Nel 2025 in Italia sono state uccise 99 donne su 295 vittime complessive di omicidio volontario. Di queste, 85 sono morte in un contesto familiare o affettivo. A raccontarlo è il Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Ministero dell’Interno.
La differenza non è soltanto statistica. Ci dice che, quando a morire è una donna, il rischio si concentra molto più spesso all’interno di una relazione. Nel triennio 2023-2025 la percentuale di donne vittime di omicidio in ambito familiare o affettivo è rimasta superiore all’80%, ogni anno. Ancora più specifico è il dato relativo a partner ed ex partner: 64 vittime nel 2023, 62 nel 2024 e 62 nel 2025. Una media di circa cinque donne al mese.
Ed è proprio qui che il dato smette di essere soltanto una statistica sulla criminalità e diventa una domanda sulla società: quanto prima della violenza estrema esistono segnali che non vengono riconosciuti come tali?
Prima del delitto, gli stereotipi
Il problema non comincia necessariamente con un omicidio. Può iniziare molto prima, dentro comportamenti che vengono normalizzati: dalla violenza economica a quella emotiva passando per frasi e stereotipi reiterate anche tra i più giovani.
Un’indagine Istat pubblicata nel 2025 e dedicata a ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 19 anni, mostra che il 29,1% dei giovani intervistati considera ancora la gelosia un modo per dimostrare amore. Tra i ragazzi di 14-16 anni la percentuale arriva al 41,3%. Lo stesso studio rileva inoltre la persistenza di stereotipi legati ai ruoli di uomini e donne. Ad esempio,sul rapporto tra lavoro e famiglia emergono differenze nelle percezioni di genere: il 22,0% degli uomini concorda con l’idea che, per loro, nel lavoro conti soprattutto il successo, mentre per le donne sia più importante la soddisfazione personale legata alla famiglia. Tra le donne, la stessa convinzione è condivisa dal 6,7%.
Sono numeri che non consentono di stabilire un rapporto diretto tra uno stereotipo e un futuro comportamento violento. Ma indicano un terreno culturale sul quale la prevenzione può intervenire prima che sia troppo tardi.
La prevenzione passa anche dalla scuola
È qui che entra in gioco l’educazione affettiva. Non come risposta unica al femminicidio, né come sostituzione degli strumenti giudiziari, ma come una possibile parte della prevenzione.
Le stesse istituzioni scolastiche prevedono già un’educazione al rispetto e alle relazioni. Le Linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’educazione civica indicano tra gli obiettivi lo sviluppo di una cultura del rispetto, il contrasto alla violenza e alla discriminazione e l’educazione a corrette relazioni. Il Ministero ha inoltre richiamato esplicitamente l’importanza della scuola nel promuovere ascolto, empatia, rispetto e capacità di stare in relazione con l’altro.
Anche l’Istat, nella sezione dedicata alla prevenzione della violenza sulle donne, indica nell’educazione e nella formazione strumenti essenziali per intervenire sulle radici culturali del fenomeno. Tra le azioni individuate rientrano il rafforzamento del sistema scolastico e la promozione dell’educazione alla parità, anche attraverso la formazione degli insegnanti.
La questione, quindi, non è soltanto se introdurre o meno l’educazione affettiva. È anche capire che cosa debba significare concretamente: imparare a riconoscere una relazione sana, distinguere la gelosia dal controllo, conoscere il consenso, saper individuare una situazione di violenza e sapere a chi rivolgersi.
Un esempio arriva dalla Calabria, dove dal nuovo anno scolastico un progetto di educazione all’affettività è stato esteso anche alle scuole secondarie di secondo grado, con il coinvolgimento dei centri antiviolenza. L’obiettivo dichiarato è intervenire sui giovani e promuovere relazioni sane.
Il calo degli omicidi non basta
Tra il 2023 e il 2025 gli omicidi volontari in Italia sono calati del 13,5%. Le donne uccise da partner o ex partner sono passate da 64 a 62: quindi calato del 3%.
Questo è il punto su cui l’analisi statistica dice qualcosa che la cronaca, raccontando un caso alla volta, non riesce a dire. Quando i delitti calano in una percentuale così bassa l’ipotesi del fatto eccezionale regge poco. La regolarità stessa del fenomeno costituisce il dato centrale: la violenza di coppia si riproduce con costante drammaticità, sorda ai declamati miglioramenti della sicurezza generale che, nei fatti, si rivelano del tutto inefficaci nello scalfire i reati di femminicidio.
Inoltre, 17 dicembre 2025 è entrato in vigore il reato di femminicidio (art. 577 bis del codice penale, introdotto dalla legge 181 del 2 dicembre 2025). Per i primi quattordici giorni il Viminale non ne ha registrato alcuno. Nel primo semestre 2026 le vittime sono state 8: tutte uccise in ambito familiare o affettivo, da partner o ex partner, e tutte tra i 41 e i 64 anni.
Il confronto con gli altri dati mostra però quanto la categoria giuridica sia più stretta del fenomeno. Nello stesso semestre le donne uccise da partner o ex partner sono 19: 11 registrate come omicidi volontari e 8 come femminicidi. Meno della metà, cioè, ha ricevuto la qualifica del nuovo reato. Le altre 11 rientrano nello stesso contesto relazionale, ma restano nella categoria generale.
Le ragioni possono essere diverse, dalla difficoltà di documentare il movente richiesto dalla norma ai tempi dei procedimenti, e il Viminale ricorda che i dati sono operativi e possono cambiare con l’evoluzione delle indagini e delle decisioni dell’autorità giudiziaria. Il risultato pratico per chi legge le statistiche è che “femminicidi” e “donne uccise da partner o ex” sono ormai due numeri diversi, e confonderli porta a conclusioni sbagliate in entrambe le direzioni.
Quello che una statistica non può raccontare
I numeri del Viminale fotografano gli omicidi, ma arrivano alla fine della storia. Non raccontano quante relazioni fossero già caratterizzate da controllo e violenza, quante donne avessero chiesto aiuto, quante situazioni fossero rimaste invisibili.
Per questo il dato più importante potrebbe essere proprio quello che ancora non compare nelle statistiche sugli omicidi: quanto siamo capaci di riconoscere la violenza prima che diventi irreversibile. La prevenzione non può sostituire la repressione penale, i centri antiviolenza, le forze dell’ordine e gli strumenti di protezione. Ma se la maggior parte delle donne uccise viene assassinata dentro un rapporto familiare o sentimentale, intervenire soltanto quando la violenza è già esplosa significa arrivare alla fine di un processo.
La scuola, in questo senso, può diventare uno dei luoghi in cui quel processo viene riconosciuto prima: insegnando il rispetto e l’inclusione e mostrando loro come la violenza può presentarsi anche quando viene chiamata amore.
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