta spostando verso un divieto più specifico. Dal 2 dicembre 2026 diventeranno applicabili le disposizioni dell’AI Act che vietano determinati sistemi e utilizzi di IA destinati alla generazione o manipolazione non consensuale di immagini realistiche di persone impegnate in attività sessualmente esplicite.

    Sul versante delle piattaforme, il Digital Services Act introduce meccanismi per la segnalazione e la gestione dei contenuti illegali, ma non impone un obbligo generale di monitoraggio preventivo.  L’articolo 8 vieta infatti agli intermediari di essere sottoposti a un obbligo generalizzato di sorveglianza o di ricerca attiva di contenuti illeciti. Ne deriva un sistema in larga parte reattivo: la piattaforma deve intervenire quando viene a conoscenza di uno specifico contenuto potenzialmente illecito, anche attraverso le segnalazioni degli utenti, secondo le procedure previste dal regolamento.

    Eppure, secondo Agora, è proprio qui che emerge il limite dell’attuale sistema: l’intervento arriva prevalentemente dopo che il contenuto è già stato creato e diffuso. Prima l’immagine viene prodotta. Poi deve essere trovata. Successivamente segnalata. Infine, rimossa. Nel frattempo può essere già stata copiata e ripubblicata.

    E in Italia?

    Anche l’ordinamento italiano ha ormai introdotto una disciplina penale specifica per i contenuti generati o alterati attraverso l’intelligenza artificiale. Con la legge 23 settembre 2025, n. 132, è stato inserito nel codice penale il nuovo articolo 612-quater, rubricato «Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale».

    La norma punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi, senza il consenso della persona interessata, cede, pubblica o diffonde immagini, video o voci falsificati o alterati mediante sistemi di IA, quando siano idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità e dalla condotta derivi un danno ingiusto.

    La novità è rilevante anche per il fenomeno dei deepfake porn: per la prima volta, il legislatore italiano ha previsto una fattispecie penale autonoma che prende direttamente in considerazione la manipolazione o falsificazione di immagini, video e voci attraverso l’IA.

    Il nuovo articolo si affianca all’art. 612-ter c.p., che continua a disciplinare la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti destinati a rimanere privati. La distinzione è importante: il 612-ter riguarda il materiale sessualmente esplicito reale, mentre il 612-quater guarda più in generale alla diffusione di contenuti falsificati o alterati mediante IA.

    Resta però una questione: la velocità con cui un contenuto generato artificialmente può essere prodotto e diffuso online. Anche quando la condotta è penalmente rilevante, infatti, il contenuto può essere già stato copiato, indicizzato e trasferito su altre piattaforme o server situati all’estero.

    Chi deve intervenire?

    È la domanda centrale che emerge dallo studio tedesco.

    Se l’immagine viene generata da un’applicazione, ospitata da un sito, indicizzata da un motore di ricerca e successivamente condivisa su un social network, la responsabilità si distribuisce lungo una catena tecnologica molto più ampia della singola piattaforma. Per questo Agora propone di spostare l’intervento a monte, coinvolgendo l’intero ecosistema che rende possibile il fenomeno: servizi di hosting, motori di ricerca, registrar dei domini, piattaforme di pagamento e app store.

    L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto rimuovere un’immagine dopo che una vittima l’ha individuata, ma rendere più difficile la produzione e la diffusione del contenuto fin dall’inizio. È un cambio di prospettiva importante: dalla tutela della singola vittima alla responsabilizzazione dell’intera filiera digitale.

    Una questione non solo tecnologica, ma anche politica

    È qui che torna centrale il ruolo delle piattaforme e delle autorità di controllo: la sfida non è più soltanto stabilire se un deepfake sia illecito, ma garantire che la tutela possa intervenire con una rapidità adeguata alla velocità della sua diffusione.

    È forse questo il punto più importante che emerge dal caso delle eurodeputate. La tecnologia permette di generare un’immagine in pochi secondi. Il diritto deve invece identificare la condotta, stabilire le responsabilità e individuare il soggetto che deve intervenire.

    Una volta online, inoltre, il contenuto può essere copiato e trasferito altrove.

    Lo studio di Agora mostra proprio questa difficoltà: anche quando un dominio viene rimosso, le tracce possono rimanere nei motori di ricerca; anche quando un’immagine scompare da un sito, il fenomeno può continuare attraverso altri servizi.

    La sfida europea diventa quindi duplice: impedire la produzione dei contenuti illeciti e costruire meccanismi di rimozione sufficientemente rapidi quando questi riescono comunque a circolare.

    Il caso Schilling porta così l’intelligenza artificiale dentro una discussione molto più ampia. Non si tratta soltanto di proteggere la privacy di una parlamentare. Si tratta di capire quali condizioni rendano possibile partecipare alla vita pubblica nell’era dell’intelligenza artificiale.

    L’Europa ha scelto di intervenire attraverso una combinazione di regole sull’intelligenza artificiale, sulle piattaforme e sulla violenza digitale. Il nuovo divieto sulle nudifier apps rappresenterà, dal prossimo dicembre, un primo banco di prova della capacità europea di tradurre le norme in strumenti concreti.

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