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    La prima campagna elettorale italiana nell’era dell’IA: ChatGPT e la formazione del consenso

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    “ChatGPT, per chi dovrei votare?” Fino a pochi anni fa, una domanda del genere sarebbe sembrata quasi surreale. Oggi, invece, potrebbe diventare una delle tante domande con cui un elettore si prepara alle urne. 

    Non più soltanto programmi elettorali e comizi: a orientare il voto potrebbe esserci anche un chatbot, capace di confrontare candidati, sintetizzare programmi e costruire in pochi secondi un profilo di ciascun leader. 

    È questa la novità con cui la politica italiana si prepara a confrontarsi: per la prima volta, l’IA non sarà soltanto uno strumento nelle mani dei politici, ma potrebbe diventare un nuovo intermediario tra  politici e elettori.

    Una nuova protagonista della politica

    Le prossime elezioni politiche italiane saranno le prime a svolgersi in un contesto in cui l’IA è diventata uno strumento di comunicazione di massa. Alle elezioni del 25 settembre 2022, infatti, ChatGPT non era ancora disponibile: il chatbot di OpenAI sarebbe stato lanciato pubblicamente soltanto due mesi dopo, alla fine di novembre. Oggi, invece, strumenti come questi sono entrati nella quotidianità di milioni di persone e vengono utilizzati per cercare informazioni, sintetizzare contenuti, produrre testi, immagini e video.

    Questa trasformazione riguarda inevitabilmente anche la politica. L’IA permette infatti di costruire in pochi secondi contenuti che modificano il modo in cui un leader può presentarsi agli elettori e il modo in cui gli elettori possono percepirlo. In questo contesto, basti pensare ai video di Roberto Vannacci, ai post della Lega o ai video di Trump e non solo. 

    La campagna elettorale si potrebbe spostare così ulteriormente verso un ambiente digitale nel quale tali contenuti possono essere oggetto di consenso. Ma – in tale contesto – emergono dei problemi: non solo la possibilità di creare contenuti fake, ma anche la possibilità di costruire una narrazione politica sempre più personalizzata, spettacolarizzata ma difficile da verificare.

    Dalla propaganda tradizionale alla propaganda generativa

    L’IA introduce quindi una nuova fase della comunicazione politica e la conseguenza è un abbassamento radicale del livello della comunicazione che passa da variabili reali a sintetiche.

    Questo cambia anche il rapporto tra leader e pubblico. I politici non comunicano più soltanto attraverso tv, giornali e comizi, ma attraverso un flusso continuo di contenuti destinati agli algoritmi delle piattaforme social sempre più memetici e sintetici. 

    L’obiettivo diventa catturare l’attenzione in pochi secondi, attraverso immagini forti, messaggi semplici e contenuti facilmente condivisibili. L’IA così può rendere il tutto ancora più efficace, perché permette di produrre rapidamente molte varianti dello stesso messaggio, adattandole a pubblici diversi.

    Quando l’elettore chiede consiglio all’IA

    Ma l’aspetto forse più nuovo non riguarda ciò che i politici possono dire attraverso l’intelligenza artificiale. Riguarda ciò che gli elettori possono chiedere direttamente all’intelligenza artificiale sui politici. Un elettore indeciso potrebbe infatti rivolgersi a un chatbot con domande come: “Quale partito rappresenta meglio le mie idee?”, “Quali sono le differenze tra questi due leader?” oppure, ancora più direttamente, “Per chi dovrei votare?”

    In questo caso l’IA non sarebbe più soltanto uno strumento nelle mani della comunicazione politica, ma diventerebbe una sorta di intermediario tra il cittadino e la politica. Il chatbot seleziona le informazioni, le organizza e le restituisce attraverso una risposta unica, dando all’utente una sintesi che può influenzare la sua percezione di un partito o di un candidato.

    Ed è proprio qui che emerge una questione: quanto è neutrale una risposta generata da un’intelligenza artificiale? “ChatGPT, per chi devo votare?”. A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio di Simone Mungari, ricercatore dell’Università della Calabria, dedicato al comportamento dei grandi modelli linguistici nei confronti della politica italiana. 

