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    La gabbia della libertà genera mostri

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    Siamo alle solite, siamo alle comiche. O forse no. Perché il caso del generale Vannacci è l’ennesima dimostrazione di un fenomeno di costante strumentalizzazione politica e, a fronte di una piena e duratura presa d’atto, ridere dei goffi (ma efficaci) tentativi propagandistici diviene sempre più complesso, quantomeno più amaro. La mancata condanna da parte del centro-destra riguardo le oscenità pensate, scritte e pubblicate dal sopracitato soggetto non ha differente natura rispetto alla retorica populista dello schieramento opposto: ciò che crea un legame indissolubile tra i due atteggiamenti è la politicizzazione di un fenomeno che di politico, in un Paese democratico, non dovrebbe avere nulla. Da un lato si strizza l’occhio alla componente maggiormente estremista, senza abbatterne esplicitamente le eventuali istanze. In questo caso la tattica più diffusa è stata quella di ‘autoesenzione’, chi per ragioni di tempo, chi perché, a suo dire, inadatto a compiere una corretta valutazione. Dall’altro lato, puntualmente, sopraggiunge la demonizzazione del presunto schieramento politico cui il Generale farebbe riferimento. Un atteggiamento scarsamente costruttivo e, soprattutto, già perdente nelle passate tornate elettorali. L’agevole narrazione di dinamiche da anni insite nella politica italiana – e non solo – non intende in alcun modo incorrere in bieche generalizzazioni incapaci di cogliere posizioni sane e intermedie. Ciò che è palese è che una porzione sempre maggiore di partiti si rende quotidianamente protagonista di quanto descritto e negare questo elemento significherebbe essere da tempo chiusi in una bolla, ancor meglio in una gabbia. La stessa che genera mostri, la stessa che produce oscenità.

    La solita, spasmodica contrapposizione

    Il messaggio non è certo “la libertà è un nemico”, ma ciò dovrebbe essere di facile comprensione per la maggior parte dei lettori. A generare mostri, infatti, non è la libertà in sé, ma l’improvvida gestione che la interessa, spesso frutto di uno scadimento morale crescente. Si forma, dunque, una gabbia, sita nei bui meandri di una sconsiderata coscienza. A venir meno è l’elemento umano ancor prima che politico ed è per questa ragione che l’indiscriminata politicizzazione cui poc’anzi si faceva riferimento assume sembianze sempre più inquietanti. Il triste e inutile grido di un semplice generale è divenuto occasione propagandistica, oggetto di dibattito, terra di nessuno: il presidio dell’umanità ha lasciato il posto a speculazioni di ogni tipo, con conseguente e spregiudicato inasprimento di tensioni sociali e politiche. Il solito e istrionico fenomeno da baraccone ha per giorni riempito bocche e pagine di giornali, generando una spasmodica contrapposizione che, in questo caso come in altri, non avrebbe dovuto trovar luogo. E poi, come detto, le fughe strategiche dall’esprimersi, come se certi virgolettati non fossero sufficienti per la delineazione dell’autore e delle sue indicibili convinzioni. Affermazioni che non dovrebbero lasciar spazio a interpretazioni, rivisitazioni e ‘rinvii a giudizio’, nei fatti sopravvivono nel mare mosso dell’ambiguità, senza sprofondare nel tanto meritato abisso. L’assenza di una condanna compatta e svincolata da colori politici pone, ancora una volta, i riflettori sull’inadeguatezza del dibattito e del modus operandi che v’inerisce. Lo scalpore mediatico che vi fa da contorno diviene sempre meno marginale: i mezzi di comunicazione si rivelano i principali sponsor dell’idiozia e s’inseriscono più o meno subdolamente nel dibattito politico stesso. 

    L’invasione degli imbecilli

    Umberto Eco ci aveva avvisati e, da gran signore qual era, lo aveva fatto senza mezzi termini. Il generale Vannacci non esprime un pensiero legittimo, poiché contravviene ai dettami costituzionali sui quali, al tempo, giurò. Un elemento non da poco, vista l’assoluta serenità con la quale scrive e rivendica le sue illuminanti riflessioni. Ma, come sostenuto da Eco, “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli“. Un senso d’invasione avvertito anche dall’autore del “libro”, chiaramente su fronti totalmente differenti. Nello specifico, adotta questo termine a proposito d’immigrazione e vi fa un più o meno vago riferimento anche in altri ambiti. A emergere è una ricerca costante del nemico, che, come la Storia insegna, è spesso rappresentato dal diverso, dal nuovo, dall’ignoto. Roberto Vannacci si rende protagonista di una meschina opera di denigrazione, volta a cavalcare l’onda di odio e violenza che, quasi ciclicamente, si ripropone nella società e che, da sempre, trova terreno fertile nel mondo virtuale, dove tutto sembra essere permesso. Questo caos generato non può che favorire un certo modo di fare politica: l’isteria di massa, il conflitto incessante, l’incremento delle ostilità sono tutti elementi capaci di agevolare il compito del buon populista. Sebbene concettualmente scontato e di difficile realizzazione, la pianificazione di un valido programma di sensibilizzazione risulta essere sempre più determinante per un’inversione di rotta reale e organica. Sfatare gli innumerevoli tabù e accelerare i processi di mediazione e integrazione costituiscono solo una porzione delle componenti da modificare gradualmente in ambito formativo

    Quel che resta

    Del resto, l’illustre Dedalus inquadrò alla perfezione il fenomeno: “La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”. Una società plasmata in tal modo è inevitabilmente destinata a un forte processo di regressione e, soprattutto, a un tendenziale asservimento a retoriche vuote e primordiali. Lo sviluppo di una generazione maggiormente consapevole degli strumenti a propria disposizione potrebbe indubbiamente sostenere una fase di ricostruzione morale e civile. Non è certo obiettivo di questo editoriale delineare un quadro apocalittico e privo di speranze: l’unica ambizione è quella di tentare di fotografare una realtà d’immensa complessità, con assoluta consapevolezza della disturbante confusione presente. Il potente Internet necessità un approccio generale ben diverso da quello presente, ma sarebbe decisamente infruttuoso ricercare il cambiamento in politiche repressive e incapaci di indurre questo con buon senso e sistematicità. Serve tempo, e non solo.

    Intanto, c’è chi continua a produrre bestialità. E, soprattutto, chi gli va dietro.

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