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    Diritto all’aborto, tra legge e soprusi

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    Partire dalla storia: è del febbraio 1975 la prima importante pronuncia che si ebbe in materia di aborto dalla Corte Costituzionale con la sent. 27/1975, con la quale si pronunciò l’illegittimità parziale del reato di aborto; ciò prima della regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza con l’emanazione della legge n. 194/1978. Il riferimento è al vecchio testo dell’articolo 546 del c.p., dichiarato illegittimo nella parte in cui si puniva chiunque cagionasse l’aborto di una donna consenziente, anche qualora fosse stata accertata la pericolosità della gravidanza per il benessere fisico o psicologico della gestante, senza che ricorressero gli estremi dello stato di necessità.

    Aborto che sarebbe stato legalizzato 3 anni dopo la con la famosa legge 194 del 1978, che tutt’ora regola l’interruzione volontaria di gravidanza.

    Dalla legge 194 a oggi

    Oggi, in Italia, grazie a tale percorso di rinnovamento, la donna può richiedere di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione. La legge 194 disciplina con esaustività le procedure da seguire in caso venga avanzata tale richiesta. Obiettivo della legge è proprio quello volto alla tutela della maternità, ma soprattutto quello di evitare che si ricorra a forme “clandestine di aborto” attraverso una proficua rete di consultori familiari. Tale legge pone altresì dei limiti all’interruzione volontaria di gravidanza, in quanto il concepito è considerato diversamente rispetto al neonato, per il quale viene riconosciuta capacità giuridica ai sensi dell’art 1 del c.c. Esso non è titolare di tale capacità – che viene definita quale attitudine ad essere titolari di diritti e di doveri – poiché, appunto, è la nascita la condizione necessaria per l’azionabilità di tali diritti. L’obiettivo dello stato appare dunque essere quello di tutelare la madre, essendo previste situazioni in cui la prosecuzione della gravidanza corrisponda ad un pericolo per la stessa. Vi sono poi casi in cui il legislatore ha espressamente deciso di consentire l’aborto, prevedendo che questo avvenga prima dei 90 giorni o dopo, a seconda che si prospettino gravi rischi per la sua salute fisica o psichica. Prima dei 90 giorni parliamo del cd. “aborto volontario”, costituito da motivi prettamente personali, dunque non medici, mentre dopo i 90 giorni l’art. 6 della legge 194 prevede come necessario che sussistano gravi pericoli per la vita della donna, cd. “aborto terapeutico”.

    La complessità delle questioni trova fondamento nei diritti costituzionalmente rilevanti per i quali va operato un giudizio di bilanciamento: il diritto alla vita da una parte e quello della salute della madre dall’altro, i corrispondenti diritti del nascituro, e il diritto del personale sanitario a veder rispettata la propria sensibilità etica. Tuttavia ad oggi in Italia non mancano difficoltà che rendono possibile l’accesso ad un servizio come questo, essenziale per la salute. A causa dell’ostruzionismo messo in atto da diverse giunte regionali, oltre che temperato da questioni ideologiche e culturali che vivono tra gli addetti ai mestieri nell’ambito delle strutture socio sanitarie. Quanto alle Regioni, lo Stato consente la ripartizione di competenze in materia di salute e di sanità pubblica. La Costituzione riserva allo stato la competenza legislativa in materia di determinazione dei livelli essenziali concernenti i diritti che devono essere garantiti a livello nazionale. Sulla base dell’art. 117 – il comma 3 attribuisce competenza concorrente anche alle Regioni in materia di tutela della salute – lo Stato tende a precisare i principi a cui le Regioni dovranno attenersi quando eserciteranno potestà legislativa sul tema. Detto ciò, ci sono state Regioni come l’Umbria e il Piemonte che hanno previsto per legge l’obbligo di ricovero anche per quelle donne che decidono di abortire con metodo farmacologico (obbligo venuto meno nell’agosto del 2019).

    A seguito di varie proteste e manifestazioni, l’ex ministro della sanità Roberto Speranza nel 2020 ha deciso di aggiornare con circolare ministeriale le linee guida sull’interruzione volontaria di gravidanza. Ha infatti previsto l’utilizzo di uno specifico farmaco presso tutte le strutture ambulatoriali attrezzate, autorizzate dalla Regione, nonché consultori su tutto il territorio nazionale. Numerose Regioni d’Italia, però, hanno messo in discussione tali modalità, rafforzando l’ingresso delle associazioni antiabortiste negli ospedali pubblici. Queste ed altre associazioni prendono parte al momento del colloquio per l’IVG, tentando di dissuadere in qualche modo la donna in procinto di abortire. Quasi tutte le Regioni italiane si sono dotate di manifesti valoriali promossi da varie associazioni antiabortiste per sostenere la famiglia e la vita. Il Lazio dal gennaio del 2021 ha recepito le linee di indirizzo ministeriali,approvando un protocollo operativo per l’IVG in regime ambulatoriale o in day hospital. Nello specifico, si è impegnato a rimuovere gli ostacoli all’accesso di tale diritto, nell’ottica di assicurare a tutte le donne un servizio nel rispetto dei loro diritti.

    Siamo dunque passati da reato a diritto. Per lungo tempo nel panorama giuridico italiano l’aborto è stato considerato un delitto. Si dovrà aspettare l’inizio degli anni ’60 per assistere ad un cambiamento che prese avvio con una accesa discussione in materia di aborto da parte dei movimenti femministi dell’epoca: tale moto portò all’abrogazione del titolo IX c.p. Rubricato “dei delitti contro la persona”. Fu intrapresa, così, la strada che avrebbe condotto alla nascita della legge 194. Ancora oggetto di acceso dibattito è l’articolo 9, che disciplina il diritto all’obiezione di coscienza in relazione ad una gamma ristretta di ipotesi per il personale sanitario ed ausiliario. Consiste nell’esonero “a prendere parte alle procedure ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.” Tale inciso ha occasionato alcuni interventi dellaCorte Costituzionale.

    Nonostante i numeri siano in leggera diminuzione, il valore di coloro che che sollevano obiezione di coscienza rimane tutt’ora elevato. Sebbene abbia avuto ingresso nell’ordinamento italiano in tempi risalenti, ancora oggi non cessa di di originare criticità, a causa delle difficoltà di accesso alla procedura abortiva evidenziate in più occasioni dal Consiglio d’Europa. Il diritto all’aborto è un diritto per cui ancora lottare: il contenuto del diritto all’aborto, infatti, è fortemente influenzato dal tipo di ideologia che viene fatta propria da una data società, che potrà quindi renderlo più tortuoso, negarlo o consentirlo e di conseguenza facilitarne l’accesso il più possibile.

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