    La ricerca utilizza un approccio di auditing dei modelli, cioè sottopone diversi chatbot a una serie di domande e situazioni controllate per osservare come cambiano le loro risposte. L’obiettivo non è stabilire che un’intelligenza artificiale abbia una precisa ideologia politica, ma analizzare quali caratteristiche dei politici vengono premiate o penalizzate dalle risposte dei modelli.

    I risultati mostrano che il comportamento dei chatbot può dipendere dalla formulazione della domanda, dal modello utilizzato e dal contesto fornito nella conversazione. In altre parole, non esiste necessariamente una singola risposta dell’IA alla domanda “per chi devo votare?”.

    Modificare il prompt può modificare anche il risultato. Tuttavia, emergono alcuni criteri ricorrenti. I modelli tendono a valorizzare elementi come la coerenza tra ciò che un leader dichiara e ciò che ha effettivamente fatto, la chiarezza delle posizioni politiche, la presenza di programmi dettagliati, la continuità delle proprie idee e un linguaggio percepito come istituzionale. Al contrario, messaggi particolarmente vaghi, slogan privi di contenuto o frequenti cambiamenti di posizione possono risultare penalizzanti.

    I leader visti attraverso gli occhi dell’algoritmo

    Applicando questi criteri ai protagonisti della politica italiana, lo studio restituisce una graduatoria nella quale Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, la Lega e Matteo Salvini si collocano nelle posizioni più basse, mentre Nicola Fratoianni, Azione, Carlo Calenda ed Elly Schlein risultano ai primi posti.

    Questo risultato, però, non significa che ChatGPT “preferisca” politicamente Fratoianni, Calenda o Schlein, né che l’IA possieda una propria preferenza elettorale. La graduatoria è il risultato dell’interazione tra i criteri utilizzati nello studio, i dati sui quali i modelli sono stati addestrati e il modo in cui vengono formulate le richieste. 

    Quanto può spostare un voto un chatbot?

    È ancora impossibile stabilire quanti voti possano essere effettivamente influenzati da una risposta di ChatGPT. Non sappiamo infatti quanti elettori utilizzeranno un chatbot per orientarsi e, soprattutto, quanti saranno disposti a trasformare quel consiglio in una scelta elettorale. Il fenomeno potrebbe però avere un peso particolare tra gli elettori indecisi, cioè coloro che non hanno ancora sviluppato una preferenza politica

    Il punto non è quindi immaginare un futuro in cui gli elettori obbediscano semplicemente a ciò che suggerisce ChatGPT. È più plausibile che l’IA diventi uno dei tanti strumenti attraverso cui un cittadino costruisce la propria idea politica, accanto ai social network, alla televisione, ai giornali e al confronto con altre persone. Proprio per questo, anche un’influenza apparentemente marginale potrebbe diventare significativa se il fenomeno coinvolgesse un numero elevato di elettori.

    Il rischio, però, è che la risposta del chatbot venga considerata più autorevole di quanto dovrebbe essere. L’IA non è un arbitro neutrale della politica: le sue risposte dipendono dai dati con cui è stata addestrata, dal modello utilizzato, dalle informazioni disponibili e soprattutto dalla domanda che le viene posta. 

    La questione centrale diventa allora quella della fiducia. Se un elettore ritiene che una risposta generata dall’IA sia più imparziale di un comizio, di un post sui social o di un articolo di giornale, il chatbot può acquisire un’autorità nella formazione del consenso che va ben oltre la sua funzione originaria. E, in una campagna elettorale, anche orientare il modo in cui un elettore guarda a un leader può essere una forma di influenza politica.

    Conclusioni

    La novità delle prossime elezioni non sarà quindi soltanto l’utilizzo dell’IA per creare propaganda da parte del politico, ma la vera trasformazione riguarderà anche il ruolo che l’IA potrebbe assumere nel processo stesso di formazione del consenso. Per la prima volta, tra il politico e l’elettore si inserisce un nuovo interlocutore: l’algoritmo. Un interlocutore che non vota, non si candida e non fa comizi, ma che può contribuire a decidere quali informazioni vediamo, come interpretiamo un leader e, forse, persino verso chi orientiamo il nostro voto. 

    La domanda, allora, non è più soltanto “chi convincerà gli elettori?”, ma anche “chi convincerà l’algoritmo a raccontare quella storia?” e forse la risposta è proprio “il politico stesso”.

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