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    UN PAESE IN PIAZZA: DAL SUD ITALIA ALL’EUROPA, LA PROTESTA E LA SFIDA DELLA FIDUCIA DEMOCRATICA

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    Dai presidi degli autotrasportatori e degli agricoltori contro il caro gasolio nel Mezzogiorno ai cortei nelle città del Nord, fino alle mobilitazioni europee per la casa, l’istruzione e il potere d’acquisto, si delineano proteste diverse per protagonisti, rivendicazioni e modalità. Ad accomunarle è la difficoltà crescente di sostenere il costo della vita, insieme alla percezione di una distanza tra i bisogni della società e le risposte delle istituzioni.

    Episodi spesso letti separatamente restituiscono così un quadro più ampio di tensioni economiche e sociali. Il disagio comincia prima che un corteo degeneri o una strada diventi impraticabile: nei bilanci familiari, nelle imprese che faticano a sostenere i costi, nella sensazione che le proprie difficoltà non trovino ascolto. Comprendere queste piazze richiede di esaminare le ragioni delle rivendicazioni e le forme della mobilitazione, mantenendo ferma la distinzione tra il diritto di protestare e la responsabilità di chi commette violenze.

    IL MEZZOGIORNO AL CENTRO DELLA MOBILITAZIONE OTTOBRINA

    Nel Mezzogiorno il caro carburanti unisce le rivendicazioni di autotrasportatori e il mondo agricolo. In Campania il 16 ottobre sono stati allestiti presidi ai caselli di Nola, Caianello e Caserta Sud; in Calabria la mobilitazione promossa da Fedralog, annunciata fino al 20 ottobre, interessa circa quindici punti strategici, tra Lamezia Terme, Gioia Tauro e gli svincoli della A2. Le modalità vanno dai rallentamenti ai blocchi del traffico pesante, con ricadute sulla circolazione e sui rifornimenti.

    In Sicilia il fermo del Comitato autotrasportatori siciliani tocca anche i collegamenti tra porti e distribuzione: camion fermi nei piazzali, semirimorchi non ritirati dalle navi. Le adesioni, però, non sono unanimi, e le imprese di Confindustria Catania non partecipano. Intanto si segnalano numerosi distributori a secco nel Foggiano e nelle province di Cosenza e Catanzaro, in un quadro aggravato dalle altre agitazioni in corso nell’area di Taranto. Alla base della vertenza c’è lo squilibrio tra costi d’esercizio e tariffe: gli operatori denunciano margini sempre più ridotti e ritardi negli aiuti annunciati. La pluralità dei promotori complica il confronto con il Governo, che ha convocato un tavolo al ministero dei Trasporti per il 20 ottobre.

    DAI BLOCCHI AGLI SCAFFALI: LA FORZA DELLA LOGISTICA

    Il caso mostra la centralità della logistica: fermare i mezzi significa incidere sull’intera economia, soprattutto nei territori che dipendono da lunghi collegamenti stradali e marittimi. È questa la forza negoziale degli autotrasportatori, e i suoi effetti arrivano fino alla spesa quotidiana: in alcune zone della Puglia e della Sicilia sono stati segnalati scaffali semivuoti, mentre in Abruzzo e nelle altre regioni adriatiche cresce la preoccupazione per la continuità degli approvvigionamenti, soprattutto di prodotti freschi e deperibili. Al rallentamento delle consegne si somma la corsa alle scorte di chi teme blocchi prolungati, che rischia di trasformare carenze temporanee e disservizi circoscritti in un problema più ampio.

    LE PIAZZE ITALIANE E LA RESPONSABILITÀ DELLE VIOLENZE

    Accanto ai presidi del Mezzogiorno, le città italiane sono state attraversate da mobilitazioni studentesche e cortei contro il carovita. Venerdì 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza per il «No Meloni Day», tra occupazioni scolastiche e tensioni in alcune città. Il giorno dopo il corteo convocato a Milano dalla rete «Italia in Piazza» è degenerato in gravi scontri: lanci di bombe carta e transenne, danneggiamenti, feriti tra agenti e manifestanti. Disordini anche a Torino, Bologna e Bergamo. Lo stesso giorno ha sfilato pacificamente il corteo della Cgil.

