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    Tempi di recupero infiniti: il calcio va verso il tempo effettivo?

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    Il calcio, si sa, segue passo passo la società civile. Ne è lo specchio, potremmo dire, e si è saputo adattare alle esigenze e alle novità di ogni epoca. Come ad esempio il caso delle cinque sostituzioni in epoca Covid. Doveva essere una misura temporanea, ed invece è diventata una vera e propria regola, con le istutizioni calcistiche che hanno abbondonato i classici tre cambi a partita.

    Potrebbe avvernire lo stesso per la durata dei match. Una nuova rivoluzione sembra essere alle porte: quella del tempo effettivo.

    Il problema

    L’idea nasce per contrastare i dati allarmanti presenti ormai in ogni partita di calcio. Da regolamento, quest’ultima dura 90 minuti (più recupero a discrezione dell’arbitro), ma il tempo vero in cui la palla rotola sul manto verde…raggiunge più o meno i 50/55 minuti a partita. Poco più della metà; ma come è possibile?

    E’ presto detto. A differenza del basket, nel calcio per ogni interruzione di gioco – falli, punizioni, tiri fuori, sostituzioni, esultanze – non viene stoppato il cronometro. Questo negli anni ha dato adito a molte squadre e soprattutto a molti calciatori di giocare con questo fattore. Tanto che ormai ogni match, nella sua parte finale specialmente, è diventato una sorta di guerra di nervi tra chi sta perdendo e vuole recuperare e chi, sopra nel punteggio, adotta tattiche per perdere tempo. 

    Teoricamente il problema non si porrebbe: l’arbitro è chiamato a far recuperare – appunto nei minuti di recupero – ogni tempo perso. Ma questo raramente si verifica. Vuoi per la difficoltà nel quantificare la perdita, vuoi per una sorta di buonsenso del direttore di gara. Ecco perché, a fronte di 10/20 minuti persi, quest’ultimo era solito assegnare 5/6 massimo 7 minuti di recupero. Con conseguenti proteste di giocatori, tifosi…e investitori.

    Sì perché parliamoci chiaramente: il problema è iniziato a sorgere soprattutto quando gli scontenti sono diventati coloro che alimentano tutto il circuito a suon di milioni. Gli investitori appunto, ma anche le televisioni, preoccupate dall’abbassamento degli introiti legati ai diritti televisivi.

    Un discorso che vale anche per lo spettatore, magari neutrale, presente allo stadio: se ha pagato per vedere 90 minuti, perché alla fine ne vede, come gioco effettivo, 50?

    Scontro fra filosofie

    E gli spettatori non neutrali? Come la pensano i tifosi?

    Qui le linee di corrente sono essenzialmente due. Ci sono gli innovatori, ovvero coloro che vorrebbero l’introduzione del tempo effettivo nel calcio, con un football che a quel punto sarebbe simile al basket. In questo caso però, aggiungiamo noi, andrebbe rivista la durata di una partita: il manto verde non è il parquet, le dimensioni sono nettamente diverse.

    Ci sono poi i tradizionalisti, coloro che invece vorrebbero il calcio esattamente così com’è: le perdite di tempo fanno parte del gioco, è tutta strategia, chi vuol vincere ad un certo punto deve essere anche furbo. E così via.

    In medio stat virtus

    Le istituzioni calcistiche sembrano aver optato per una strategia “di mezzo”. Niente tempo effettivo, ma minuti di recupero molto più lunghi, proprio per recuperare i tempi morti e scoraggiare chi vuol fare della perdita di tempo strategica un must.

    Un nuovo indirizzo già provato in Qatar: ricordate i match infiniti durante il Mondiale?

    Anche lì, esattamente come per le cinque sostituzioni, sembrava essere una misura temporanea e sperimentale; sta diventando invece la regola ovunque, anche in Italia. Basti pensare che poche settimane fa, in un Bari-Palermo di Serie B giocato in Puglia, il signor Maresca della sezione di Napoli ha assegnato ben… 23 minuti di recupero. Praticamente, un tempo supplementare.

    La direzione sembra chiara

    Un indirizzo ben preciso e che gli arbitri stanno assimilando. La sensazione è che le istituzioni calcistiche stiano preparando il terreno proprio per l’introduzione del tempo effettivo.

    L’ennesima rivoluzione nel mondo del calcio, dopo l’ingresso del VAR, sta per compiersi?

    A cura di

    Giacomo Novelli

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