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    Una generazione che chiede un futuro

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    Studiare, lavorare, rendersi indipendenti: traguardi sempre più difficili per molti giovani europei. Dalle proteste in Francia alla crisi abitativa in Spagna, fino alle mobilitazioni italiane, emerge un malessere comune: la difficoltà di costruire il proprio futuro senza essere frenati dall’incertezza. Una richiesta di opportunità e dignità che le istituzioni non possono più ignorare.

    Dietro queste mobilitazioni ci sono problemi concreti: affitti insostenibili, precarietà lavorativa, difficoltà nell’accesso all’istruzione e servizi pubblici insufficienti. Studiare non garantisce un lavoro stabile; lavorare non significa potersi permettere una casa. L’autonomia finisce così per dipendere dalle condizioni familiari e dal territorio in cui si nasce. Non è una generazione priva di ambizioni, ma una generazione che chiede condizioni concrete per realizzarle.

    Dalla Francia alla Spagna

    In Francia, le proteste degli studenti delle scuole superiori hanno denunciato la carenza di insegnanti, il degrado degli edifici scolastici e le disuguaglianze tra gli istituti, soprattutto nelle periferie e nei territori svantaggiati.

    In Spagna, invece, affitti elevati e scarsità di alloggi accessibili hanno alimentato le mobilitazioni del 30 settembre 2026. Migliaia di persone sono scese in piazza chiedendo maggiori tutele per gli inquilini e misure contro gli sfratti e gli aumenti dei canoni. La crisi abitativa rende sempre più difficile costruire un progetto di vita indipendente, soprattutto nelle grandi città e nelle località turistiche.

    Contesti diversi, ma una questione comune: trasformare i diritti riconosciuti in possibilità effettive. Istruzione e casa non sono soltanto servizi, ma condizioni essenziali per costruire il proprio futuro.

    L’Italia scende in piazza

    Anche in Italia il disagio si è tradotto in mobilitazioni diffuse. Il 30 ottobre 2026, lo sciopero generale ha portato studenti, lavoratori e cittadini in piazza in oltre sessanta città. Tra le rivendicazioni figuravano il costo della vita, salari dignitosi, lotta alla precarietà, tutela dei servizi pubblici, diritto alla casa e opposizione alle guerre e all’aumento delle spese militari.

    Le manifestazioni sono state in larga parte pacifiche, pur registrando episodi di violenza da condannare e distinguere dalla maggioranza dei partecipanti. Il dibattito pubblico rischia tuttavia di concentrarsi sugli scontri e sulla sicurezza, lasciando in secondo piano le ragioni del dissenso.

    La gestione dell’ordine pubblico è una responsabilità delle istituzioni, ma non può rappresentare l’unica risposta al malessere sociale. Una protesta non è soltanto una questione da gestire, ma un segnale da comprendere. Contenere le manifestazioni senza affrontare precarietà, salari insufficienti e difficoltà abitative significa intervenire sugli effetti, non sulle cause.

    Le contraddizioni italiane

    Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano inferiori del 7,5% rispetto al 2021. Una situazione aggravata dal costo della vita: secondo le stime preliminari dell’ISTAT del 30 ottobre 2026, l’inflazione a ottobre ha raggiunto il 5,4% su base annua, con aumenti particolarmente marcati per energia e prodotti alimentari.

    Nel frattempo, precarietà e contratti instabili rendono incerto il futuro di molti lavoratori. È anche in questo contesto che si inserisce il dibattito sul salario minimo: un impiego dovrebbe garantire indipendenza e dignità. Un lavoro dovrebbe permettere di vivere, non soltanto di sopravvivere.

    Nel 2025, secondo l’ISTAT, la povertà assoluta ha coinvolto oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% della popolazione. Non riguarda soltanto chi non trova un’occupazione, ma anche chi, pur lavorando, non dispone di risorse sufficienti per vivere dignitosamente.

    A queste difficoltà si aggiunge il divario territoriale. Le differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno pesano sull’accesso al lavoro, alla formazione e ai servizi. Per tanti giovani, partire diventa l’unica possibilità per cercare altrove ciò che il proprio territorio non offre. Il rischio è che le opportunità dipendano dal luogo in cui si nasce, più che dalle capacità individuali.

    La responsabilità europea

    Queste sfide superano i confini nazionali. Per affrontare la crisi abitativa, la Commissione europea ha presentato il Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile, volto ad aumentare l’offerta di alloggi e favorire l’accesso alla casa per giovani e famiglie. A questo si affianca l’Affordable Housing Act, pensato per sostenere gli interventi nelle aree con maggiore emergenza abitativa.

    Nel maggio 2026, la Commissione ha inoltre adottato la prima Strategia dell’UE contro la povertà, con l’obiettivo di contrastare l’esclusione sociale attraverso il lavoro di qualità e un migliore accesso ai servizi essenziali. A questi strumenti si affianca la Garanzia per i giovani, che favorisce l’accesso all’occupazione, alla formazione e ai tirocini.

    L’UE può coordinare le politiche e mobilitare risorse, ma molte competenze restano agli Stati membri. La sfida è trasformare gli obiettivi comuni in opportunità concrete. Anche la stabilità internazionale incide sulla vita quotidiana: guerre e tensioni geopolitiche hanno conseguenze sui prezzi dell’energia e sul costo della vita. La pace non è soltanto un principio diplomatico, ma anche una condizione di sicurezza e stabilità sociale.

    Ascoltare prima di rispondere

    Le manifestazioni non esprimono tutte la stessa posizione. Sarebbe sbagliato identificare un’intera generazione con gli episodi di violenza di una minoranza, ma altrettanto grave sarebbe ignorare le ragioni che portano tante persone a scendere in piazza. Dietro le proteste ci sono domande concrete: la possibilità di trovare una casa, un lavoro dignitoso, costruire la propria autonomia e partecipare alle decisioni che riguardano la società.

    Sono preoccupazioni richiamate anche dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il 21 ottobre ha ricordato che «la società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione». Pochi giorni dopo, il 31 ottobre, ha affidato alle nuove generazioni il compito di disegnare il futuro, ricordando che «il futuro non è precostituito, dipende da noi».

    Non si può chiedere ai giovani di costruire il domani senza offrire loro le condizioni per farlo. La risposta delle istituzioni deve passare attraverso ascolto, confronto e politiche capaci di affrontare le cause del malessere.

    La fiducia non si conquista chiedendo ai giovani di smettere di protestare, ma dimostrando di aver compreso le ragioni del loro dissenso. Perché una generazione che chiede un futuro non domanda privilegi, ma la possibilità concreta di costruirselo.

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