    Sul piano politico, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che manifestare è un diritto, mettere a ferro e fuoco le città no, e ha chiesto alle opposizioni di condannare le violenze senza ambiguità. Il vicepremier Salvini ha annunciato che riproporrà una garanzia finanziaria a carico degli organizzatori delle manifestazioni a rischio. I sindaci di Milano e Bologna, Giuseppe Sala e Matteo Lepore, hanno condannato le violenze riconoscendo però comprensibili le ragioni della protesta. Il sindacato Usb, intanto, ha indetto uno sciopero generale per il 30 ottobre.

    L’EUROPA TRA SALARI, CASA E ISTRUZIONE

    La protesta non si ferma ai confini italiani: nelle piazze europee ritorna lo stesso malessere, declinato in forme diverse da un Paese all’altro.

    In Francia la mobilitazione è nata tra gli studenti e scuote il Paese da metà settembre. L’8 ottobre il ministero dell’Interno ha contato 504 fermi e 48 agenti feriti, e il Governo ha risposto con 3mila supplenti per i licei più in difficoltà. Poi la protesta si è allargata: il 17 ottobre, lo stesso giorno dei cortei di Milano, Torino e Bologna, le manifestazioni contro il caro vita hanno portato in strada tra 550mila e 800mila persone, per lo più pacifiche. A dominare le cronache, però, sono state bande incappucciate che hanno devastato negozi e sedi istituzionali, fino a incendiare il municipio di Limoges: l’esecutivo parla di 1.200 fermi e 150 agenti feriti. È lo stesso schema visto in Italia: una grande massa che sfila in modo pacifico e minoranze violente che occupano la scena.

    In Spagna il punto di partenza è invece la casa. Il 3 ottobre i cortei hanno toccato oltre cinquanta città: a Madrid la prefettura ha contato almeno 70mila persone, il sindacato degli inquilini circa mezzo milione, mentre a Valencia gli scontri hanno lasciato nove poliziotti feriti. Al tema degli affitti si sono poi aggiunti scuola e sanità, che pesano sull’elettorato in vista del voto anticipato del 29 novembre.

    Il legame con l’Italia è nelle parole stesse dei manifestanti. Gli studenti del «No Meloni Day» si sono richiamati esplicitamente a Francia e Spagna, e al carovita che colpisce le famiglie hanno aggiunto il prezzo del carburante che tiene fermi i tir del Sud.

    Non è, naturalmente, la stessa protesta: i camionisti difendono i margini, gli studenti chiedono scuole e prospettive, gli inquilini spagnoli una casa a prezzi sostenibili. Ma carburante, affitti e scuola sono capitoli di una stessa questione, il costo della vita, che a Roma, Parigi e Madrid trova Governi diversi e lo stesso risultato: una fascia crescente di cittadini, soprattutto giovani, che non si sente ascoltata.

    LA DEMOCRAZIA DAVANTI ALLA SFIDUCIA

    C’è qualcosa, in queste proteste, che la democrazia non può fingere di non vedere: il rischio che la difficoltà materiale diventi distacco dalle istituzioni, e il distacco convinzione che partecipare non serva più. È uno spazio che la radicalizzazione è pronta a occupare, ma che non rende la violenza né inevitabile né giustificabile. Aggressioni e devastazioni vanno giudicate per ciò che sono; il disagio che riempie le piazze va ascoltato per ciò che rivela.

    La sfiducia delle persone, infatti, non è soltanto un problema di ordine pubblico, è prima di tutto un problema della democrazia, che ne paga il prezzo più alto. E non basta chiedere fiducia: bisogna meritarla, con decisioni comprensibili, opportunità concrete e un potere reale di incidere. Una democrazia che pretende lealtà senza offrire prospettive si limita a sopravvivere. E la democrazia che sopravvive finisce per soccombere a chi promette soluzioni più facili.

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