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    Putin, Cina e l’ultimo G20: una nuova era alle porte?

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    L’ultimo G20 si è svolto in maniera piuttosto inedita. Per la prima volta è arrivata una dichiarazione sulla guerra in Ucraina, che impegna i paesi coinvolti a lavorare per una pace giusta. Casella delle assenze spuntata per Vladimir Putin, gravato da un mandato di arresto internazionale, e per il presidente cinese Xi Jinping. Probabilmente la causa è da attribuire all’ennesimo diverbio sui confini con l’India, anche se non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale. Alcuni invece hanno attribuito la diserzione al tentativo di delegittimare il G20 e le potenze occidentali. Per Modi invece l’evento si è rivelato un successo. 

    La novità arriva dagli States

    La vera novità arriva, però, dagli Stati Uniti, e prende il nome di Partnership for Global Infrastructure, la via della seta di Joe Biden. Un progetto da 600 miliardi di dollari che vede la collaborazione di Arabia Saudita, Giordania, Italia, Francia, Germania e, soprattutto, dell’India. Il piano di investimenti della Casa Bianca prevede la creazione di un corridoio commerciale tra l’India e l’Unione europea, con l’obiettivo di sostenere la crescita e l’integrazione economica dei paesi interessati. Si stima che un tale progetto possa aumentare del 40% il volume degli scambi commerciali tra Europa, Asia e Medio Oriente. Uno spazio importante è stato dedicato alla transizione ecologica. India e Stati Uniti hanno raggiunto importanti accordi per investire in fonti rinnovabili, settore in cui la Cina detiene pressoché il monopolio grazie ai massicci giacimenti di terre rare e alla produzione di impianti eolici e fotovoltaici.

    L’iniziativa Americana non riguarda solamente l’Asia. Biden ha, infatti, riservato un punto della PGI anche al continente africano. È soprattutto il Corridoio di Lobito, tra Zambia e Repubblica Democratica del Congo, una delle aree strategiche più importanti per Washington. È un crocevia importantissimo per l’estrazione delle terre rare, sempre più indispensabili per la transizione energetica e digitale. La diversificazione degli approvvigionamenti di materie prime è uno dei principali obiettivi posti dall’amministrazione Biden, da qui la scelta di investire capitali in Africa. 

    Da Washington a Pechino

    L’adesione dell’India all’iniziativa statunitense lascia trasparire il forte realismo politico di Modi. Se infatti Delhi è a tutti gli effetti un membro dei Brics, e quindi spartisce degli interessi con Pechino, allo stesso tempo non chiude la porta alle potenze occidentali. Un piede in due stivali insomma. D’altronde gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse ad intensificare i rapporti con l’India. La linea adottata da Joe Biden è un tentativo, seppur in ritardo, di contrastare l’espansione cinese avvenuta nell’ultimo decennio grazie alla Road and Belt initiative e ora, quantomeno apparentemente, in fase di regressione, come testimoniato anche dai recenti accordi con il Cremlino. Lanciata nel 2013 da Xi Jinping, questo massiccio piano di investimenti in infrastrutture dentro e fuori la Cina ha permesso a Pechino di espandere la sua influenza in Asia centrale e in Africa, colmando il vuoto lasciato da Washington e da Mosca. Il mutato scenario politico ed economico degli ultimi dieci anni ha costretto però gli Stati Uniti a cambiare linea, adottando una difficile opera di decoupling dalla Cina. Nonostante la completa indipendenza dal Dragone rimanga attualmente impossibile, l’America è determinata ad emanciparsi il prima possibile da un partner divenuto ormai troppo ingombrante. 

    A cura di

    Lorenzo Rossi

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